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@ninoelesirene
NO.
(Ogni tanto, ricordarselo)
Gli amici veri rendono la nostra vita migliore non solo perché ci amano e ci difendono dagli altri, ma anche perché ci conoscono abbastanza a fondo da sapere quando è il caso di difendere gli altri da noi.
Se non ce li hai, sei sfortunato. E nocivo.
Quando l’amore chiede aiuto, si ascolta con entrambe le orecchie;
se manda segnali, si stringono gli occhi per mettere a fuoco;
quando affonda in un silenzio lungo, si articolano domande con la bocca bene aperta;
se batte i piedi e stringe i pugni, si resta fermi e gli si prende il viso tra le mani, con dolcezza.
Ogni amore chiede la complessità che offre; lo stesso ascolto, la stessa mira, la stessa frequenza, lo stesso appoggio. È la fragilità perfetta di tutto ciò che è organico.
Se li ricevi, restituiscili in cambio. Se non sai captarli o non li hai mai imparati, allenati. Se non ce la fai, cambia amore.
Ho a lungo creduto che la vita fosse solo un continuo, gigantesco sforzo di accettazione.
Con il tempo ho imparato, per dirla con Fossati, che si vive, anche, di lenta costruzione.
Ora so che il cammino verso la fine - o meglio: verso il fine - è più di tutto un progressivo, appassionato lavoro di riappropriazione.
Una ferita antica si è aperta nell’abisso come un vulcano sottomarino. Un anno fa ho registrato il rumore di quella lacerazione. Due lembi di crosta hanno ceduto, semplicemente perché era il momento. La Terra ha gridato il suo dolore, costretta sotto il peso dell’oceano da troppo tempo. L’acqua si plasma sui profili delle cose, prende la forma di ciò che incontra; è sottile, trasparente. Avvolge, ma pesa; brilla, ma inganna; ammicca e a tradimento non disseta.
Lo squarcio continua a buttare lava e non c’è niente che possa fermarlo. Sulla superficie è arrivata qualche bolla, poi altre e ancora altre, finché anche il bagliore del magma non si è fatto intravedere.
Da quella frattura potrebbe nascere un’isola. Spero sia terraferma, continente di cui sai definire i confini, a cui approdi e da cui riparti. Che lo strappo sia spiraglio.
Nessuna conversazione aperta, no. Solo una congiuntura di condizioni, una consonanza nell’ombra. Un’oscurità primordiale che entrambi conosciamo, in cui tutto è niente e niente è tutto. E il tempo è fermo. Un vuoto dolce, amaro, senza catene e senza fine. No, nessuna conversazione aperta, perché non abbiamo preso corpo in questa vita: serve la luce per disegnare il volume e rivelare il colore. La nostra era una familiarità atroce, che si nasconde oggi in piena vista, perché è figlia del buio, prima dell’alba cosmica. No, nessuna conversazione aperta, solo una lingua in potenza, che nessuno di noi pronuncia.
A volte dimentico che alcune persone sanno chi era mia madre. E le hanno voluto bene per conto loro, secondo un accordo affettivo tra le parti che non mi riguarda.
Non esiste solo un “dopo di te”, cara mamma. C’è un prima, fatto di tante storie oltre la parete, forme private e concrete che hai preso in vita e mantenuto nel ricordo degli altri da me.
Quando me ne accorgo, e integro l’idea che mamma era anche e soprattutto “Nedda”, “zia”, “la signora bella”, “il vicedirettore”, queste storie mi colpiscono come un flusso dorato. E mi sembri riacquisire la terza dimensione.
Le persone care sono un patrimonio condiviso, come lo è la loro assenza. Quando ami tanto, rischi di dimenticarlo, e cominci a pensare che la vita che ti circonda non abbia più a che fare con loro, che siano roba tua, custodita in solitudine.
Ma noi abbiamo tante vite quante sono le persone che ci ricordano. E se perdiamo la terza dimensione, spesso continuiamo a viaggiare in modi sorprendenti, su sentieri emotivi inaspettati, attraverso la quarta: il tempo.
Oggi sono 22, e non solo per me.
Il vocativo “amore”, cambiarlo con “terrore”.
Dire non mi piace, non lo voglio, mi fa rabbia, sono solo.
L’amore è un aeroplano, ma l’oceano è troppo grande. Vorrei parlarti dell’abisso, dove a volte si scompare.
Amare è sapere che
(Amare è sapere che) nessuno ci restituirà mai ciò che le persone che amiamo sono quando siamo disattenti.
poche volte si raccontano le cose col valore vero cocente delle parole che portano, forse solo quando le dici perché escano da te e basta, e non perché per forza abbiano risposta
e poi quando le dici a chi davvero sa raccoglierle, come un altro petto, da petto a petto, che le assorbe, una spugnetta di mare, che le amplifica, come mare.
tutto il resto, parola, storia, narrazione narrata tradotta interpretata, mi pare decada come lo zucchero che giri giri nell'acqua fresca ma lui si deposita in fondo, e non si scioglie mai.
La stazione Sant’Anna è la più vicina al centro di Perugia. Con mia madre ci passavamo davanti dopo aver lasciato l’auto a Piazzale Europa, per fare un giro dopo le sue terapie. Da lì è facile, con le scale mobili, raggiungere la salita di Sant’Ercolano, Via Baglioni e alla fine Piazza Italia. Di quelle passeggiate, in realtà, ho un ricordo vaghissimo. Tutto ciò che ne resta, come un bagliore inesauribile che attraversa le case basse, la merceria dove comprammo gli asciugamani che ancora uso a casa mia a Roma, la pasticceria con le meringhe giganti e la bottega con il lardo di Colonnata, è l’andatura di mia madre. Tutto è pieno del suo incedere divino, lento e solenne, anche nella malattia. Me la figuro di schiena, un passo avanti all’altro, con la giacca a vento aggrappata all’avambraccio sinistro, il gomito vicino al punto vita, le spalle dritte e il mento in su. Non vedo il viso, ma posso percepire le labbra socchiuse e gli occhi “nuotanti in un fluido azzurrino” nascosti dietro gli occhiali. Riesco anche, perturbando l’atmosfera rarefatta del ricordo, a immaginarla così ieratica mentre, invitta, pensa sorridendo: “con tutti questi scalini, mi verrà un sedere pazzesco”. Che bella mia madre, Venere drammatica e lucente.
Non bisognerebbe mai consentire alla tenerezza di correggere quello che non ci piace, ci ferisce o non è adatto a noi, perché quel tipo di tenerezza “correttiva” un giorno puoi giurarci che si trasformerà in rabbia.
Abbiamo solo questa vita per dirci la verità.
Ci sono molti motivi per cui mia nonna è stata miracolosa. Il più importante è averci trasmesso l’urgenza di essere antifascisti.
Quando muore un poeta,
Sento il rammarico della salvezza che non fu:
Una lettera, scritta con la penna buona,
Fermarlo per strada, dire solo “Come stai?”.
Siamo noi la sponda
Cui si poggia l’arte,
Quando naviga il dolore senza rischio.
Siamo noi la luce
Che l’orizzonte fa vicino,
Offrendo al cuore contorni in cui placarsi.
La poesia vince la morte,
Ma non vuole farlo sola.
Il 19 aprile celebro chi mi insegna l’interezza, senza la perfezione; la forza, senza l’aggressività; la bellezza, senza la vanagloria; la presenza, senza il controllo.
Il 19 aprile celebro chi mi insegna la famiglia, senza la parentela.
Forse dell’amore non andrebbe fatto sfoggio, ma esso ha bisogno di esistere oltre i confini della sua intimità, di non sentirsi nascosto. L’amore ama la luce e ovunque ci siamo trovati a negargliela, abbiamo sbagliato.