Fatti nostri
La paura è che il giorno della proiezione ufficiale, il 7 settembre, in tanti potremmo svenire. Questo anno e mezzo è paragonabile a un bacino di raccolta di acqua piovana per abbeverare mucche e paesi adiacenti durante l’estate. Solo che a cadere non è stata acqua in questi mesi, ma qualcosa di più denso, sempre liquido, ma quasi amniotico tanto è stato il contatto con la madre di tutte le storie belle e terribili. La paura dura tutto il giorno prima, poi esplode la sera, quando l’indomani ci aspetta una giornata di “attività stampa” lunga, monotona e, per esperienza, a digiuno. Nonostante questo ci ritroviamo alle tre di notte nella casa affittata, come ventenni in campeggio a ridere di stronzate da ultim’ora a scuola senza pensare a una sveglia dopo solo quattro ore. La sveglia non suona, suoni tu un attimo prima. Vestirsi a Venezia è sempre stato un momento di regressione totale. Tu che non ti consideri vanitoso e che, da sempre, bestemmi le camicie per le braccia lunghe e i pantaloni non jeans per le anche altissime, ti ritrovi davanti a una valigia che non disfi mai durante i giorni veneziani, a tirare fuori tutto come un mago dal baule. E ti chiedi perché hai messo dentro dodici magliette e cinque polo, dieci mutande, calzini invernali. Perché . Poi corri all’armadio dove , non ricordi quando, hai appeso le camicie, quelle di un certo livello, che quando hai provato al negozio erano ideali per ogni evenienza e ora invece incolpi l’unico specchio del bagno che neanche la figura intera ti fa vedere. Ti arrendi all’unica cosa a cui vale la pena arrendersi, a quel minimo di lucidità che ti ricorda di essere solo un cazzo di attore che ha superato i quaranta e che non te ne deve fregare un cazzo di vestirti come vuoi, non stamattina, non perché vai sul telegiornale o in streaming su qualche colonna destra di qualcosa. Stasera sarà un altro discorso va bene, ci stai, ma stamattina, con la paura che hai di crollare da un momento all’altro sticazzi. In un ultimo gesto di recriminazione sociale ti metti anche il badge della mostra al collo come a dire “Oggi non si sparrucca, siamo maestranze, siamo i soldati del maestro e, l’eleganza, non è adatta in battaglia”.
Stare in una casa, muoversi da soli senza pick up, orari che stabilisci te, ormai le distanze del lido le conosci, ti fa sentire realmente i motivi per cui fai questo lavoro. Un misto di normalità e luci della ribalta a cui devi trovare la giusta “sfumatura di grigio”. Lo impari, film dopo film, questo lavoro lo puoi fare in maniera normale anche se ti pagano e in alcuni casi ti trattano come qualcosa di speciale. Di speciale questo mestiere e questo mondo, quando ti riconosci con chi lo vive come te, hanno solo il fatto di incarnare un gioco bellissimo in cui devi fare finta tantissimo di essere qualcun altro moltissimo. E ti pagano pure. Oggi lo sai che sei solo quello che porta la bandiera della banda. Ma solo perché sei quello famoso. In tanti avrebbero diritto a portarla. In tanti l’hanno raccolta quando è caduta e in tanti se la sono passata di mano in mano per proteggerla, pulirla e per rimetterla in bella mostra.
E la mostra inizia il suo “tocca a te”. Microfoni, schedule, minuti concessi, foto e caffè finti che solo annusi per non danneggiarti l’anima e non la pancia. Certi caffè, come fanno bene all’anima la possono pure distruggere. Hai lottato per interviste a tre, coi due attori dagli “occhi blu” perché lo sai che di sponda ti puoi divertire, approfondire, e poi sono pischelli, puri e terrorizzati a tal punto che a parte metterli in mezzo li puoi anche aiutare a finire una frase. Pensi “se li aiuti te pensa come stanno”. E invece niente, tassativamente, interviste tutti da soli. Allora ti siedi in postazione, saluti ormai i veterani delle postazioni, gente che conosci e riconosci, gente che ti sente dire le stesse cose per ore, da anni e ancora non t’ha menato. Ti siedi e pensi a Claudio. Alle cazzate che dirai perché se lui fosse stato seduto vicino a te, te le avrebbe fatte notare. Sotto a chi tocca, si alternano giornalisti che conosci e a cui implori uno stimolo in più perché odi ripeterti e anche perché parlare dei film , dopo averli fatti, è un’occasione per capirli di più, ti arricchisce sempre. Finiti i turni, perché di turni si tratta, si corre alla conferenza stampa ufficiale. Si cammina sereni, sotto un sole forte e benedici la scelta della polo e il deodorante a lunga tenuta, delicato, che non ti fa essere un muflone già a metà giornata. Non fai più caso al percorso che fai nel palazzo del cinema perché davvero, oggi è diversa. Oggi non conta niente l’esito del film, il consenso da ottenere, noi tutti la nostra battaglia l’abbiamo già vinta, siamo semplicemente in parata. Testimoniamo che fare cinema in questo paese è ancora possibile, a tutti i costi, in tutti i modi possibili. Non ti accorgi di nulla in quei giorni perché pensi a non svenire la sera quando partirà la canzone di Riccardo e il film sarà finito e pronto per vivere la sua vita. Solo a questo pensi.
Alla conferenza c’è poca gente. Sticazzi anche qua. La riempiamo noi la sala. tutti i guastatori prendono posto e iniziamo a parlare. Ci divertiamo perché siamo tutti schierati e adesso le “messe in mezzo” partono tranquillamente, basta saper usare il tasto rosso del microfono da “convention” con giusta rapidità e perfetta tempistica. Luca ci regala le pause più belle del mondo mentre cerca di far coincidere la sintassi con l’emozione e la lealtà con cui vuole dire il bene che questo film gli ha fatto conoscere. E’ la vittima ideale per una stanca testa di cazzo come me. Le ragazze sorprendono tutti. Sono ferme nei concetti, non banali e profonde. Poi Silvia inizia un mantra “è il maestro che ti riconosce e poi tu che riconosci il maestro”. Lo dice sei volte. Gli togli il microfono da sotto la bocca. Ma lei continua ancora guardandosi intorno. Alessandro sfoggia la sua eleganza anche nell’italiano che ha studiato evidentemente più di te. Lo provochi sottovoce ma non sente. “Parla come magni mortaccitua. Rivendica la strada da cui vieni” Non c’è verso, forse lui si salverà nella carriera che lo aspetta. Mentre parlano i produttori ti viene in mente un’immagine sepolta chissà da quanto. Conferenza dell’odore della notte, alla settimana della critica 17 anni fa. La domanda a Claudio di un giornalista giapponese. Ricordo solo lui che si alza e io e Giallini che ci guardiamo come a dire ecco fatto. E invece domanda altamente densa di significato e risposta degna della domanda stessa. Il problema è che non ricordo qual’era.
Si scappa ancora. Ecco cos’è la giornata di “attività stampa”, una fuga continua dai luoghi e dalle persone che ti guardano e ti domandano qualcosa. E sempre per raggiungere un altro luogo e un’altra schiera di persone. Ora tocca al “photocall”, una specie di teatrino, con tanto di palchetto, piccolo ma sincero, dove non c’è pubblico ma fotografi che sparano chiamandoti per nome moltissime volte. E via si scappa anche da li. E’ quasi fatta. Manca un pomeriggio abbastanza lieve di interviste con la stampa internazionale e poi radio3 alle 19.30 e poi a casa a vestirsi e poi meeting point e poi le macchine della delegazione e poi tappeto rosso. Questo è. Solo questo. Capitoli di una giornata che hai vissuto spesso con uno stress diverso e a cui non ti abitui mai anche ora che non c’è stress, c’è emozione pura, sentimento vero, quello che da anni nascondi con gli sms, quello che hai paura a far vedere in faccia cioè che non sei più abituato a farti leggere in faccia. Ma ora la faccia c’è, ce l’abbiamo messa in tanti, e nessuno si vergogna ad aver paura di svenire tra qualche ora. E ce lo diciamo tutti. Perché oggi è anche il giorno in cui arrivano tutti. Ma tutti davvero. La banda si riforma. E stasera scoppierà.
Non lo dico com’è andata. Non si scrive, non si può scrivere. Rileggo quello che ho scritto e penso che parlare di quei giorni usando la seconda persona singolare è da stronzi. Come se avessi paura a raccontare i cazzi miei e a quello che ho provato e che provo ancora. Non so nemmeno perché oggi, a distanza di tre-quattro giorni, m’è venuta voglia di raccontarli. Non è un tentativo di esorcizzare, non c’è nulla da esorcizzare. Non lo so. So solo che voglio ringraziare tutti quelli che hanno lavorato a questo film, prima, durante e dopo Abbiamo avuto un Capo con cui saresti andato dappertutto, è vero. Che ci ha insegnato il rigore, la dignità e il coraggio. E il coraggio dimostrato da tutti nello stare vicino a questo film e alla sua storia maledetta e benedetta segnerà l’inizio di qualcosa di nuovo per quello che facciamo. Perché di gente che il nostro lavoro lo ama e lo sa fare in questo paese ce n’è ancora tanta. E ne sta nascendo tanta altra ancora. Ecco perché ho scritto tutto questo. Per minacciare il sonno sovente di chi fa e di chi guarda il nostro Cinema.
Se una bandiera la portano in tanti, se cade, per terra ci rimane pochissimo.







