Scegliete Facebook, Twitter, Snapchat, Instagram e mille altri modi per vomitare la vostra bile contro persona mai incontrate. Scegliete di aggiornare il vostro profilo, dite al mondo cos’avete mangiato a colazione e sperate che a qualcuno da qualche parte freghi qualcosa. Scegliete di cercare vecchie fiamme, desiderando di aver agito diversamente. E scegliete di osservare la storia che si ripete. Scegliete il futuro. Scegliete i reality show, lo sputtanamento e la diffusione dei porno. Scegliete un contratto a zero ore, un tragitto casa-lavoro di due ore e lo stesso per i vostri figli, (...). Scegliete di non imparare mai dai vostri errori. Scegliete di osservare la storia che si ripete. Scegliete di riconciliarvi lentamente con quello che potete ottenere, invece di quello che avete sempre sperato. Accontentatevi di avere meno e fate buon viso a cattiva sorte. E poi, fate un respiro profondo. Siete dei tossici? Allora fatevi! Ma fatevi di qualcos'altro. Scegliete le persone che amate. Scegliete il futuro. Scegliete la vita.
Vorrei avere l'autostima della signora che compra tre confezioni di tisane drenanti, quattro pacchi di biscotti al burro e un vassoio di cannoli siciliani freschi, tutto con la stessa espressione di chi sta facendo una scelta coerente.
Comprendo ora che la vera forza mentale non è la meditazione, ma piuttosto non sentire le contraddizioni che ti guardano dal carrello.
Sbaglio o ti diverti un botto a fare pipponi mostruosi a supercazzola ? Ma ,nella vita reale, come sei? Sei sempre così , sarcastico e stronzo oppure ai un lato piu "morbido"?
Se sono sarcastico quando parlo con te è perché ritengo che tu abbia tutti i neuroni in servizio e quindi è bello avere una certa confidenza che mi permetta di prenderti in giro con ironia, stabilendo un implicito patto di complicità.
Oppure, perchè ti ritengo l'ennesimo/a subnormale incapace di mettere in fila tre parole senza sfoggiare abomini grammaticali e ti detesto talmente tanto che non me ne frega niente che tu lo sappia.
Buona fortuna nel capire quale delle due opzioni è quella giusta!
Ci sono calciatori che si giudicano dai trofei. E poi ci sono calciatori che finiscono per essere molto più grandi dei trofei stessi. Ieri sera il Portogallo è uscito dal Mondiale. Con quel fischio finale si è chiuso qualcosa che va oltre una semplice partita: si è concluso l'ultimo Mondiale di Cristiano Ronaldo.
Qualcuno ha festeggiato, qualcuno lo ha deriso. Qualcuno ha persino trovato il tempo di ricordare che "non ha mai vinto un Mondiale", come se una carriera si potesse ridurre a una casella rimasta vuota in un palmarès che la maggior parte dei calciatori può solo sognare.
È una strana abitudine, soprattutto dalle nostre parti: non ammirare chi eccelle, ma aspettare il momento in cui cade. Come se il fallimento altrui fosse una rivincita personale. Come se l'ossessione per il lavoro, la cura maniacale del dettaglio, la disciplina quotidiana e la voglia di migliorarsi fossero difetti anziché virtù.
CR7 ha insegnato che il talento può aprirti una porta, ma è il sacrificio a tenertela spalancata per oltre vent'anni. Ha dimostrato che il limite può essere spostato ogni giorno, con una dedizione che rasenta l'ossessione. Ha riscritto record e ha ispirato milioni di ragazzi a credere che il lavoro possa trasformare un sogno in una carriera irripetibile.
Un Mondiale non cancella cinque Palloni d'Oro, cinque Champions League, un Europeo, una longevità fuori da ogni logica e, soprattutto, un'impronta indelebile nella storia del calcio. Non cancella una carriera che lo ha visto dominare ovunque. Tra qualche anno qualcuno leggerà i numeri. Noi (o almeno io), invece, potremo dire qualcosa di molto più bello: Noi c'eravamo (io c'ero).
Abbiamo avuto la fortuna di vivere l'epoca di CR7. Di emozionarci, discuterlo, applaudirlo, ma soprattutto di assistere a qualcosa che difficilmente rivedremo.
Perché le epoche finiscono. Le leggende, invece, restano.
Ma tu, chi sei veramente? Quale è il tuo nome nel buio?
🎶... Siamo la risata dentro il tunnel degli orrori ... 🎶
Mi piacerebbe risponderti che lo stai chiedendo ad un uomo misterioso, carismatico, sguardo magnetico e voce calda da doppiatore di trailer hollywoodiani. Uno che legge poesia russa all’alba, corre al tramonto e nel mezzo salva startup in crisi con una mano mentre cucina piatti stellati con l’altra.
Ma la verità è che i social sono già sovraffollati di semidei con mascella scolpita e citazioni motivazionali in bio.
Io, più modestamente, sono un esemplare standard: caffè la mattina, ironia come meccanismo di difesa, talento naturale nel perdere le chiavi di casa e una certa eleganza che emerge solo quando inciampo con stile. Re incontrastato delle uscite infelici, campione olimpico di gaffe imbarazzanti e imperatore delle figure di merda.
Il mio fascino? Una via di mezzo tra l’insicurezza tenera di Bridget Jones e l’energia caotica di Danny DeVito nei giorni di vento.
Non prometto yacht, frasi da film, addominali in 4K o 30 cm di dimensione artistica. Offro conversazioni sincere, autoironia ben dosata e la rara capacità di ridere di me stesso prima che lo facciano gli altri.
In un mondo di filtri perfetti, sono la modalità “luce naturale del bagno”. Non abbaglio, ma almeno sono (un cesso) autentico.
Ah già, dimenticavo: ho un discreto talento nello scrivere delle cazzate immani.
So che lo stavate aspettando. Penso che tutti, prima o poi, si chiedano:
Tornerà?
Torno io?
Gli scrivo che mi manca o lo/la chiamo?
Chiamo con il numero nascosto e, appena risponde, riattacco? Oppure gli faccio domande tipo: «谢谢你? Quanto ci vorrà per formare la nuova legge elettorale? E dov'è il presidente del Consiglio eletto dal popolo? e il taglio delle accise? Credi più alle apparizioni o alle resurrezioni?»
Oppure cerco di renderlo/a infelice come il feticista che brama una scarpa da donna e deve accontentarsi di una femmina intera?
Perché, in fondo, "Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire e soffrire è soffrire. Essere felici è amare: allora essere felici è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto, per essere infelici, si deve amare. O amare e soffrire. O soffrire per troppa felicità."
E se torna è perché nessuna lo/a caga o perché ci tiene? E se non torna è perché non ci tiene o perché sta ripassando il Kamasutra con un'altro/a?
Io, però, mi sono fatto spesso domande simili anche su ser ed estar.
No, niente. Lui/lei non lo sa, ma fortunatamente per lui/lei io la risposta la so. Per tutt'e due.
Uno degli aspetti più fastidiosi dell'essere umano è la ridicola convinzione che non siamo responsabili delle conseguenze delle nostre azioni, come testimonia l'infantile disinvoltura con cui troppo spesso attribuiamo alla volontà del fato il disastroso esito delle nostre cazzate.
(Cit. Marco Malvaldi, da Il gioco delle tre carte)
- "Sai cos'è un Difensore centrale di impostazione"
- "Un centrale dotato di visione di gioco e che inizia l'azione costruendo dal basso"
- "Un regista arretrato, solo un regista arretrato, lo faceva Kaiser Franz nei '70. Perché due come te e me sanno cos'è un Difensore centrale di impostazione? È essenziale alla nostra sopravvivenza nel senso tifoso-curvaiolo-appassionato? No, allora cosa siamo?
- "Siamo... Che so? Siamo abbonati?"
- "Esatto, siamo abbonati. Siamo i sottoprodotti di un sistema che ci ossessiona. La mancata qualificazione, Palestra al Chelsea, Nico Paz a 60 milioni... queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono i break pubblicitari spacciati come pause per bere, i tifosi con il piatto del Bic Mac sugli spalti, il VAR che funziona solo per alcuni, i Mondiali a 104 squadre, tutta sta retorica su Leo Messi...
- "I braccetti difensivi.."
- "Gli attacchi posizionali"
- "Il Belgio di Rudi Garcia"
- "Fanculo Rudi Garcia! Garcia sta lucidando le maniglie sul Titanic. Va tutto a fondo, bello. Perciò vaffanculo tu e Gianni Infantino e quel cazzo di studio con Ibra, Henry e quell'hippie rinnegato di Lalas. Io dico: non qualifichiamoci pure ai prossimi. Io dico: smettiamola di voler essere vincenti in questo calcio. E io dico: dai, evolviamoci, le cose vadano come devono andare. Per me, eh. Forse potrei sbagliarmi. Forse Italia-Bosnia è stata una terribile tragedia"
Quindi sono un ectoplasma che deambula per casa in t-shirt molle & consunta degli Iron Maiden, pantaloncino corto sformato Boxeur des Rue, barba sfatta, pettinatura con le bombe a mano abbinata a delle occhiaie stile panda e ciabatte che strisciano.
L’ultima opera di Rebor, nome d’arte di Marco Abrate, 26 anni, nato a Savigliano, in provincia di Cuneo, ma torinese d’adozione, si intitola Cecità Diffusa. L’installazione raffigura un uomo coperto da un velo, i cui lembi lasciano scoperte solo le gambe (infilate in un paio di pantaloni rosa).
Cecità Diffusa - spiega Rebor - si ispira al romanzo La Grande Cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile del sociologo e giornalista indiano Amitav Ghosh, e alla frase “questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità?”». «Il titolo dell’opera - spiega l'artista - è chiaramente un messaggio: il sentire comune della gente è identico a quello di Don’t look up’ (il film con Leonardo Di Caprio e Jennifer Lawrence): “finché la crisi non mi riguarda personalmente, non è un mio problema”. Ma questo modo di pensare va a paralizzare la nostra capacità di agire e di salvarci in tempo, perché le conseguenze possono essere catastrofiche: inondazioni, tornado, siccità sono solo alcuni degli effetti della crisi climatica. Il glaciologo Olaf Eisen avverte che la fusione dei ghiacciai è un “grido d’allarme che ci esorta a cambiare la nostra vita”».
Le opere di Rebor sottolineano come sia importante stimolare le coscienze collettive attraverso l'arte, e quale genere di cambiamento psicologico dovrebbe avvenire nelle nostre menti per arrivare ad una efficace presa di coscienza sull’importanza di mantenere il già precario equilibrio dell’intero ecosistema del pianeta. «La crisi climatica è già in atto ma si può ancora cambiare. C’è bisogno di creatività». E conclude: «Non rimaniamo ciechi».
Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in un bazar gestito da cinesi, ché la diritta via era smarrita.
Entro e mi trovo davanti a un labirinto di settecentottantacinque corsie contenenti l'Universo conosciuto e buona parte di quello ancora da scoprire. Il paradiso del ciarpame. Il regno paradisiaco dell'inutilità epica. L'Eden della cacata mostruosa. Lo sconfinato impero della Cazzata Ipergalattica.
C'erano lampade a forma di fenicottero che nessuno aveva mai desiderato, ma che improvvisamente sembravano indispensabili alla sopravvivenza della specie. C'erano apribottiglie multifunzione in grado, presumibilmente, di aprire anche dimensioni parallele. C'erano migliaia di oggetti la cui funzione sfuggiva persino ai progettisti. Le luci al neon tremolavano come se fossero sotto interrogatorio e una zaffata di polietilene, PVC e resine termoindurenti mi investì con la delicatezza di un frontale in tangenziale.
Fu allora che la mia vita si incrociò con quella di una coppia con prole.
Lui aveva l'espressione di un uomo sconfitto da una lunga guerra di cui nessuno ricorda più il motivo. Lei spingeva un carrello già colmo di prodotti che, a un esame razionale, non sarebbero serviti a nessun essere umano.
In mezzo a loro avanzava il figlio. Avrà avuto cinque anni. L'età in cui si crede ancora alla magia. E infatti stava piangendo perché gli avevano negato un unicorno fluorescente a batterie.
Lei: “Dai un occhiata al bambino”
Lui: “È anche figlio tuo, puoi guardarlo tu”
Lei: “Io devo già tenere d’occhio quel coglione del padre”
Da qualche giorno noto, con una certa preoccupazione, che qui dentro nessuno ha più pubblicato una poesia di Alda Merini, una massima di Charles Bukowski o una citazione di Giorgio Caproni.
Una situazione grave, che rischia di compromettere l'equilibrio emotivo della comunità di Tumblr e l'andamento delle maree.
E sappiamo tutti che quando manca la poesia, il mondo si scolorisce & tutto si intristisce: le giornate, i pensieri, le piante sul balcone e persino i gruppi social.
Non potendo assistere inerte a questo declino spirituale, ho deciso di intervenire personalmente e colmare il vuoto. Mi assumo quindi la responsabilità di questa emergenza culturale e porto il mio modesto contributo: una poesia del Sommo poeta torinese Guido Catalano, intitolata "TU".
È un sacrificio che faccio per voi.
Non ringraziatemi. Anzi, se proprio sentite il bisogno di farlo, trasformate la gratitudine in silenziosa contemplazione. O in un bonifico.
Le Poste Italiane sono l'inferno in terra messo lì a ricordare che siamo inclini al peccato. Altrimenti non si spiega come mente umana possa concepire un simile guazzabuglio di procedure non funzionanti, protocolli fallaci, arredamento orrendo e 6 persone a lavorare di cui 5 arrotolano il gratta e vinci. Il tutto con una sovrabbondanza di un terribile colore giallo limone.
Insomma, mi arriva questo avviso di giacenza e già bestemmio come un pensionato veneto che ha solo cuori in mano e la briscola è picche. Mi reco con mestizia fuori dall'ufficio postale e c'è una coda che doppia Capo Horn. Nessuno sa chi è l'ultimo, i vecchi sorpassano i giovani, i bambini piangono, le madri si concedono per passare avanti in coda, i padri rubano autoradio. Si guardano in cagnesco, ognuno dice che è lui l'ultimo e dice agli altri che sono arrivati prima, litigano, urlano.
Mi siedo con la testa tra le mani e so già che non finirà bene.
Mentre aspetto il mio turno, vengo gentilmente coinvolto nell'analisi completa della situazione patrimoniale di una povera signora che sta chiedendo un prestito nel celebre "cubicolo riservato". Riservato a chi, esattamente, resta un mistero. Forse a chi è dentro, ma certamente non a chi è fuori. Ma care Poste Italiane, non vi ha mai sfiorato il dubbio che un cubicolo aperto sopra non trattenga solo il calore, ma lasci uscire anche ogni singola parola? Perché qui si sente tutto: entrate, uscite, debiti, rate, prospettive future e probabilmente anche il segno zodiacale della richiedente. A questo punto tanto valeva allestire un tavolo al centro dell'ufficio e trasformare la pratica del prestito in un dibattito pubblico con interventi dalla platea. Almeno avremmo potuto fare domande alla fine. Porco il mondo che ciò sotto i piedi! Mentre bestemmio sommessamente calcolo tutti i decimali del pigreco, quando finalmente tocca a me.
Mi presento al cospetto di 'sta figura mitologica metà essere umano e metà timbro, che vive dietro uno sportello protetto da vetri antiproiettile e da una pila di moduli alta quanto l'Everest. La signora inizia a digitare con una velocità del tutto paragonabile a quella di un posacenere alla finale dei 100 rana. Mi dà la raccomandata. È una multa.
Deus, è inutile che visualizzi e non rispondi. Dobbiamo parlare!
Esiste una strana forma di coraggio che esercitiamo ogni giorno e che quasi nessuno vede.
È il coraggio delle parole che pronunciamo nella nostra mente.
Le diciamo mentre guidiamo, mentre camminiamo, mentre aspettiamo un treno o osserviamo il soffitto nel cuore della notte.
Sono parole perfette. Chiare. Misurate.
Talvolta persino eleganti.
In quei dialoghi invisibili spieghiamo finalmente a qualcuno quanto ci abbia ferito. Difendiamo una scelta. Rivendichiamo un diritto. Dichiariamo un sentimento. Chiediamo scusa. Oppure pretendiamo le scuse che non sono mai arrivate.
Nella nostra immaginazione tutto funziona.
L’altro ascolta. Comprende. A volte ammette perfino di avere torto.
Poi arriva la realtà.
E la realtà è un luogo molto meno ordinato dei nostri pensieri.
Le persone interrompono.
Fraintendono.
Si distraggono.
(cit. Federico Quarta - "Le parole che non diciamo")