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@messaggioinbottiglia
Ma a volte sono debole. E scappo.
Per anni ho creduto – come del resto parecchi di coloro che da piccoli sono stati definiti coi termini, tra gli altri, di robustello o pienotto – che il dimagrimento fosse la panacea per qualsiasi problema. Perdere peso come speranza, teorema e religione. Mi ripetevo – strategia di sopravvivenza? Semplice suggestione? – che ogni questione emotiva, relazionale e addirittura morale si sarebbe serenamente dissolta, una volta raggiunta l'ambitissima tonicità fisica. Ebbene ora che in effetti ho una corporatura che si confà fedelmente a un'autoimposta idea di gradevolezza estetica – non scendo nel merito degli stardard, beceri e malsani, che foraggiano tale concezione – ho ben chiaro quanto in realtà la cifra sulla bilancia sia pressochè del tutto separata da ciò che avvelena la parte interiore dell'esistenza – specifico: della mia, di esistenza; non ho la presunzione per affermare che questo discorso, così delicato e astruso, valga per chiunque. Certo, il regolare svolgimento di attività sportiva mi ha donato importanti benefici sotto l'aspetto mai trascurabile della salute, sarebbe stupido non ammetterlo; d'altro canto, nelle profondità dell'animo giace ancora – immutata, da che ricordi – la medesima, esuberante sensazione d'inadeguatezza. Il succo alla fine è che non mi piacevo da robustello e non mi piaccio da asciutto.
Esco in terrazzo con l'accappatoio. C'è una brezza così gradevole e il mare si trascina stancamente. Mi accenderei volentieri una sigaretta, ma la verità è che non fumo. Allora – sono uno che si accontenta – prendo a osservare attentamente il luminoso tremolio di qualche stella. Prima di planare su questioni più ardite – come di consueto mi succede nel silenzio della partecipazione a scenografie meravigliose – lascio che il pensiero vaghi sopra una discreta quantità di piccole cose inutili eppure piacevolmente splendide. Ecco quelle su cui si sofferma per una dignitosa manciata di secondi: il ping pong, i pomodori secchi, gli oleandri, la ferrovia, i giochi di carte, gli alberghi stagionali e i brufoli. Soltanto alla fine, dopo ciò che è stato a tutti gli effetti uno spassoso carosello di immagini mentali, agguanto il prevedibile concetto di maggior lustro. Stasera tocca – sorpresa delle sorprese – alla solitudine, che scorporo, perlustro e reimpasto come viene. In particolare trovo l'idea in sè, alla conclusione dei miei orpelli psichici, noiosamente sontuosa e malinconicamente aspra. Prendo atto della valutazione – assolutamente insignificante – e torno subito agli elenchi delle piccole cose inutili, invero ben più soddisfacenti.
Intanto Kolchoz mi scruta dal bracciolo del divano. Domani non ho impegni e al mattino l'orizzonte sarà ancora al suo posto.
Questo e non pensare alla casella mail.
Ho solo voglia di sentire qualcosa.
Le cose vanno bene quando non ci si domanda come stiano andando.
Io non ho nemici.
È uno di quei giorni in cui non riesco proprio a capire cosa ci sia di bello nell'esistenza.
A un certo punto non ne parleremo più. A un certo punto ci scambieremo soltanto sguardi di circostanza. A un certo punto non farà più male.
Trent'anni
Vorrei non dover pensare più alla morte e al tempo che passa. Ai soldi che entrano, a quelli che escono; all'isolamento del mio spirito. Vorrei essere pronto a raccogliere questo dolore da terra, pronto ad abbracciare il mio animo, stringerlo e rassicurarlo. Vorrei dormire. E condividere una manciata di segreti. Bere ancora come a sedici anni, con quel timore e quell'eccitazione tipici dell'immaturità. Vorrei tornare indietro, correre via, scappare; rinascere. Guardare le persone della mia esistenza negli occhi e dir loro che le cose andranno bene. Che nelle increspature della sofferenza, osservando attentamente, si scorge l'affetto più intimo. Che è tutto lì il segreto: nello stare vicini senza inganni o illusioni; nella strana e indifesa capacità di provare amore.
Sono diventato bravo a dissimulare: ho annegato ogni espressione nell'oceano di una frivola cordialità.
Le lacrime hanno un saporaccio.
È ancora la solitudine. È ancora il vuoto. Ma questa volta senza poesia, brillantezza o conforto.
Ti cerco ma non voglio vederti.
Ti ricordi come pioveva la prima volta che ci siamo visti?
Rimaniamo allora. Restiamo. Fermiamoci. A costo di rimandare i baci, le carezze e l’amore.
Puoi non guardarmi, ma continua a sussurrare. Teniamo in vita quest’altare di placidità: un simulacro che galleggia sull’orizzonte di un oceano a specchio. Sii niente con me. Facciamo la parte delle gocce. Temerarie protagoniste di un temporale inafferrabile ed etereo. Cadiamo; precipitiamo; scivoliamo nel sentimento e nell'insondabile. Sorpresi a metà tra cielo e terra, tra occaso e alba, tra ieri e domani.
Ancora una parola; dopo sarà finito. Ancora una parola, l’ultima, e dopo sarà infinito.