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Accesso e abuso: due grandi temi della patologia del dolore
Intervista a Guido Fanelli
Per approfondire il tema del #dolore non potevamo non parlare con il prof. Guido Fanelli, Direttore della struttura complessa Anestesia, rianimazione e terapia antalgica dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma e coordinatore della Commissione nazionale "Cure palliative e terapie del dolore" costituita il 13 maggio 2010 presso il Ministero della salute, con l’obiettivo di studiare le tematiche connesse all'attuazione dei principi contenuti nella legge n. 38 del 15 marzo 2010.
Professore, quali sono a suo avviso gli aspetti più innovativi della legge 38.?
Sul piano normativo, la legge italiana è all'avanguardia rispetto al resto d'Europa. Le innovazioni sono molteplici e partono dalla tutela dell’accesso ai farmaci, riconosciuta con l’art 1 che sancisce “il diritto del cittadino ad accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore” , un articolo che si riferisce al cittadino di qualsiasi età, compreso il bambino. Il concetto stesso di dolore è stato rivisitato: non è più considerato il sintomo di una malattia, ma una entità nosologica a sé stante, una patologia a parte. Le Regioni inoltre sono tenute ad organizzare due reti, una per la terapia del dolore e una per le cure palliative. Importanti sono anche le novità che riguardano la cartella clinica dove il medico ha l’obbligo di segnare la quantità del dolore provato dal paziente, le tecniche utilizzate e il risultato ottenuto. Ultima, ma non meno importante, la possibilità di prescrivere oppioidi in maniera molto più libera.
Curare il dolore è oggi un dovere prescritto dalla legge, ma è anche un impegno civile. Quali sono i passi ancora da fare in questa direzione?
Premesso che tutti gli atti normativi previsti dalla legge sono stati fatti, ora il cerino è in mano alle Regioni. Molte si sono già attivate. Manca ancora il passaggio fondamentale dell’informazione, sia al cittadino sia al medico. Il Ministero ha promosso una campagna di informazione per i cittadini sulle modalità e sui criteri di accesso alle prestazioni e ai programmi di assistenza in materia di cure palliative e di terapia del dolore, ma c’è ancora molto da fare. Come è emerso da un recente studio che abbiamo condotto, anche il medico stesso non è ben informato. Questo naturalmente rappresenta un problema serio in quanto i medici di base dovrebbero essere la prima risposta alla patologia del dolore. Se il cittadino ha un dolore cronico non dovrebbe andare in ospedale ma dal proprio medico di famiglia.
Manca inoltre la formazione, abbiamo già formato piu di 1500 medici di famiglia con dei corsi appositi, ma ancora non basta.
Cosa ci dice del problema dell’inappropriatezza prescrittiva?
L’appropriatezza prescrittiva è un obiettivo fondamentale di salute pubblica oltre che uno strumento di contenimento e razionalizzazione della spesa farmaceutica, basti pensare che oggi in Italia il mercato dei FANS è di quasi 600milioni di euro, quanto quello del paracetamolo, mentre gli Oppioidi hanno ancora un mercato che si attesta sui 120/130milioni di euro. Prima della legge 38 eravamo a 0,60 euro procapite, oggi siamo a 1,3 euro procapite. Questo vuol dire che ancora, dal punto di vista culturale, l’Oppioide è vissuto come una droga, è associato alla sfera della morte.
Oltre al problema dell’accesso esiste anche un rischio di abuso. Va nelle giusta direzione la NOTA 66 dell’AIFA che regola la prescrivibilità a carico del Sistema Sanitario Nazionale dei farmaci anti-infiammatori non steroidei che non devono essere utilizzati per più di 14 giorni in quanto possono causare problemi cardiaci e celebrali.
Qual è quindi la fotografia del dolore nel nostro Paese?
I costi diretti e indiretti del dolore in Italia hanno una prevalenza superiore a diabete e ipertensione, il paziente con dolore cronico sta mediamente a casa 15 giorni. Soffrono di dolore cronico non oncologico, dovuto a patologie quali osteoporosi, artriti o lombosciatalgie, il 26% degli italiani, mentre in Europa la percentuale si attesta sul 19%. In Italia il dolore cronico tocca 15 milioni di persone, con punte del 40% tra gli over 65 e incidenze ancora maggiori tra le donne.
Quanto è importante la figura degli specialisti?
La Conferenza Stato Regioni ha approvato un accordo tra Governo e Regioni sull'individuazione delle figure professionali competenti nel campo delle cure palliative e della terapia del dolore. Ha individuato anche i percorsi formativi ai fini dello svolgimento di attività professionale nelle strutture sanitarie pubbliche e private e nelle organizzazioni senza scopo di lucro che operano nelle'ambito delle due reti, inclusi i periodi di tirocinio obbligatorio presso le strutture. La nuova figura specialistica è quella del Terapista del dolore e sarà fondamentale per l’attuazione e per il successo della Legge 38.
di Serena Mingolla
da Morfologie n°12 del 2013
Riproduzione riservata
Intervista a Ignazio Marino
Senatore, dal 2010 al 2014 le manovre governative hanno ridotto il finanziamento della Sanità di 31 miliardi. Esiste un percorso che può riportare il nostro Servizio Sanitario a livelli sostenibili?
Voglio mettere subito in chiaro una cosa. Il Servizio Sanitario Nazionale è sostenibile se il governo del paese lo vuole sostenibile. E' una questione di scelte e di politiche che si vogliono mettere in campo. Lotta alla corruzione, rigore e trasparenza nella riorganizzazione, sanzionare chi spreca. La sanità italiana deve restare pubblica e per tutti, lo prevede la nostra Costituzione, eppure il governo Monti ha tagliato risorse ugualmente fra chi era stato virtuoso e chi invece aveva sprecato soldi pubblici. Un grande errore. Come è un errore pensare che per migliorare la sanità si possano alzare le tasse. Perché invece non ripensare ad alcuni investimenti, nel 2013 l'Italia preferisce comprare una flotta di cacciabombardieri F-35 e non garantire servizi alle persone. Per concludere un'azione semplice e immediata che potrebbe far risparmiare molto: interrompere la pratica troppo ricorrete dei ricoveri inappropriati per interventi chirurgici programmati. Ogni notte passata in più negli ospedali senza una reale esigenza ci costa circa 1000 euro. Intervenendo, potremmo risparmiare un miliardo di euro all'anno.
Nello scorso numero di Morfologie abbiamo pubblicato un articolo sul Rapporto 2012 di Meridiano Sanità. Ci ha colpito leggere cheil rapporto spesa sanitaria/PIL in Italia, evidenzia un gap di spesa molto rilevante con gli altri Paesi europei che, nella spesa pubblica pro capite, è ancora più significativo. Cosa ci allontana dagli altri modelli europei?
Purtroppo sono tante le cose che ci allontanano da modelli di paesi simili al nostro come Francia e Germania. A cominciare da quanto investiamo in salute, è vero, ma anche da come lo investiamo. Basti pensare che una medesima protesi d'anca in materiale ceramico ha costi che si differenziano addirittura dell''806% in diversi ospedali. Perché qualcuno la paga poco più di 200 euro e altri quasi 3 mila? Dobbiamo attuare una vera e propria operazione trasparenza, obbligare gli ospedali a pubblicare online gli acquisti del materiale, solo così chi spende cifre spropositate sarà costretto a spiegare cosa c'è dietro quella spesa. E poi taglio alle consulenze. Si è detto che i ticket erano indispensabili per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. Una vera e propria tassa sulla malattia che ai cittadini è costata 850 milioni di euro. Peccato che mentre si chiedevano questi soldi agli italiani si spendevano quasi 800 milioni di euro in consulenze. Inaccettabile. Bisogna tagliare gli sprechi, e non è uno slogan. Sprechi visibili come i 22 centri si analisi del Policlinico Umberto I di Roma, 21 in più dell'unico che sarebbe necessario.
A dicembre, Lei ha partecipato al sit in delle persone affette da SLA, che sono arrivate a Roma da tutta Italia con le loro famiglie, per ottenere delle risposte dal Governo in merito ai recenti tagli effettuati. Ritiene possibile che un Paese civile debba costringere persone affette da patologie croniche, gravi, altamente invalidanti a queste proteste?
Assolutamente no. E' inaccettabile che persone con problemi di salute gravissimi siano costrette a forme di protesta, anche estrema come lo sciopero della fame, per vedere riconosciuto il loro diritto ad essere curati. La dignità della persona e del malato deve essere al primo posto in un paese civile e democratico. Subito dopo il sit-in ho contattato il ministro della Salute Renato Balduzzi per offrirgli la collaborazione della Commissione d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale che presiedo.
Sono stati pubblicati i nuovi LEA - Livelli Essenziali di Assistenza che finalmente introducono l'assistenza anche per le malattie rare. Cosa pensa delle istanze introdotte dal documento?
Il tempismo con cui sono stati presentati i Lea, a camere ormai sciolte, non può che farmi pensare che questo è stato solo uno spot elettorale da parte del Ministro Balduzzi, candidato nelle fila di Monti. Ed è un'occasione persa: all'interno del disegno di legge veniva introdotta anche l'offerta dell'anestesia epidurale e dunque del parto indolore, una pratica che oggi viene garantita solo al 20% delle donne nel nostro paese. E' vero che venivano introdotte anche le malattie rare ma ricordiamo che c'è ancora molto da fare perché venga riconosciuta a questi pazienti l’esenzione dal costo per l’acquisto di farmaci di fascia C.
Sono oltre 5 milioni gli italiani che soffrono di malattie reumatiche, patologie croniche molte delle quali di origine a tutt'oggi sconosciuta, che hanno pesanti riflessi sulla qualità di vita di chi ne è colpito e rappresentano la prima causa assoluta d'invalidità. Come inserirebbe la nostra causa in una prossima agenda di Governo?
Quello delle malattie croniche è un problema sanitario primario, perché sono gravemente invalidanti e costituiscono causa di mortalità precoce. Costringono i pazienti e le loro famiglie alla difficile ricerca di strutture sanitarie adeguate, dove ottenere una diagnosi adeguata in tempi brevi, avere informazioni corrette e poter accedere agli eventuali trattamenti. Questi pazienti, di fatto, sono discriminati nel loro diritto di accesso alle cure. Una situazione inaccettabile che deve cambiare. Per questo è essenziale un lavoro che si focalizzi su un'assistenza altamente qualificata e organizzata in maniera da offrire un punto di riferimento costante, a cominciare da un lavoro sulle competenze più specifiche dei medici di medicina generale.
La gran parte dei pazienti reumatici è donna. Pensa che sia possibile individuare degli strumenti legislativi prima, e “reali” dopo, per conciliare le cure con il resto (tutela del lavoro, famiglia, ecc) e non perdere il diritto alla qualità della vita?
A Roma durante questi anni di giunta Alemanno sono stati tolti i sostegni, 50 euro per bimbo, a 200 asili nido accreditati. In questo momento ci sono 8mila famiglie che hanno chiesto di avere il proprio figlio ospitato in asilo nido e sono in lista d'attesa. Questo, evidentemente, e' un peso inaccettabile per le donne che troppo spesso si trovano a dover scegliere fra famiglia e lavoro. Se a queste situazioni aggiungiamo la malattia ecco che il quadro diventa decisamente allarmante. Destiniamo il risparmio generato dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne imposto dall’Unione Europea a interventi che ci aiutino a sostenere il percorso delle donne stesse per conciliare qualità di vita, lavoro e famiglia: sgravi fiscali, telelavoro, part-time verticale, ingressi flessibili, job sharing. E’ urgente inoltre programmare una reale attuazione della legge che istituì gli asili nido, che ha ormai 40 anni: è la 1044 del 1971. Secondo Cittadinanzattiva, tra il 1972 e il 1976 si sarebbero dovuti aprire 3.800 nidi pubblici. Fino al 1983 ne sono stati aperti 1.388; al 2007 ne sono stati aperti 3.184. In Finlandia, Norvegia e Svezia i nidi sono largamente finanziati. Lo Stato in Italia quanto spende? Secondo l’Istat circa lo 0,15% del Pil.
di Serena Mingolla
da Morfologie n°9 del 2013
vietata la riproduzione anche parziale
Cosimo De Bari e la medicina della rigenerazione
Quando realizziamo una intervista che ha a che fare con la ricerca, quasi mai abbiamo la sensazione che quello di cui ci parlano è vicino, tangibile e quasi a portata di mano. Questo non è avvenuto intervistando Cosimo De Bari. Il testo che segue è pieno di termini positivi ed accattivanti come “rigenerazione”, “restituzione”, “riparazione”, “indipendenza”, parole che ci piacciono e che ci fanno ben sperare. Buon lavoro Cosimo!
Cosimo De Bari è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Bari, dove si è specializzato in Reumatologia con il prof. Pipitone e il prof. Lapadula. Dalla Puglia raggiunge il Belgio dove ottiene una borsa di ricerca alla Catholic University of Leuven per il suo dottorato di ricerca (PhD), vincendo nel 2003 il “Rotary Young Investigator” della Royal Belgian Society for Rheumatology. Sempre nel 2003 Cosimo inizia a lavorare a Londra presso il Dipartimento di Reumatologia del famoso King's College London. Dal 2007 vive in Scozia dove ha la cattedra di Translational Medicine presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Aberdeen, primariato di reumatologia all’Aberdeen Royal Informary, e dirige il Gruppo di Ricerca in Medicina Rigenerativa nel Programma universitario di Ricerca Muscoloscheletrica. I suoi studi riguardano le cellule staminali dell’adulto e il loro impiego nella medicina rigenerativa e nella ingegneria dei tessuti. Al momento è impegnato nello sviluppo di terapie a base di cellule staminali per il sistema muscolo scheletrico in grado di rigenerare cartilagini ed ossa colpite da patologie come l’artrosi e l’artrite reumatoide. Questa ricerca sperimentale potrebbe in pochi anni rivoluzionare il trattamento dell'artrosi in una fase precoce riducendo in maniera significativa la necessità di operazioni di sostituzione delle articolazioni con protesi e incidendo in maniera positiva sulla qualità della vita dei pazienti.
Prof. De Bari, Le manca l’Italia?
Mi mancano i miei familiari ma vivo benissimo qui in Scozia. L’Italia è un bellissimo paese che visito molto volentieri.
La seconda domanda è forse un po’ banale ma riguarda il fatto che lei fa ricerca fuori dall’Italia. Rientra nella famosa fuga dei cervelli?
Il termine “cervelli” non mi è mai piaciuto. Lo trovo riduttivo. Parliamo invece di “persone” che vogliono lavorare, che nella loro vita hanno intenzione di raggiungere degli obiettivi e che mentre in Italia hanno difficoltà a sviluppare una carriera accademica, all’Estero trovano e colgono delle opportunità. Questo è anche il mio caso, sono una persona che lavora molto, tanto. Adoro il mio lavoro e lo faccio per passione.
Com’è fare il ricercatore nel Regno Unito?
Ho imparato ad apprezzare le modalità di fare ricerca all’Estero ed in particolar modo in Gran Bretagna. Anche qui bisogna trovare i fondi ma ci sono numerose opportunità di reperire risorse che provengono sia dal Governo sia dalle cosiddette “Charities” (organizzazioni senza scopo di lucro che raccolgono fondi sul modello di Theleton per intenderci!). Se si presenta un buon progetto i fondi a disposizione possono essere anche considerevoli.
Si occupa di ricerca sulle cellule staminali. Rappresentano il futuro della medicina?
Sono già in gran parte il presente. Oggigiorno ci sono numerosi studi clinici che si stanno svolgendo in diverse città del mondo anche se è difficile predire se porteranno a terapie di routine. Sicuramente rappresentano una parte del futuro della medicina come altre branche, sono una delle possibilità che si affacciano per i numerosi pazienti che non hanno avuto riscontri con le terapie tradizionali. Il vantaggio che deriva da queste ricerche potrebbe essere per esempio il re-impianto di tessuti che sono danneggiati in maniera permanente.
Ci spiega meglio di cosa si tratta?
Un esempio è quello a cui lavoriamo: i tessuti articolari danneggiati dall’artrosi. Oggi i trattamenti per l'artrosi sono in genere limitati ad antidolorifici e fisioterapia. Solo quando la malattia è in stato avanzato i pazienti sono sottoposti ad interventi di sostituzione dell’articolazione con inserimento di protesi. Queste persone vivono per anni con un aumento del dolore e della disabilità che ha un impatto negativo sulla loro qualità di vita. Noi stiamo cercando di intervenire in fase iniziale di malattia, quando il danno è ancora riparabile e le giunture del paziente non sono arrivate ad un punto di non ritorno. Quello che facciamo è rigenerare i tessuti in modo che siano normali dal punto di vista morfologico/anatomico e funzionale. In questo modo è possibile che le persone tornino a camminare, a muoversi ed anche di correre con i propri tessuti rigenerati.
Un esempio è quello del trapianto di condrociti autologi: esistono già 30.000 persone che hanno fatto questo tipo di intervento, molti sono sportivi professionisti. Questa è la medicina della rigenerazione, “biologica”, senza protesi, con materiali biocompatibili derivanti da cellule dell’uomo stesso.
Vuol dire che molto presto potrebbe non esserci più bisogno di interventi protesici.
Mi auguro che presto ci sia una riduzione della necessità di impianto di protesi articolari. Il grande vantaggio del ripristino biologico dei tessuti è che possiamo prendere delle cellule dal corpo del paziente o cellule compatibili, aumentarne il numero in laboratorio ed utilizzarle per creare della cartilagine o dell’osso. Questo tipo di procedura richiede manipolazioni extracorporee. Esiste poi una seconda possibilità a cui stiamo lavorando ed è quella di sviluppare terapie farmacologiche che vadano ad attivare le cellule staminali già presenti nelle articolazioni dei pazienti attraverso dei farmaci che possano attivare un processo intrinseco di rigenerazione nei tessuti articolari.
E’ possibile fare questo tipo di ricerca in Italia?
Certo, con mezzi adequati. Credo che in Italia il problema non sia la carenza di persone ma la carenza di mezzi. La ricerca oggi richiede tecnologie sofisticate ed avanzate e questo tipo di tecnologie richiedono fondi. Purtroppo l’approccio italiano considera la ricerca una perdita di fondi, un investimento a fondo perduto, mentre è una fonte di possibile profitto per esempio attraverso i brevetti.
Da ricercatore come si immagina le cure per le patologie reumatiche fra 50 anni.
La mia ricerca in Belgio oggi è diventata una terapia per il paziente, un prodotto cellulare approvato dall’agenzia per la regolamentazione dei farmaci in Europa, l’EMA (l’unico prodotto approvato come ATMP “Advanced Therapy Medicinal Product”) che è stato commercializzato, ed ora è anche rimborsato dal Sistema Sanitario del Paese. Il mio sogno è che anche i miei attuali studi sulle staminali possano diventare una terapia per l’artrite reumatoide e per l’artrosi in un futuro non troppo lontano. Si tratta di una ricerca che potrebbe rivoluzionare il trattamento dell'artrosi, una malattia articolare che oggi provoca dolore e disabilità a milioni di persone in tutto il mondo, e potrebbe ridare indipendenza e qualità della vita ai pazienti.
Da Morfologie n°9 del 2013
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