Noir Mercoledì Charlotte 🖤
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@noir-charlotte-again
Noir Mercoledì Charlotte 🖤
[ Quel che mi appassionava con te, era che tu mi facevi accedere a un altro mondo.]
Potevamo essere profondamente dissimili, non di meno sentivo che qualcosa di fondamentale ci era comune, una specie di ferita originaria - poc’anzi parlavo di esperienza fondatrice: l’esperienza della insicurezza. La cui natura non era la stessa in me e in te. Poco importa: per te come per me significava che noi non avevamo un posto sicuro nel mondo. Non avremmo avuto che quello che ci saremmo costruito.
Andrè Gorz, da Lettera a D. Storia di un amore
ph Dario Torre
/SittingOnTheDockOfTheBay2/ su fb
Grey rock
Dovete usare frasi corte, stando sul vago, facendo abbondante uso di frasi fatte, proverbi, principi generali. Usate sempre la forma impersonale, sorridendo se il contesto lo permette, ma soprattutto siate educati.
Escono di testa, giuro.
Sweet child of mine
Settimana scorsa è stata diramata l’allerta rossa circa le precipitazioni che si sarebbero abbattute sulla mia provincia durante il week end. Avevo un’agenda abbastanza pregna di impegni. Venerdì sera inaugurazione di un nuovo ristorante dell’amico della mia amica. Sabato sera da trascorrere nel locale dove sono stata il week end precedente e dove ho conosciuto dei tizi con i quali mi sarei dovuta rivedere. Domenica a pranzo da un’amica single insieme ad un suo conoscente che aveva invitato perchè le domeniche di chi ‘io guarisco da sola, non ho bisogno di nessun aiuto’ ti portano a volte ad elargire inviti a completi estranei (giuro, è il suo idraulico, e non è stato invitato per fini erotico/sentimentali) solo per non affrontare certi roboanti silenzi. Nel pomeriggio si sarebbero dovute aggiungere altre due persone per andare al centro commerciale a scegliere un televisore.
Di fatto, certi allarmismi che alla fine si sono rivelati comunque attendibili, in altri tempi non mi avrebbero fatto desistere dall’uscire e anzi avrebbero acuito il mio terrore silente di trovarmi sola con me stessa.
Inaspettatamente, venerdì pomeriggio ho annullato tutti gli impegni. Adducendo alle gomme lisce che non ho ancora avuto tempo di cambiare, al ciclo che anche sto mese mi sfracassa ovaie e cervello, al fatto che ‘se viene anche Tizio stavolta come al solito devo trattenermi da non tirargli un pugno in faccia quando per attirare la mia attenzione punta a un mio supposto difetto per farmi dire che non è vero e, attendendo la mia reazione, gli si gonfiano le mutande che lo vedo persino da qua’. Tesò, ste tecniche caldo-freddo su di me funzionavano una volta. Non adesso. Non più.
Credo di aver passato il più bel week end della mia vita.
Venerdì sera ho finito il libro. Non un libro. Il Libro. Trecentoquarantotto pagine di ‘no, aspetta, fammi sottolineare questa che poi me la rileggo’ Trecentoquarantotto pagine di ‘aspetta, fammi sedimentare sta botta che tutte insieme non le reggo’ Trecentoquarantotto pagine di ‘porca troia, come fa questa a saperlo’. Trecentoquarantotto pagine di ‘ma non è che questa ha scritto un libro su di me e io sono al Truman Show?’ .
Su questo però ci devo scrivere un altro capitolo.
Comunque, Chopin in sottofondo e sorsata di vino rosso ogni volta che appoggiavo la matita.
Sabato mattina ho pulito casa. ‘Guns n roses’ perchè sono i primi motivatori che il mio cervello ha sfornato appena gli ho chiesto ‘musica da aspirapolvere e straccio’. Non volevo sprecare tempo e neuroni a cercare qualcos’altro.
Mi sono preparata poi una torta al cioccolato. Mi sono impastata la pizza senza il desiderio di chiedere ad alcuno se ne volesse un po’. Chè finiva sempre così una volta. Avevo voglia di qualcosa. Me la preparavo. La dividevo con altri perchè mi sentivo in colpa di godere da sola di tanta lussureggiante gioia. Finendo sempre per trattenerne per me una parte talmente insignificante che restavo con una voglia se possibile esponenziata. La felicità di aver regalato qualcosa di ‘mio’ appannava tutto il resto. Persino la frustrazione di non essere neanche stata in grado io stessa di procurare alla sottoscritta una piccola gioia. Come potevo pretendere che qualcun altro lo facesse per me?
Dopo pranzo ho messo su un film. Ho dovuto poi rimetterlo daccapo perchè dopo i primi dieci secondi sono miseramente crollata. Due ore di morte apparente. Sono ‘risorta’ con una tale sensazione di benessere che avvertivo chiaramente il mio lobo sinistro farmi l’inchino con successiva standing ovation.
Avevo il cazzomene talmente inserito che alle lamentele delle amiche per le mie defezioni ho smesso di rispondere dopo aver mandato in serie un unico messaggio. “Sto bene, non vi allarmate, esco settimana prossima. Divertitevi” Stop. Nessuna altra giustificazione, nessuna discussione, nessun invito a rispettare le mie volontà.
Spoiler: quando non hai più paura dell’abbandono, nessuno ti abbandona più. Restano tutti attaccati perchè hanno bisogno di te più di quanto tu abbia bisogno di loro. (Quelli patologici, sia detto).
Ho passato il resto del sabato a mangiare cose che piacevano a me. Solo per me. Senza sentir nessun ‘buonissima la cosa che hai preparato, ma la prossima volta falla un pò più...un po’ meno...’.
Stocazzo. La prossima volta preparatevi le cose buone da soli. Che se io mangio una cosa che mi è stata offerta, magari pure fatta solo per me, per riconoscenza ti dirò che è buonissima pure se ho i conati dal disgusto. Perchè così si fa. Imparate.
Comunque, mi sarò vista cinque film in totale. Tutti belli perchè li avevo scelti io. Senza preoccuparmi se dovessero piacere a chiunque altro tranne che a me. Ho alternato pipponi esistenzialisti a commedie nostrane che ‘comunque il cinema italiano andrebbe rivalutato’.
Domenica mattina mi sono svegliata con una sensazione di pace e di leggerezza come non succedeva da....aspetta...non ricordo proprio l’ultima volta che mi sono sentita così in pace.
La giornata l’ho passata sotto le coperte a vedermi altri cento film, fino al tardo pomeriggio in cui mi sono fatta un idromassaggio di un’ora e mezza bevendo rosso e ascoltando musica classica e riti tibetani a random.
(E intanto: ma sul serio sei sola o stai con qualcuno e non ce lo vuoi dire?, ma sul serio non vieni? ma sul serio stai bene così? ma vuoi che vengo io da te? ...)
Fuori pioveva che dio la mandava, sentivo la strada diventare fiume e il fiume diventare mare.
Ma ho assaporato una sensazione di interezza che neanche pensavo potesse esistere.
Mentre sceglievo la musica, prima del bagno, ho avuto un flash assurdo. Nell’atto di sistemare le casse in bagno ho avvertito una bambina coi codini che zampettando sbatteva le manine in segno di gioia come quando dopo la scuola ti portano al luna park con lo zucchero filato. Non so come spiegarlo. So che prima o poi lo troverò narrato in qualche altro libro.
Avrà avuto otto anni, questa bambina. Per tutta risposta le ho rivolto una smorfia compiaciuta: te l’avevo detto che ce l’avremmo fatta.
Ha fatto più danni il non saper star soli che il fumo di sigaretta.
Esiste.
Esiste sai quella persona che ti ama incondizionamente. Esiste sai quella persona a cui piacciono gli stessi film che piacciono a te. La stessa musica, gli stessi libri, gli stessi scenari gotici. Quella che si emoziona proprio a quel punto della canzone che tu non sai come spiegare e non capisci perchè a nessun altro provoca quel tuo stesso rilascio di endorfine.
Esiste una persona a cui piaci come sei. A questa persona piace come ti vesti, come ti trucchi, come ti pettini.
A questa persona piace il modo con cui strabuzzi gli occhi quando leggi un passo che ti appartiene e ti domandi se ti è stato rubato o è un dono del cielo per farti capire che non sei sola al mondo. Quando tagli le carote e sistematicamente ti tagli un dito. Ride delle tue battute e ti preparara il bagno caldo.
A quella persona fa tenerezza quel rituale che ti appartiene e che permette al tuo Io di fare il cambio guardia con l’inconcio mentre nel frattempo inganni l’attesa con quel litro di caffè e quella prima sigaretta girata a cazzo.
Esiste quella persona che ti fa quadrare i conti, ti cambia la ruota quando buchi per strada o fa ripartire la caldaia che va in blocco mentre sei sotto la doccia.
Esiste quella persona che ti prepara le lenzuola pulite la domenica sera, per farti scivolare meglio quella tristezza di dosso tipica di quelle serate.
Esiste quella persona che ti redarguisce se hai sgarrato troppo e ti copre quando hai male alla pancia per l’indigestione di cioccolato.
Esiste una persona che ti porta al cinema, a cena, a ballare ogni qualvolta tu ne senta il bisogno.
Esiste quella persona che ti prepara la torta al cioccolato e ti conforta nei momenti più bui.
Non la trovi in un’app, al bar o al parco.
La trovi riflessa nello specchio ogni mattina. Ringraziala, cogliona.
A domanda rispondo
You met me at a very strange time in my life....
Elogio dell'umiltà
L’umiltà non fa rumore.
Camminavo con mio padre, quando all’improvviso si arrestò ad una curva e dopo un breve silenzio mi domandò: “Oltre al canto dei passeri, senti qualcos’altro?”.
Aguzzai le orecchie e dopo alcuni secondi gli risposi: “Il rumore di un carretto”.
“Giusto – mi disse –. È un carretto vuoto”.
Io gli domandai: “Come fai a sapere che si tratta di un carretto vuoto se non lo hai ancora visto?”.
Mi rispose: “E’ facile capire quando un carretto è vuoto, dal momento che quanto più è vuoto, tanto più fa rumore”.
Divenni adulto e anche oggi quando vedo una persona che parla troppo, interrompe la conversazione degli altri, è invadente, si vanta delle doti che pensa di avere, è prepotente e pensa di poter fare a meno degli altri, ho l’impressione di ascoltare la voce di mio padre che dice: “Quanto più il carretto è vuoto, tanto più fa rumore”.
Bruno Ferrero
"Adulto è colui che ha preso in carico il bambino che è stato, ne è diventato il padre e la madre.
Adulto è colui che ha curato le ferite della propria infanzia, riaprendole per vedere se ci sono cancrene in atto, guardandole in faccia, non nascondendo il bambino ferito che è stato, ma rispettandolo profondamente riconoscendone la verità dei sentimenti passati, che se non ascoltati diventano, presenti, futuri, eterni.
Adulto è colui che smette di cercare i propri genitori ovunque, e ciò che loro non hanno saputo o potuto dare.
E’ qualcuno che non cerca compiacimento, rapporti privilegiati, amore incondizionato, senso per la propria esistenze nel partner, nei figli, nei colleghi, negli amici.
Adulto è colui che non crea transfer costanti, vivendo in un perpetuo e doloroso gioco di ruolo in cui cerca di portare dentro gli altri, a volte trascinandoli per i capelli.
Adulto è chi si assume le proprie responsabilità, ma non quelle come timbrare il cartellino, pagare le bollette o rifare i letti e le lavatrici.
Ma le responsabilità delle proprie scelte, delle proprie azioni, delle proprie paure e delle proprie fragilità.
Responsabile è chi prende la propria vita in carico, senza più attribuire colpe alla crisi, al governo ladro, al sindaco che scalda la poltrona, alla società malata, ai piccioni che portano le malattie e all’insegnante delle elementari che era frustrata e le puzzava il fiato.
Sembrano adulti ma non lo sono affatto.
Chi da bambino è stato umiliato, chi ha pensato di non esser stato amato abbastanza, chi ha vissuto l’abbandono e ne rivive costantemente la paura, chi ha incontrato la rabbia e la violenza, chi si è sentito eccessivamente responsabilizzato, chi ha urlato senza voce, chi la voce ce l’aveva ma non c’era nessuno con orecchie per sentire, chi ha atteso invano mani, chi le mani le ha temute.
Per tutti questi “chi”, se non c’è stato un momento di profonda rielaborazione, se non si è avuto ancora il coraggio di accettare il dolore vissuto, se non si è pronti per dire addio a quel bambino, allora “l’adultità” è un’illusione.
Io ho paura di questi bambini feriti travestiti da adulti, perché se un bambino ferito urla e scalcia, un adulto che nega le proprie emozioni è pronto a fare qualsiasi cosa.
Un bambino ferito travestito da adulto è una bomba ad orologeria.
L’odio potrebbe scoppiare ciclicamente o attendere a lungo per una sola e violenta detonazione, altri preferiscono implodere, mutilando anima e corpo, pur di non vedere.
Ciò che separa il bambino dall’adulto, è la consapevolezza.
Ciò che separa l’illusione dalla consapevolezza è la capacità di sostenere l’onda d’urto della deflagrazione del dolore accumulato.
Ciò che rimane dopo che il dolore è uscito è amore, empatia, accettazione e leggerezza.
Non si giunge alla felicità attraverso la menzogna.
Non si può fingere di non aver vissuto la propria infanzia.
Non si può essere adulti se nessuno ha visto il bambino che siamo stati, noi per primi”.
Janusz Korczak
Ci sono donne che hanno il dolore come destino. A loro la schiuma porta la bellezza del sogno con la ferocia del disincanto.
Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò
Par exemple
Io non sono io Sono colui che cammina accanto a me senza che io lo veda; che a volte sto per vedere, e che a volte dimentico. Colui che tace, sereno, quando parlo, colui che perdona, dolce, quando odio colui che passeggia là dove non sono, colui che resterà qui quando morirò.
Juan Ramon Jimenez