Ti ricordo, sono ancora bella senza di te, ma ho gli occhi tristi e per quelli non esiste rimedio.
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@mellyn02
Ti ricordo, sono ancora bella senza di te, ma ho gli occhi tristi e per quelli non esiste rimedio.
Ἔρος δ’ ἐτὶναξέ μοι φρέναϛ, ὠϛ ἄνεμοϛ κὰτ ὄρος δρύσιν ἐμπέτων. Amore ha sconvolto la mia mente come un vento che, dalla montagna, si abbatte sulle querce.
Frammenti, Saffo (via egocentricacomeigatti)
Tutto passa. Passerai.
“Tieni. (╯._.)╯ εїз εїз εїз εїз εїз εїз εїз εїз. sono farfalle , mettile nel tuo cazzo di stomaco e amami ”
Sorridi-con-me (via perfettamente--sbagliata)
mimohsa
Versioni di Greco e Latino in classe
Leggi la versione
Rileggi quello che hai scritto, che recita più o meno così: “Non anche le case vicino il giorno discutiamo camminando?”
Pensavi di aver capito tutto ma una parola smonta tutta la tua teoria
Improvvisamente, dopo dieci minuti passati a fissare la frase e il vocabolario con le mani tra i capelli, capisci come si traduce
Trovi la frase fatta sul vocabolario
Manca mezz’ora e hai tradotto appena tre righe (sbagliate)
Chi ha naufragato trema anche di fronte ad acque tranquille.
Ovidio (via deafeninghush)
il mito di Eco e Narciso.
Tiresia dava responsi inconfutabili a chi lo consultava.
La prima a saggiare l’autenticità delle sue parole
fu l’azzurra Lirìope, che Cefiso un giorno aveva spinto
in un’ansa della sua corrente, imprigionato fra le onde
e violentato. Rimasta incinta, la bellissima ninfa
partorì un bambino che sin dalla nascita suscitava amore,
e lo chiamò Narciso. Interrogato se il piccolo avrebbe visto
i giorni lontani di una tarda vecchiaia, l’indovino
aveva risposto: «Se non conoscerà sé stesso».
A lungo la predizione sembrò priva di senso, ma poi l’esito
delle cose, il tipo di morte e la strana follia la confermarono.
Di un anno aveva ormai superato i quindici il figlio di Cefiso
e poteva sembrare tanto un fanciullo che un giovane:
più di un giovane, più di una fanciulla lo desiderava,
ma in quella tenera bellezza v’era una superbia così ingrata,
che nessun giovane, nessuna fanciulla mai lo toccò.
Mentre spaventava i cervi per spingerli dentro le reti,
lo vide quella ninfa canora, che non sa tacere se parli,
ma nemmeno sa parlare per prima: Eco che ripete i suoni.
Allora aveva un corpo, non era voce soltanto; ma come ora,
benché loquace, non diversamente usava la sua bocca,
non riuscendo a rimandare di molte parole che le ultime.
Questo si doveva a Giunone, perché tutte le volte che avrebbe
potuto sorprendere sui monti le ninfe stese in braccio a Giove,
quella astutamente la tratteneva con lunghi discorsi
per dar modo alle ninfe di fuggire. Quando la dea se ne accorse:
«Di questa lingua che mi ha ingannato», disse, «potrai disporre
solo in parte: ridottissimo sarà l’uso che tu potrai farne».
E coi fatti confermò le minacce: solo a fine di un discorso
Eco duplica i suoni ripetendo le parole che ha udito.
Ora, quando vide Narciso vagare in campagne fuori mano,
Eco se ne infiammò e ne seguì le orme di nascosto;
e quanto più lo segue, tanto più vicino alla fiamma si brucia,
come lo zolfo che, spalmato in cima ad una fiaccola,
in un attimo divampa se si accosta alla fiamma.
Oh quante volte avrebbe voluto affrontarlo con dolci parole
e rivolgergli tenere preghiere! Natura lo vieta,
non le permette di tentare; ma, e questo le è permesso, sta pronta
ad afferrare i suoni, per rimandargli le sue stesse parole.
Per caso il fanciullo, separatosi dai suoi fedeli compagni,
aveva urlato: «C’è qualcuno?» ed Eco: «Qualcuno» risponde.
Stupito, lui cerca con gli occhi in tutti i luoghi,
grida a gran voce: «Vieni!»; e lei chiama chi l’ha chiamata.
Intorno si guarda, ma non mostrandosi nessuno: «Perché», chiede,
«mi sfuggi?», e quante parole dice altrettante ne ottiene in risposta.
Insiste e, ingannato dal rimbalzare della voce:
«Qui riuniamoci!» esclama, ed Eco che a nessun invito
mai risponderebbe più volentieri: «Uniamoci!» ripete.
E decisa a far quel che dice, uscendo dal bosco, gli viene incontro
per gettargli, come sogna, le braccia al collo.
Lui fugge e fuggendo: «Togli queste mani, non abbracciarmi!»
grida. «Possa piuttosto morire che darmi a te!».
E lei nient’altro risponde che: «Darmi a te!».
Respinta, si nasconde Eco nei boschi, coprendosi di foglie
per la vergogna il volto, e da allora vive in antri sperduti.
Ma l’amore è confitto in lei e cresce col dolore del rifiuto:
un tormento incessante le estenua sino alla pietà il corpo,
la magrezza le raggrinza la pelle e tutti gli umori del corpo
si dissolvono nell’aria. Non restano che voce e ossa:
la voce esiste ancora; le ossa, dicono, si mutarono in pietre.
E da allora sta celata nei boschi, mai più è apparsa sui monti;
ma dovunque puoi sentirla: è il suono, che vive in lei.
Così di lei, così d’altre ninfe nate in mezzo alle onde o sui monti
s’era beffato Narciso, come prima d’una folla di giovani.
Finché una vittima del suo disprezzo non levò al cielo le mani:
«Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama!».
Così disse, e la dea di Ramnunte assentì a quella giusta preghiera.
C’era una fonte limpida, dalle acque argentee e trasparenti,
che mai pastori, caprette portate al pascolo sui monti
o altro bestiame avevano toccato, che nessun uccello, fiera
o ramo staccatosi da un albero aveva intorbidita.
Intorno c’era un prato, che la linfa vicina nutriva,
e un bosco che mai avrebbe permesso al sole di scaldare il luogo.
Qui il ragazzo, spossato dalle fatiche della caccia e dal caldo,
venne a sdraiarsi, attratto dalla bellezza del posto e dalla fonte,
ma, mentre cerca di calmare la sete, un’altra sete gli nasce:
rapito nel porsi a bere dall’immagine che vede riflessa,
s’innamora d’una chimera: corpo crede ciò che solo è ombra.
Attonito fissa sé stesso e senza riuscire a staccarne gli occhi
rimane impietrito come una statua scolpita in marmo di Paro.
Disteso a terra, contempla quelle due stelle che sono i suoi occhi,
i capelli degni di Bacco, degni persino di Apollo,
e le guance lisce, il collo d’avorio, la bellezza
della bocca, il rosa soffuso sul niveo candore,
e tutto quanto ammira è ciò che rende lui meraviglioso.
Desidera, ignorandolo, sé stesso, amante e oggetto amato,
mentre brama, si brama, e insieme accende ed arde.
Quante volte lancia inutili baci alla finzione della fonte!
Quante volte immerge in acqua le braccia per gettarle
intorno al collo che vede e che in acqua non si afferra!
Ignora ciò che vede, ma quel che vede l’infiamma
e proprio l’illusione che l’inganna eccita i suoi occhi.
Ingenuo, perché t’illudi d’afferrare un’immagine che fugge?
Ciò che brami non esiste; ciò che ami, se ti volti, lo perdi!
Quella che scorgi non è che il fantasma di una figura riflessa:
nulla ha di suo; con te venne e con te rimane;
con te se ne andrebbe, se ad andartene tu riuscissi.
Ma né il bisogno di cibo o il bisogno di riposo
riescono a staccarlo di lì: disteso sull’erba velata d’ombra,
fissa con sguardo insaziabile quella forma che l’inganna
e si strugge, vittima dei suoi occhi. Poi sollevandosi un poco,
tende le braccia a quel bosco che lo circonda e dice:
«Esiste mai amante, o selve, che abbia più crudelmente sofferto?
Voi certo lo sapete, voi che a tanti offriste in soccorso un rifugio.
Ricordate nella vostra lunga esistenza, quanti sono i secoli
che si trascina, qualcuno che si sia ridotto così?
Mi piace, lo vedo; ma ciò che vedo e che mi piace
non riesco a raggiungerlo: tanto mi confonde amore.
E a mio maggior dolore, non ci separa l’immensità del mare,
o strade, monti, bastioni con le porte sbarrate:
un velo d’acqua ci divide! E lui, sì, vorrebbe donarsi:
ogni volta che accosto i miei baci allo specchio d’acqua,
verso di me ogni volta si protende offrendomi la bocca.
Diresti che si può toccare; un nulla, sì, si oppone al nostro amore.
Chiunque tu sia, qui vieni! Perché m’illudi, fanciullo senza uguali?
Dove vai quand’io ti cerco? E sì che la mia bellezza e la mia età
non sono da fuggire: anche delle ninfe mi hanno amato.
Con sguardo amico mi lasci sperare non so cosa;
quando ti tendo le braccia, subito le tendi anche tu;
quando sorrido, ricambi il sorriso; e ti ho visto persino piangere,
quando io piango; con un cenno rispondi ai miei segnali
e a quel che posso arguire dai movimenti della bella bocca,
mi ricambi parole che non giungono alle mie orecchie.
Io, sono io! l’ho capito, l’immagine mia non m’inganna più!
Per me stesso brucio d’amore, accendo e subisco la fiamma!
Che fare? Essere implorato o implorare? E poi cosa implorare?
Ciò che desidero è in me: un tesoro che mi rende impotente.
Oh potessi staccarmi dal mio corpo!
Voto inaudito per gli amanti: voler distante chi amiamo!
Ormai il dolore mi toglie le forze, e non mi resta
da vivere più di tanto: mi spengo nel fiore degli anni.
No, grave non mi è la morte, se con lei avrà fine il mio dolore;
solo vorrei che vivesse più a lungo lui, che tanto ho caro.
Ma, il cuore unito in un’anima sola, noi due ora moriremo».
Dice, e delirando torna a contemplare quella figura,
e con le sue lacrime sconvolge lo specchio d’acqua,
che increspandosi ne offusca lo splendore. Vedendola svanire:
«Dove fuggi?» esclama. «Fèrmati, infame, non abbandonare
chi ti ama! Se non posso toccarti, mi sia permesso almeno
di guardarti e nutrire così l’infelice mia passione!».
In mezzo ai lamenti, dall’orlo in alto lacera la veste
e con le palme bianche come il marmo si percuote il petto nudo.
Ai colpi il petto si colora di un tenue rossore,
come accade alla mela che, candida su una faccia,
si accende di rosso sull’altra, o come all’uva
che in grappoli cangianti si vela di porpora quando matura.
Specchiandosi nell’acqua tornata di nuovo limpida,
non resiste più e, come cera bionda al brillio
di una fiammella o la brina del mattino al tepore
del sole si sciolgono, così, sfinito d’amore,
si strugge e un fuoco occulto a poco a poco lo consuma.
Del suo colorito rosa misto al candore ormai non v’è più traccia,
né del fuoco, delle forze, di ciò che prima incantava la vista,
e nemmeno il corpo è più quello che Eco aveva amato un tempo.
Ma quando lei lo vide così, malgrado la collera al ricordo,
si addolora e ogni volta che l’infelice mormora ‘Ahimè’,
rimandandogli la voce ripete ‘Ahimè’,
e quando il ragazzo con le mani si percuote le braccia,
replica lo stesso suono, quello delle percosse.
Le ultime sue parole, mentre fissava l’acqua una volta ancora,
furono: «Ahimè, fanciullo amato invano», e le stesse parole
gli rimandò il luogo; e quando disse ‘Addio’, Eco ‘Addio’ disse.
Poi reclinò il suo capo stanco sull’erba verde e la morte chiuse
quegli occhi incantati sulle fattezze del loro padrone.
E anche quando fu accolto negli Ínferi, mai smise di contemplarsi
nelle acque dello Stige. Un lungo lamento levarono le Naiadi
sue sorelle, offrendogli le chiome recise;
un lungo lamento le Driadi, ed Eco unì la sua voce alla loro.
Già approntavano il rogo, le fiaccole da agitare e il feretro:
il corpo era scomparso; al posto suo scorsero un fiore,
giallo nel mezzo e tutto circondato di petali bianchi.
Ovidio, Le Metamorfosi
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(via ilragazzodel95)
La mia anima gemella sarà su Kepler 452b, me lo sento.
(via unsorrisoaprimavera)
Se un ragazzo non vi scrive è perché non vi vuole scrivere, inutile inventare scuse. Tranne nel mio caso, ha sicuramente la batteria scarica.
unsorrisoaprimavera
(via unsorrisoaprimavera)
Quel giorno fui troppo lenta ad uscire da scuola e persi il tram. Il successivo sarebbe passato circa un'ora dopo, così ne approfittai per pranzare nella pizzeria vicino. Un odore di pomodoro e di mozzarella aleggiavano ovunque. Aspirai a pieni polmoni. “Che buono”, pensai. Mi sedetti da sola, nel primo tavolo libero che riuscii ad adocchiare ed ordinai una semplice Margherita. Mentre aspettavo notai un anziano signore sedersi nel tavolo di fronte a me. Era vestito in modo formale con in mano un vaso, ove cresceva una meravigliosa rosa e latra sorreggeva una piccola borsa. Aveva un timido sorriso sulle labbra. Il cameriere lo salutò, chiamandolo per nome; Antonio, e gli disse che gli avrebbe portato il solito. Capii che era un cliente molto abitudinario. La mia ordinazione era una delle ultime, così mi misi ad osservare la curiosa persona davanti a me; quell'uomo aveva qualcosa che mi affascinava. Estrasse dalla borsa una fotografia e la mise accanto al vaso. Il cameriere mi si avvicinò “Quello è Antonio. Ogni giorno, alla stessa ora, pranza da noi ed ordina sempre la solita Margherita con funghi. Non ho mai visto dimenticarsi la sua Rosa e la sua fotografia. Quello, ormai, è diventato il suo tavolo”. Guardai il cameriere e la mia curiosità mi spinse a fargli un paio di domande. “Come mai? Hanno un significato preciso quegli oggetti ?” Il ragazzo fisso l'anziano signore “ Sua moglie adorava la nostra pizza. Venivano spesso ad ordinare ed erano degli ottimi clienti. Si chiamava Roberta. Sua moglie, intendo. Ogni anniversario Amtonio gli regalava un bouquet di 365 rose, perfettamente contate, il suo fiore preferito, che rappresentavano i giorni dell'anno e simboleggiavano che lui l'aveva amata sempre, senza mai stancarsi. ” Il cameriere fece una pausa, ma il suo sguardo continuò a fissare il tavolo di Antonio. “Wow che romantico. Antonio ama davvero tanto Roberta” dissi, immaginandomi la scena e la gioia della donna al vedere quel meraviglioso regalo. “Venne un giorno, ahimè, che Roberta si ammalò gravemente di una polmonite. Si indebolì molto e dovette stare in ospedale ed un mese intero. Antonio andava sempre da lei e passava ore a stringerle la mano, ricordandogli quanto erano forte, insieme, e che avrebbero sconfitto ogni dolore. Gli portava fette della nostra pizza e gli regalava sempre una rosa. La salutava baciandole la fronte, e non lasciava mai la sua mano. La polmonite peggiorò e si portò via l'anima di Roberta, lasciando l'uomo con il corpo unanime fra le braccia. Il giorno in cui diverte volare in cielo era il loro anniversario, e lui gli porto un'unica rosa. Questa gli domandò il perché, con un filo di voce, rifà e tremante. Lui gli disse “Io ti amo, tesoro mio, come il primo giorno che ti ho incontrata”. Gli stringeva la mano e lei sorrise con i suoi occhi, che brillarono per l'ultima volta, lui le baciò la fronte, e le sue palpebre gli si chiusero per sempre, con un lieve sorriso sulle labbra e le loro dite incrociate.” Il cameriere mi porse un tovagliolo, solo allora mi accorsi che il mio viso si stava rigando di lacrime. “Nel comodino del letto d'ospedale rimasero una rosa e una fetta di pizza margherita. Era tutto ciò che rendeva felice Roberta. Da quel giorno, ogni giorno, Antonio viene da noi, ripetendo costantemente il suo tiro. Nella fotografia che sistema accanto al vaso, sono raffigurati loro due, che si tengono per mano, con in sottofondo un bouquet.” A quel punto il cameriere si allontanò per consegnarmi la pizza ed andare a servire i clienti appena arrivati. Fissai quell'uomo anziano, guardandolo pensai che il vero amore aveva il suo aspetto. E ne ebbi la certezza che esisteva.
Volevoimparareavolare (Scritta da me)
Io sto piangendo ragazzi aiuto
(via sognatricepersainunmaredinote)
Oh..
(via dovesinfrange-ilmare)
…dio mio
(via wahlverwandts)
😍😍
(via awesomeunhappystuff)
Oddio…
(via fuck-everything-fuck-everybody)
Ma oooh..
(via onlyinthisstorm)
*-*❤️
(via -iocicredoallinfinito-)
Piango da ore
(via stellainvisibile)
Piango.
(via mikiangelucci)
Piango..
(via amamipersempre-e)
…❤
(via ilmioparadisoseitu)
Bellissima
(via -justadropintheocean-)
Dolcissima e struggente.
(via laragazzachediseraleggeva)
Piangiamo tutti.
(via piccolaatsunamii)
Giuro che sto piangendo
(via adolescenza-01)
:)
Preferivo quando i segni me li disegnavi addosso; sai, quelli dell'amore sono visibili ma non dolorosi, quelli dell'indifferenza invece restano dentro, fanno male, bruciano.
Dopo di me non sarà più la stessa cosa, fidati. Non ho nessuna pretesa. Non ho nessuna particolarità. Gli occhi sono marroni, non ho mai la risposta giusta al momento giusto, i miei capelli sono insignificanti. Dopo di me, però, non sarà più la stessa cosa per te. Come faccio ad esserne certa? Ti sei guardato in giro? Di persone che amano come me ce ne sono rimaste poche, e di questo sono sicura. Non mi innamoro allo scoccare di ogni mezzanotte di sabati sera alcolici. Non mi innamoro mai, tranne una volta. Ti parlo, ti parlo tanto. Ti ascolto, ti ascolto tanto. Faccio l’amore piangendo e ridendo insieme. Forte, fortissimo. Lecco le tue dita e arrossisco. Penso a una serata tutta per noi e mi pervade quel senso di felicità che non mi apparteneva da molti anni, da quando ero piccola e mio padre e mia madre si baciavano davanti a me. Mi sforzo di capirti. Sono la tua amica con la gonna troppo corta per non provare un brivido. Ti faccio impazzire. Forse non mi ami ma io so di averti fatto impazzire. Con tutti i miei capricci, i miei sensi di colpa, le mie voglie, le mie perversioni, i miei occhi simili a tanti altri occhi ma così spesso languidi da volerci nuotare dentro. Tu sei pazzo di me. Adesso puoi anche andartene, e lo farai, eccome se lo farai, perché lo so che quelle come me fanno paura, eccome se ne fanno. Vattene, tanto mi sognerai per sempre. Tra vent’anni, una sera, ti ecciterai ancora pensando alla mia schiena nuda. Per te non sarà più la stessa cosa, dopo di me. Magari non mi ami, ma questo non vuol dire niente. Trovami una che ti guarda negli occhi come ti ci guardo io. E se la trovi mandala via, perché non sono io. Pentiti tra qualche mese e sappi che quelle come me amano così tanto da non essere capaci di perdonare.
Susanna Casciani. (via bel-culetto)