Arrivata alle 3 del 3 gennaio 2019 nella megalopoli - di oggi e di certo la più grande al mondo nei prossimi 10 anni - Karachi.
Doppio jet-lag, quello del viaggio con le relative +4 ore in avanti e quello della notte prima del viaggio, che non mi ha fatto dormire, se non due ore prima della sveglia alle 6.
Per fortuna ho viaggiato in super comodità.
L’incontro a Karachi è per la GCC di TCF, la Global Chapters Conference dei gruppi nel mondo che sostengono TCF. Dagli USA, dal Canada, da UK, da Norvegia, Italia, e ancora tanti altri si incontrano ogni due anni per visitare le scuole di TCF, vederne gli sviluppi, apprendere nuovi orientamenti e strategie e per scambiarsi esperienze, buone pratiche, consigli. E si fa “networking” che è così bello. Il lavoro di rete, di mettersi in rete. Stare insieme, aiutarsi e conoscersi.
Il programma del giorno “0” - la conferenza inizia ufficialmente domani - prevede la visita a una delle prime 5 scuole fondate nel 1996 a Karachi, nel mega slum “Machar Colony”, il più esteso del Pakistan, tra i più grandi dell’Asia meridionale. Un posto pazzesco, vicino al porto, un susseguirsi infinito di costruzioni - tutte abusive, l’intera area è di fatto fuori dal controllo delle autorità - senza fognature e con un sistema di approvvigionamento di acqua “manuale”, ovvero andando a prendersela nei punti in cui la si compra da chi possiede le pompe.
E un canale enorme pieno solo di rifiuti la attraversa, ma non scorre più alcun rivolo d’acqua. Un tappeto pallido e polveroso di plastica e altro di ogni tipo. L’abbandono e l’ostinata ricerca della sopravvivenza. Le abitazioni sono micro agglomerati di tre stanze una accanto all’altra, ciascuna con un piccolo cortile che funge da cucina e in ogni stanza ci vive un nucleo familiare. Una delle principali attività riguarda l’allevamento dei gamberetti e molti dei bambini e delle bambine fin da piccoli sono coinvolti nell’attività di pulizia dei gamberetti.
Le evidenti condizioni di degrado rendono questa zona una delle prescelte - 23 anni fa - per la realizzazione di una scuola TCF, che significa istruzione di qualità per questi bambini, per dare loro la possibilità di uscire dal degrado, aprire loro una chance per spezzare il ciclo dell’estrema povertà e innescare un cambiamento, un cambiamento positivo.
Di questo si parla con Riaz Kamlani, vice presidente di TCF responsabile per la didattica, pedagogo a sua volta, ci parla di metodo, approccio, obiettivi formativi, di come accrescere il rendimento di allievi e insegnanti e di misurazione dei risultati. Incontriamo anche la Preside di questa scuola, Fouzia Inam, lavora qui da sempre, ed è la memoria vivente di questa incredibile storia. Sono le insegnanti e le presidi che in prima persona coinvolgono la comunità, le famiglie una per una affinché i loro figli, e in particolare le bambine, vengano mandati a scuola. Sono loro ad occuparsi e preoccuparsi dei bambini e dei loro problemi se all’improvviso saltano la scuola, dietro ad ogni assenza c’è un motivo grave, di salute, della famiglia.
Questa scuola per quest’anno scolastico 2018-2019 è sostenuta grazie alle donazioni raccolte da Italian Friends of TCF, lo dice una targa che accoglie il visitatore all’entrata. Grandissima soddisfazione e commozione. Il lavoro di mesi in Italia, per costruire una rete di sostenitori e donatori tradotto in realtà. Vedere le classi piene di bambini che proprio qui sono circondati da cura, attenzione, professionalità, amore e dedizione riempie il cuore e ripaga di tutti gli sforzi.
Riaz Kamlani ci parla delle 5 “C” del modello di TCF, in inglese: “Conceptual Knowledge”, la capacità di sviluppare una conoscenza basata sulla comprensione dei concetti, non sulla lore memorizzazione passiva; “Communication Skills” , perché ciò che si apprende, se ben compreso deve poter essere comunicato; “Creative and Critical Thinking”, il pensiero critico, grazie alla presentazione di diversi punti di vista, non di una sola chiave di lettura e creativo perché ciascuno sia in grado di sviluppare una possibile lettura, soluzione o idea; “Confidence”, perché la fiducia in se stessi va nutrita e coltivata nel tempo, fin da piccolissimi e “Core Value” perché i valori vanno trasmessi e appresi.
Non vorremmo forse tutti una scuola così? Non è forse un modello ideale di allevare le future generazioni? E’ semplicemente geniale, funziona e i risultati parlano chiaro.
E si tratta di un diritto universale di ogni bambino, riguarda la lotta all’analfabetismo, di lavorare affinché ciascuno in questo mondo possa avere una chance di cambiare in meglio la propria vita.
E vale in Pakistan, come a Quarto Oggiaro, in Uganda come in Romania, in Brasile o in Argentina come in Nord America, e nel resto del pianeta. Non è forse così?
Io ci sono, questo è il mio spazio, affermarlo con assertività. Senza essere aggressivi, ma dicendo “io esisto”. Questo l’approccio per poter affrontare le folle in questa parte del mondo. Non annullandosi o tirandosi indietro intimoriti, ma affermando la propria esistenza.
Questo imparo da Dara Brodey, nuova “acquisizione” dell’Italian Chapter Italian Friends of TCF, che parla Urdu e che è la star della prima serata del giorno “zero” di questa GCC.
Suraya supporter da TCF Cleveland, Ohio mi dice: “concentrati su una singola cosa piccola, quella che ti sta più a cuore, e poi espandi”. Mi dà questo consiglio mentre racconto del mio progetto di turismo sostenibile in Pakistan. Mi dice anche che dovrei venire a stare qui un mesetto per tessere rapporti e contatti e osservare le varie realtà. E’ quanto vorrei fare in questo viaggio.
Incredibile viaggio, iniziato letteralmente due giorni fa, quando il 1 gennaio 2019 ho iniziato a pensare all’itinerario dopo la GCC e ad occuparmi di dove e come fare per logistica e alloggio. E qui, tutti mi stanno aiutando, nessuno si è sconvolto per questa mancanza di anticipazione e programmazione “preliminare”. Nessuno giudica, ognuno dà e mette il proprio, semplicemente e con gratitudine.
Desidero imparare a essere così, dare senza giudizio, ed essere grata.
E in questa prima serata in Pakistan - tanto per cambiare ho fatto l’una ora locale, che però sarebbero le 21 in Italia - mi sento grata, onorata ed emozionata. Il mondo è davvero aperta la porta. Si tratta di lasciarlo entrare.