Alcune persone devono trascorrere tutta la loro vita a non essere, nello sforzo disperato di trovare una base per essere.
Donald W. Winnicott, Il bambino deprivato (p. 141)
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Alcune persone devono trascorrere tutta la loro vita a non essere, nello sforzo disperato di trovare una base per essere.
Donald W. Winnicott, Il bambino deprivato (p. 141)
Vorrei dire, incidentalmente, che mi sembra relativamente facile scoprire la distruttività che è in noi quando essa si collega alla collera per la frustrazione o all'odio per qualcosa che disapproviamo oppure quando consiste in una reazione alla paura. Ciò che è difficile per chiunque è assumersi la piena responsabilità della distruttività che è personale e intrinseca a un rapporto con un oggetto che è sentito come buono: in altre parole, la distruttività collegata all'amore.
D.W. Winnicott (1984), Il bambino deprivato (p. 173). Raffaello Cortina Editore
Di solito, il brusio che si leva da Parigi di giorno è la città che parla; di notte, è la città che respira: qui, è la città che canta. Prestate dunque orecchio a questo unisono dei campanili, unitevi il mormorio di mezzo milione di uomini, il lamento eterno del fiume, i soffi infiniti del vento, il quartetto grave e lontano delle quattro foreste disposte sulle colline all'orizzonte come immensi mantici d'organo, smorzate come in una mezzatinta tutto ciò che lo scampanio centrale potrebbe avere di troppo rauco o troppo acuto, e dite se conoscete al mondo qualcosa di più ricco, più gaio, più aureo, più abbagliante di questo tumulto di campane e suonerie; di questa fornace di musica; di queste diecimila voci di bronzo che cantano tutte insieme dentro flauti di pietra alti trecento piedi; di questa città che non è più che un’orchestra, di questa sinfonia che fa il rumore di una tempesta.
Victor Hugo - Notre-Dame de Paris
[…] non c'è depressione, non c’è malinconia, senza solitudine; ed è nella solitudine, sia pure condizionata dalla depressione, che le ferite dell'anima si fanno più sanguinanti ma anche nonostante tutto inclini a lasciarci intravedere il senso del vivere e del morire che è nella vita, e in particolare nella sofferenza. Ogni solitudine, che nasca dal cuore, è come una pietra viva che, gettata nelle acque immobili della indifferenza, ne infranga la gelida uniformità.
Eugenio Borgna (2010), La solitudine dell’anima (p. 50). Einaudi
Quando il dolore grida in silenzio dentro di noi siamo indotti a lacerare le nostre abituali relazioni interpersonali, e sociali, e a rinchiuderci nei confini di una solitudine che è più facilmente quella dolorosa, quella negativa, che non quella interiore, quella creatrice, così fragile e così vulnerabile: così frantumabile e così scomponibile nei suoi elementi.
Eugenio Borgna (2010), La solitudine dell’anima (pp. 11-12).
[…] infelici devono essere considerati, in un modo o nell'altro, quei bambini della cui esistenza autonoma e dei cui bisogni di differenziazione non ci si accorge da parte di genitori che, per ragioni che attengono a un loro difetto di equilibrio e di maturità, li usano nei fatti, e molto al di là di ciò che dicono, come oggettí o come prolungamenti del Sé. Invertendo una gerarchia naturale. Bloccando un processo evolutivo che ne esce ferito e deformato dalla crudeltà innocente di chi non riesce a sentire e a vedere in modo sufficiente l'altro.
Luigi Cancrini (2012), La cura delle infanzie infelici. Viaggio nell’origine dell’oceano borderline (p. 76). Raffaello Cortina Editore
È difficile dare un'idea del grado di felicità orgogliosa e beata che il triste e orribile viso di Quasimodo aveva raggiunto nel tragitto dal Palazzo alla Grève. Era la prima estasi d'amor proprio che avesse mai provata. Fin lì non aveva conosciuto altro che umiliazioni, disprezzo per la sua condizione, disgusto per la sua persona. Sicché, per quanto sordo, assaporava da autentico papa le acclamazioni di quella folla che odiava per esserne stato odiato. Che il suo popolo fosse un’accozzaglia di folli, paralitici, ladri, mendicanti, che importa! Era pur sempre un popolo, e lui un sovrano. E prendeva sul serio tutti quegli applausi ironici, tutti quegli ossequi burleschi, ai quali dobbiamo dire tuttavia che si mescolava nella folla un po' di terrore alquanto reale. Perché il gobbo era robusto; lo zoppo era agile; il sordo era cattivo: tre qualità che attenuano il ridicolo.
Victor Hugo - Notre-Dame de Paris
Quando siamo in balia delle parti scisse, l'eccitante e la rifiutante, è l'inconscio a guidare il gioco, non c'è razionalità che tenga. Questo spiega perché, in quei momenti, capita di sentirsi così fuori controllo. Oscilliamo tra amore e odio, desiderio e rabbia, idealizzazione e disprezzo. Amiamo chi ci ferisce, poi lo odiamo per quel dolore. E ci odiamo per averne avuto bisogno. È un ciclo doloroso, ma non ineluttabue.
Vittorio Lingiardi (2025), Farsi male. Variazioni sul masochismo. Einaudi
Ogni soggettività nasce nell'incontro e nello scontro di una relazione originaria. È lí, nel campo intersoggettivo tra un caregiver e un bambino, che prende forma il primo atto creativo dell'essere: la tensione tra il bisogno dell'altro e l'emergere del Sé. […] Non si diventa soggetti da soli - si diventa tali nello sguardo dell'altro che ci vede, ci contiene e, infine, ci lascia andare.
Vittorio Lingiardi (2025), Farsi male (p. 85). Einaudi
Come Penelope, continuiamo a tessere le relazioni con il filo delle stesse tensioni drammatiche. Nel buio spaesato o nel chiaroscuro consapevole, sabotiamo spesso la nostra tessitura, imprigionati dai fili piú forti di un telaio piú antico.
Vittorio Lingiardi (2025), Farsi male (p.78). Einaudi
Till non ha scelto di sua iniziativa nessuna di queste occupazioni. Ma cosa significa davvero di sua iniziativa? Come fa a capire se la breve fiammata di un interesse - che sia davvero sincero oppure no, che lo induca a tare qualcosa o no - e l'ombra guizzante dell'indifferenza che lo fa smettere subito dopo siano riflessi del mondo intorno a lui oppure indizi più profondi di quello che vuole veramente?
Tonio Schachinger - In tempo reale
Il paradosso del dolore è quello di inibire il pensiero e nello stesso tempo di promuoverlo rilanciando il processo creativo. Il compito dell'analista è quello di dare un luogo psichico al dolore del paziente, una casa, prima di tutto dentro di sé.
Biondo, D. (2015). Considerazioni finali: le risposte dell’analista al dolore. Dalla reazione all’elaborazione. In M.A. Lupinacci, D. Biondo, L. Accetti, M. Galeota, A. Lucattini, Il dolore dell’analista (p. 225). Astrolabio
Per riuscire a superare le reazioni difensive al dolore del paziente occorre, come abbiamo detto, che l'analista riesca a empatizzare con quel dolore. Empatizzare significa per prima cosa non reagire, ma stare e darsi tempo per riuscire a vedere oltre e cogliere il messaggio criptico che il dolore del paziente ci sta consegnando.
Biondo, D. (2015). Considerazioni finali: le risposte dell’analista al dolore. Dalla reazione all’elaborazione. In M.A. Lupinacci, D. Biondo, L. Accetti, M. Galeota, A. Lucattini, Il dolore dell’analista (p. 221). Astrolabio
Penso che quando il dolore trova un linguaggio, un codice per cominciare a essere comunicato, esso esca dalla dimensione solitaria e fisica di colui che lo soffre e di colui a cui viene consegnato, per immettersi nello "scenario pubblico" (Corrao, 1986). È proprio il riuscire a far uscire il dolore dalla condizione solitaria e di indicibilità e l'immetterlo nella dimensione della relazione con l'Altro a dare quiete.
Biondo, D. (2015). Considerazioni finali: le risposte dell’analista al dolore. Dalla reazione all’elaborazione. In M.A. Lupinacci, D. Biondo, L. Accetti, M. Galeota, A. Lucattini, Il dolore dell’analista (p. 217). Astrolabio
L’analista si soggettiva, in quanto analista, proprio se e quando riesce a stare con il dolore del paziente e con il proprio per il paziente.
Biondo, D. (2015). Considerazioni finali: le risposte dell’analista al dolore. Dalla reazione all’elaborazione. In M.A. Lupinacci, D. Biondo, L. Accetti, M. Galeota, A. Lucattini, Il dolore dell’analista (p. 214). Astrolabio
“Dolore dunque per chi è in analisi ma anche per l'analista; del resto non si può essere Virgilio se non si scende con Dante nell'Inferno.”
Gambara, A. (2015). Il dolore dell’analista. In M.A. Lupinacci, D. Biondo, L. Accetti, M. Galeota, A. Lucattini, Il dolore dell’analista (p. 194). Astrolabio
“[…] non è mai troppo presto per riflettere su quanto stiamo ingiustamente proiettando sui nostri figli.”
D.N. Stern & N. Bruschweiler-Stern (1999), Nascita di una madre. Come l’esperienza della maternità cambia una donna (p. 79). Mondadori