Vorrei imparare a suonare il pianoforte solo per suonarti questa canzone, e farti sentire, come i bravi musicisti, attraverso le note, l'amore che io provo per te.
Io ero un ragazzo che nella testa aveva solo il calcio e le scarpe consumate per le corse nel prato con gli amici.
Ero un ragazzo che amava le stelle e la scienza.
Ma quando, quella volta, incrociai il tuo sguardo, te, ragazza dai capelli sempre in disordine e un libro ogni giorno diverso sotto braccio, quando guardai i tuoi occhioni color nocciola, per la prima volta capii che io non avevo niente, se non il disperato bisogno di conoscerti.
Ricordo che amavo farti ridere perché avevi una risata dolce, che mi faceva sorride il cuore e avevi la capacità di farlo battere più forte.
Mi davi forza, ecco cosa mi davi.
L'energia, la certezza, che non avrei dovuto affrontare questo viaggio da solo.
Ero più alto di te e mi sentivo potente, amavo l'idea di proteggerti, ma senza te mi sentivo piccolo e fragile, mi sentivo come le foglie secche in inverno che, lentamente, sotto il freddo peso della neve, si spezzano, e non potranno mai più unire tutti i pezzi, per sempre.
Ricordo che al nostro primo appuntamento, andammo a mangiare la pizza.
Te la presi rossa, io 4 stagioni, te gli misi il pepe, io l'origano. Amavi la fanta, io la coca, ma decisi di prendere anche io la coca, per poterti dire che avevamo qualcosa in comune.
Ricordo che amavi gli abbracci, e io scoprii che amavo tenerti fra le mie braccia.
Ti piacevano anche a te le stelle, e io ti regalai un cannocchiale per poterti sentire più vicina a loro.
Ricordo che ogni sabato sera ti invitavo a mangiare dai miei, e te ti preoccupavi sempre di cosa indossare.
E mi domandavo perché ti facevi tante paranoie; per me eri come una farfalla, tutti potevano vedere la tua bellezza, tranne te.
E mi odiavo per non riuscire a farti capire quanto eri meravigliosa.
Ricordo che decidemmo di sposarci, e che le tue promesse mi fecero piangere come un bambino, e che giurammo di rimanere uno al fianco dell'altra, per sempre, finché la morte non ci separerà. E benedimmo il nostro amore, davanti a tutti coloro che volevamo bene.
Ricordo che ci facemmo tante foto, e che da quel giorno in poi ti piaceva sfogliare gli album fotografici per ricordare quel giorno meraviglioso.
Ricordo che andammo a vivere in una casa tutta nostra, che mi svegliavo la mattina e trovavo te al mio fianco, che la domenica ti portavo sempre la colazione a letto e quando andavo al lavoro, che partivo sempre prima di te, ti davo un bacio sulla fronte perché volevo rimanere incastrati tra i tuoi pensieri, fino la sera, fino a quando tornavamo alla nostra casa.
Ricordo che prendemmo la decisione di avere figli.
Ricordo che quando tenni in braccio i nostri gemellini, mi innamorai come quando vidi i tuoi occhi quel giorno, da ragazzo.
Ricordo quando gli insegnammo a camminare, quando facemmo la prima passeggiata in bicicletta tutti e quattro, quando insegnai a Marco a giocare a calcio e gli insegnai i segreti di un vecchio campione.
Ricordo che, attraverso loro, abbiamo vissuto di nuovo la nostra storia, dalla prima volta che ci chiesero di andare al cinema a quando presero la patente per il motorino, e poi per la macchina, e poi conobbero anche loro il vero amore e li lasciammo andare, ma mai troppo distanti da noi.
E ora, come ti avevo promesso più di 50 anni fa, sono qui al tuo fianco, a stringerti la mano, in questa fredda stanza d'ospedale.
Sono qui a portarti il tuo album fotografico che ami tanto, a raccontarti la vita dei nostri figli, e ogni mattina ti porto la colazione, perché da quando stai male, ogni giorno è diventato prezioso e importante come la nostra domenica.
Sono qui a baciarti la fronte, come facevo ogni giorno, ma ora più spesso.
È ora piango, perché col tuo ultimo filo di voce mi hai detto"grazie, mi hai insegnato che a volte, solo qualche volta, quando le persone dicono “per sempre”… Loro dicono davvero.“
-Alessia Alpi (Volevoimparareavolare)