La musica migliore del 2019
ALBUM
1. Lana Del Rey, Norman Fucking Rockwell!
Il decennio che stiamo per archiviare ha visto trasformarmi da suo occasionale ascoltatore compulsivo (a partire dagli imprescindibili primi singoli) a fanatico seguace di Lana Del Rey. La mia ammirazione è stata ricompensata quest’anno da un capolavoro supremo che è anche l’apoteosi del suo personaggio, vero o costruito che sia (a tale proposito è scoppiata un’accesa diatriba innescata dall’artista stessa) e della sua estetica, a metà tra il divismo in bianco e nero della Hollywood dei tempi d’oro e il sogno affogato negli oppiacei dell’America contemporanea, a cui, questa volta, vuole arrivare come consolazione. Da «Your poetry's bad and you blame the news / But I can't change that, and I can't change your mood» (“Norman Fucking Rockwell”) a «Hello, it's the most famous woman you know on the iPad» ("Hope Is a Dangerous Thing for a Woman Like Me to Have – but I Have It") è tutto inconfondibilmente Lana e tutto innegabilmente bello.
2. Miranda Lambert, Wildcard
Devo tutta la mia passione per la musica country a Miranda Lambert, la regina del genere che mai delude. Stavolta, però, temevo il peggio al pensiero che, dopo l’inarrivabile capolavoro del 2016, il doppio album The Weight of These Wings, in cui era riuscita a sublimare in maniera mirabile il dolore del divorzio, una brutta discesa fosse inevitabile. Grazie a Dio, sebbene non come la precedente (ma come avrebbe potuto?), Wildcard è un’opera splendida, dai toni spesso allegri e scanzonati: la delusione ha lasciato il posto all’accettazione della vita per ciò che è, per come viene, per gli alti e i bassi di montagne russe comunque divertenti da affrontare. Dagli errori non si impara quasi mai, soprattutto in materia sentimentale, e la nostra, «innamorata dell’amore», continuerà ad inanellare, come ha sempre fatto, storie su storie, una tacca dopo l’altra della sua personale misura (“Track Record”), tanto Dio ha creato la candeggina per lavare ogni macchia, vera o metaforica che sia (“It All Comes Out in the Wash”). In fin dei conti, se l’amore continua a riservarti limoni, puoi sempre spremerli nel tuo drink (“Wildcard”) e brindare in onore d’una vita che è, tutto sommato, «pretty bitchin’» (“Pretty Bitchin’”).
3. Octo Octa, Resonant Body
Octo Octa celebra la dance music, la sua forza unificante e il suo incantesimo che scende come balsamo su corpo e mente, dando un party maestoso, aperto a tutti, in cui si balla, ci si bacia e si piange, come da missione della sua etichetta T4T LUV NRG. A te non resta, tra breakbeats incontenibili e synth esuberanti, che «move ya body to the sound» (“Move Your Body”) e sentire l’estasi venire.
4. Holly Herndon, Proto
Avete mai sentito un’IA cantare? In Proto ad insegnarglielo sono Holly Herndon e il gruppo di compagni chiamati a raccolta per questo ennesimo progetto sperimentale, che combina, per fini artistici, le potenzialità umane con quelle offerte dalla teconologia, con risultati a volte imprevisti e disorientati, che non fanno altro che aumentare il fascino di un’opera che funziona comunque alla grande a prescindere da tutto. Tra tante voci distorte, processate, manipolate, non si capisce più chi è che cosa, umano o robot. Ed è solo l’inizio.
5. Myss Keta, Paprika
Questo è stato senza dubbio l’anno della consacrazione di Myss Keta, fenomeno che, da milanese e fighetto, è diventato nazionale, a tal punto che su di lei si è detto e scritto di tutto. Comunque la si pensi, è indubbio che l’album dell’affermazione definitiva spicca davvero, anche grazie all’apporto di produttori italiani particolarmente ispirati (shout out to Populous) che spaziano dalla trap all’elettronica di tutti i tipi fino allo spaghetti western, senza che Myss, in splendida forma, faccia una piega. Dovunque la si metta, non sembra mai meno che splendida. C’è stato un periodo, quest’anno, in cui le mie risposte su WA non erano altro che citazioni della nostra presente e futura Sturm und Drang Queen.
6. Terror Jr, Unfortunately, Terror Jr
Unfortunately, Terror Jr è l’album pop perfetto, dall’inizio alla fine: produzione moderna ed impeccabile, ritornelli ficcanti e tutto il mondo d’oggi sotto la specie di canzonette facili all’orecchio. Dopo il primo ascolto non avrei mai detto che ci sarei tornato così tante volte.
7. DaBaby, Kirk
Nel giro di soli sei mesi, DaBaby è passato dall’essere un totale sconosciuto ad essere il rapper più ricercato con due album in un anno, uno più bello dell’altro, e il primo posto delle classifiche americane. Il suo segno distintivo è la velocità, sia delle tracce, sempre molto brevi, sia del flow devastante, che, con formula sempre identica (ma perché cambiare se funziona tanto bene?), trita tutto, beat e versi, dalla morte del padre a quanto si divori tutti gli altri in un sol boccone, come se fosse la stessa cosa. Non è mancanza di rispetto, è che il padre non l’avrebbe mai sopportato come piagnucoloso crybaby.
8. Tanya Tucker, While I’m Livin’
Vecchia gloria del country ormai quasi ritiratasi, Tanya Tucker decide, a dieci anni di distanza dall’ultimo album, di tornare e di farlo in grande stile con un’opera dirette e concisa che le sta talmente bene come un abito su misura che anche le cover sembrano scritte da lei (ed invece il suo nome compare tra gli autori di una sola canzone). Il viaggio non è stato facile e la voce ne porta le tracce (ed è per questo tanto più espressiva), ma, nonostante l’età, non è pronta a mollare, c’è ancora tanta strada da fare. Ma se il Signore venisse a bussare alla sua porta, sarebbe comunque sicura di aver ottenuto tutto ciò che voleva e pure di più (“The Day My Heart Goes Still”).
9. Megan Thee Stallion, Fever
È sempre un piacere quando un artista che apprezzi da tempo arriva alla consacrazione. Questa volta è toccato a Megan Thee Stallion, che con il suo colorito rap, fatto di riferimenti sessuali espliciti ad ogni piè sospinto e di un’irresistibile baldanza, si ricollega, da un parte, alla tradizione delle rappers indomite che l’hanno preceduta e, dall’altra, alla scena di Houston, sua città natale. Il caso vuole che mi piaccia spararla a tutto volume nelle mie traversate provinciali durante gli esami di maturità: l’estate è cominciata o sta per farlo ed io sono in modalità rich bitch.
10. The Highwomen, The Highwomen
Non ci sono solo le Pistol Annies. Quest’anno abbiamo salutato con fervore l’avvento di un altro supergruppo country femminile, The Highwomen, alla cui tavola affollata c’è posto per tutti e il pane si spezza insieme (“Crowded Table”). L’unico difetto dell’album, il messaggio socio-politico di canzoni troppo infuse, per i miei gusti, dello Zeitgeist, viene riscattato dalla scrittura brillante, grazie soprattutto alla sempre impeccabile Natalie Hemby, e alla celebrazione del country come genere, tra tutti, in cui la vita si riflette più naturalmente. Dopotutto il paradiso è un honky tonk e sulla bocca di ogni uomo morente c’è l’alleluia di un coro che canta con accento del sud (“Heaven is a Honky Tonk”).
EP
Hailey Whitters, The Days
Schacke, Met Her at the Herrensauna
Aurora Halal, Liquiddity
Koffee, Rapture
Bézier - 府城
Anz, Invitation 2 Dance
Mark Broom, Break 97
India Jordan, DNT STP MY LV
Rema, Rema
Violet, Visions
TRACCE
Rosalía, “Con altura”
Miranda Lambert, “Pretty Bitchin’”
Schacke, “Kisloty People”
Lana Del Rey, “Bartender”
Hailey Whitters, “Red Wine & Blue”
Myss Keta, “Le ragazze di Porta Venezia (Remix)”
Koffee, “Toast”
Jenny Lewis, “Heads Gonna Roll”
Shay, “Même pas bonne”
Madonna, “Medellín”










