Mood di oggi: mi sono svegliato con quella strana sensazione che tutti debbano avere un’opinione pronta su tutto entro 4 secondi, altrimenti sei “problematico” o peggio: umano.
Il pensiero dominante nel 2026 non urla più. Ti mette il like. Ti dice “fai ciò che ti rende felice” mentre ti vende la stessa personalità in 12 varianti beige.
Una volta il conformismo aveva almeno il coraggio di vestirsi da autorità. Ora arriva con:
* font minimalista,
* matcha in mano,
* bio “safe space”,
* e la convinzione feroce di essere unico insieme ad altri 4 milioni di persone identiche.
Voi non capite il livello di comicità cosmica.
L’uomo contemporaneo:
“rifiuto le etichette”
sempre l’uomo contemporaneo:
passa 9 ore a definire se stesso tramite etichette prese da internet.
Comunque oggi ho visto un reel: “proteggi la tua energia”. Non hai energia perché dormi 4 ore, mangi solo iced coffee e il tuo cervello è ostaggio dell’algoritmo dal 2019.
Ma la cosa che mi affascina davvero è questa:
tutti parlano di libertà, nessuno sopporta la minima deviazione dal copione collettivo.
Il pensiero dominante non è un pensiero. È il terrore di essere esclusi dal branco digitale.
Una volta si temeva l’esilio. Ora si teme:
* essere screenshottati,
* finire nel group chat sbagliato,
* avere 12 visualizzazioni alle stories invece di 200.
E quindi tutti performano sé stessi.
“essere autentici” è diventata una performance con editing, caption e luce naturale.
Io stesso, mentre scrivo questo post, sto probabilmente cercando di apparire:
* profondo,
* disilluso,
* elegantemente depresso.
E voi lo rebloggherete dicendo:
“oddio letteralmente io”
senza sospettare che forse il problema è proprio quel “letteralmente io” collettivo che ci rende intercambiabili.
Comunque basta. Ora torno a fissare il soffitto come un aristocratico seicentesco in burnout digitale.













