Era accasciata contro il cancello di un'anonima casa di periferia, probabilmente abitata da una famiglia felice e per bene, padre impiegato, madre casalinga, due o tre figli sotto i dieci anni; la testa reclinata, a occhi chiusi, come un pensionato addormentato davanti alla TV, quello scricciolo di ragazza, ubriaca, stanca, disillusa, aspettava di essere salvata.
“Portami a casa, portami a casa” borbottò piano con urgenza all'assenza in strada. Il ramo di un annoso pino, costretto nell'angusto cortile della casa, accarezzava con la sua ombra sottile e pungente la sagoma della ragazza, illuminata dalla luce malaticcia del lampione, che regalava bagliori di dignità al triste abitino di paillettes nere che scopriva una squallida nudità, più volte generosamente offerta e saccheggiata.
I residui del trucco, messo a dura prova da lacrime e liquidi sulla cui natura era meglio non indagare -forse alcool, vomito o peggio- le macchiavano la faccia, facendola sembrare un clown desolato rimasto solo al centro di un circo senza più pubblico.
Teneva nella destra una collanina d'argento rotta, unico elemento di un qualche valore su quel marciapiede, languidamente, senza stringerla e muoveva lievemente la mano in un insensato su e giù che solo manteneva una parvenza di vita in quel corpo spento. L'altro braccio era appoggiato al pilastro di cemento grigio del cancello, un vano sostegno per la sua irrimediabile, ebbra instabilità.
Aveva mollato le scarpe di fianco a sé e, a giudicare dallo stato dei collant, le aveva tolte molto prima di lasciarsi cadere lì; in grembo teneva una minuscola borsetta, che probabilmente conteneva l'infinito -come tutte le borsette-, della cui esistenza si era già scordata, e i suoi capelli, accuratamente piastrati e tinti di un biondo che urlava la sua artificiosità, le coprivano malamente la spalla destra, deturpata da un grosso ematoma di un appariscente color viola porpora, sulla cui origine non si potevano fare che vaghe ipotesi.
L'uomo che passò di lì in quel momento, chiuso nella sua auto nera, la scambiò per un angelo caduto, forse con le ali spezzate; stava per fermarsi, quando si accorse che era solo una ragazza ubriaca e proseguì, un po’ sconvolto.
Dopo un po’, passarono altre due macchine, a poca distanza l'una dall'altra; nella prima c'era una coppia troppo impegnata per guardarsi intorno, e non la videro; nella seconda c'era una famiglia con due bambini, un maschio e una femmina, proprio come quella che forse viveva alle spalle della ragazza. La madre, osservandola, commentò pietosamente: “Povera bambina…”; il marito borbottò un assenso, i bambini continuarono a dormire e l'unico bagliore di compassione nato nella voce della donna, annegò miseramente nel sonno che allagava l'auto, come lo stoppino naufraga nel lago di cera sciolta di un mozzicone di candela.
Passarono due ore, e con loro un ragazzo in moto, palesemente fatto, che urlò qualcosa di incomprensibile e rombò oltre come un calabrone.
Passò un uomo a piedi, dall'altra parte della strada, troppo assorto per fermarsi: stava progettando una rapina in un supermercato e non riusciva a trovare un compagno di furto.
Passò un ragazzo in vespa che stava portando le pizze ad una famiglia appena tornata dal funerale della nonna, tenuto in una città lontana centinaia di chilometri; lui ovviamente era ignaro di tutto e pensava tristemente al nuovo cellulare che neanche la paga supplementare in pizzeria gli avrebbe permesso di comprare. La vide e -almeno lui- si chiese se fermarsi o no, ma l'appetitoso effluvio delle pizze che emanava, seppur debolmente, da dietro, gli ricordò che il suo prezioso carico si stava raffreddando rapidamente, quindi decise di evitare sgradevoli discussioni e di consegnarle al più presto.
Arrivarono i minuti prossimi all'alba e portarono con loro una giovane universitaria cinica della facoltà di giurisprudenza, reduce da una lunga notte in strada, tornando in città da casa, la sua casa lontana, con i genitori ormai vecchi e i fratelli, uno disoccupato e l'altro ossessionato dall'incombente esame di maturità.
La ragazza si fermò e osservò a lungo quella persona che sarebbe potuta essere lei, un po’ più sfortunata e ignorante, un po’ più bella e sfacciata. Poi aprì la portiera e le si avvicinò con sicurezza. La prese sotto le braccia e cercò di sollevarla; “Portami a casa, portami a casa!” Mormorò lei con un pigolio di pulcino caduto dal nido. “Su, su, alzati, che andiamo a casa!” Le rispose e sorprendentemente funzionò: la ragazza tentò maldestramente di alzarsi sui piedi appena velati dai collant a brandelli; era ridotta troppo male per riuscirci da sola, ma il suo debole tentativo aiutò almeno l'altra a sollevarla, a guidarla verso la macchina, e ad adagiarla sul sedile anteriore, dopo aver spolverato il vestito pieno di sassolini e aver recuperato le delicate scarpette negligentemente dimenticate vicino al cancello.
Una volta in macchina, le allacciò premurosamente la cintura e le sistemò i capelli con gesto materno, poi si sedette al volante e mise in moto. Non sapeva dove abitasse quella sbandata, ma era sicura che, se glie lo avesse chiesto, non sarebbe stata in grado di rispondere, quindi puntò direttamente verso il proprio appartamento, in un palazzo dall'altra parte della città. Ogni tanto la guardava, in tralice, e si chiedeva, incerta, cosa ne avrebbe fatto, rimandando sempre la decisione all'arrivo.
La ragazza, intanto, rimaneva immobile: forse dormiva, forse era svenuta, forse era meglio passare dall'ospedale, forse era morta… In quel momento, russò rumorosamente, svelando una congestione di lunga data e contraddicendo la propria femminilità, ostentata, denunciata, quasi urlata dalle unghie laccate di rosa, dai residui di rossetto e dalla profonda scollatura; l'altra sorrise e scosse la testa.
Erano quasi arrivate: mise la freccia e svoltò cautamente a sinistra, nella vecchia stradina buia dove viveva; cominciò a piovere lievemente, sul parabrezza, cimitero di piccole vite; sulle pozzanghere mai asciutte del vicoletto, sul dispiacere di una bimba che aveva appena trovato morto l'amato pesciolino rosso, sulla nuova compassione della sobria verso l'ebbra, della savia verso la folle, della sveglia verso l'incosciente.
Sotto un largo ombrello di seta nera, da maggiordomo di classe, le due, appoggiate l'una all'altra, si incamminarono verso il portone di legno graffiato e scolorito. Impacciata dall'ombrello, dalla pioggia, dall'ubriaca che le sonnechiava sulla spalla, dalla pietà per l'altra, dalla nostalgia per la famiglia appena lasciata, dalla borsa piena di inutili foglietti prudentemente conservati, fazzoletti usati, biglietti indistinguibili l'uno dall'altro e - forse - chiavi di casa, la giovane universitaria sopraffatta dal mondo aprì la porta e si trascinò all'interno del minuscolo ingresso, insieme a tutto quello che aveva addosso, rischiando di finire contro i bidoni della raccolta differenziata di tutto il condominio. Si accasciò sulla cassapanca impolverata vicino alla scala, tra un orribile vaso di fiori finti e uno scatolone sfondato; rimase lì qualche minuto a insultarsi mentalmente per essersi presa la briga di raccogliere quel povero cucciolo, figlio del consumismo e della cultura del suo tempo, ponderando nel frattempo se la fatica necessaria a salire i due piani di scale con il pesante fardello valesse il divano che l'aspettava - dato che avrebbe dovuto cedere il letto alla sconosciuta -, o se invece non fosse più conveniente restare lì, tra la polvere di decenni e i miseri resti di un'umanità di periferia. Si alzò faticosamente con un sospiro che svegliò il gatto del condominio, pacificamente acciambellato su un vecchio cuscino - con ormai più peli che imbottitura -, e salì le scale con passo pesante, tanto che più di una luce si accese nel palazzo, e più di una voce si levò a protestare, assonnata.
Arrivata all'appartamento, depose la ragazza su una delle sedie impagliate della cucina, e iniziò a pulirle pazientemente le gambe a cui rimanevano ancora attaccati polvere e sassolini; le lavò i piedi in una bacinella, sentendosi in parte Euriclea, in parte Gesù, poi la svestì, le mise un pigiama e finalmente la guidò verso il letto, quel letto per cui lei aveva sospirato per ore, sulla via del ritorno da casa, e che ora si lasciava sottrarre, in un afflato di compassione per quel povero relitto umano.
Dato che tutti i suoi libri e i suoi appunti erano lì, sulla scrivania, decise di rimanere e di schermare la lampada da tavolo con un canovaccio. Si mise a studiare su un quaderno disordinato, guardando di tanto in tanto quel corpo inerte nel suo letto che lasciava sporadicamente uscire una sonora ronfata, e si chiedeva che ne sarebbe stato, se avrebbe mai saputo il suo nome, se avrebbe dovuto lasciarla dove si trovava…
Una rondine mattiniera passò stridendo vicino al sottotetto, dove un altro studente dormiva, sognando la ragazza del secondo piano, che a lui non aveva mai pensato; in quel momento, due neonati gemelli strillavano all'unisono nella stessa culla e il gatto della vecchia sarta al terzo piano balzò sul morbido piumone della sua padrona, sostituendo lo scaldino ormai freddo.
E la vita continuava…