A partire dalla scuola elementare per poi arrivare fino alle medie, quando si studiava/ripassava il ciclo dell'acqua (per quanto riguarda le precipitazioni) improvvisamente ed inspiegabilmente, mi concentravo a tal punto sul discorso che credevo si sarebbero risvegliati in me dei poteri in stile Matilda (ci spero tutt'ora ma niente), oppure che mi sarebbe esplosa la testa per il sovraccarico (per la serie: cose probabili).
In particolare ero interessata alla parte riguardante le piogge acide.
Purtroppo nei libri le spiegazioni non erano approfondite, perciò la maestra/professoressa di scienze di turno doveva rispolverare le proprie conoscenze in merito per soddisfare a modo la mia curiosità .
Già di per sè il percorso dell'acqua era per me una cosa fantasmagorica, meravigliosa e incredibile e ok, figuriamoci la scoperta della pioggia acida.
Bella la pioggerellina eh.. Ma vuoi mettere con la pioggia in versione badass, luce dei miei occhi e rovina degli ombrelli?
Mi ricordo di aver guardato e letto attentamente ogni informazione presente sui libri e sulle schede in mio possesso, all'epoca.
Non riuscivo ad immaginare dell'acqua in grado di rovinare addirittura la pietra. Mi chiedevo se avrei mai assistito ad un fenomeno simile e quanta pioggia sarebbe dovuta cadere perché la scuola venisse rasa al suolo; quanto avrebbe resistito l'ombrello al contatto; se mi sarei sciolta come il cattivo nel film Chi ha incastrato Roger Rabbit se non mi fossi riparata da qualche parte.
Col senno di poi mi sono resa conto che sia stata una fortuna che un tale evento non si sia verificato, ma la mia curiosità di bambina è rimasta, seppur nascosta nei meandri del mio cervello.
Un paio di mesi fa non me la passavo benissimo. Non che prima fosse tutto rose e fiori ma la situazione era andata via via peggiorando.
I problemi mi seguivano ovunque, ero arrivata a credere che mi avessero impiantato un chip da qualche parte e che seguissero costantemente i miei spostamenti.
Per fare un esempio, da un bicchiere rotto per sbaglio potevano nascere liti interminabili (perlopiù a senso unico) durante le quali si prendevano in rassegna tutti i miei fallimenti passati, presenti e, per non farsi mancare nulla, pure quelli futuri. Li si catalogava accuratamente per poi formarne una sorta di elenco orale da stamparmi in faccia.
Era tutta una serie di ma avresti dovuto fare di più, così non è abbastanza, ma con te cosa devo fare, io ci provo e tu niente, eccetera.
I problemi mi seguivano, passavano attraverso chi mi stava intorno perché così mi sarebbero potuti ripiombare addosso come dei boomerang, piovevano dal cielo, sbucavano dal terreno ed alla fine io stessa mi ero trasformata in un problema.
Cercavo delle soluzioni ma sembrava che non fosse sufficiente, non giungevo mai ad una conclusione che fosse abbastanza buona, non sapevo dove sbattere la testa, dove ripararmi per riprendere fiato e poter mettere in ordine le idee, non sapevo che fare di me stessa.
Ho cominciato a sentirmi corrosa da tutta la negatività che mi circondava e che avevo assorbito, mi sembrava di lasciare per strada la tendenza a pensare positivo. Ho finito per attaccare al chiodo tutto ciò che mi aveva permesso di sopportare le situazioni difficili, sentivo di aver abbandonato un ombrello importante ma la mia forza era giunta al livello lombrico e perciò me ne stavo impotente sotto la pioggia mentre aspettavo mi distruggesse.
Camminavo, mangiavo, bevevo, uscivo, leggevo, disegnavo, ascoltavo musica ma ero sempre altrove con la testa. Pensavo di stare occupando un posto nel mondo inutilmente e che avrei dovuto lasciarlo ad un altro essere umano più meritevole, più umano e meno fallito. Mi definivo un fallimento con le gambe, un cucchiaio traforato, una sedia traballante. Inutile, da buttare, impossibile da riciclare.
Psy mi disse che ero depressa, mi vedeva spenta e grigia, convinta d'essere tutto ciò che di negativo ho elencato prima e temeva per i pensieri autodistruttivi che mi passavano spesso per la testa e soprattutto del fatto che mi sembrassero delle buone idee.
Le raccontai che un giorno, mentre aspettavo che il semaforo diventasse verde per attraversare la strada, pensai di fare un passo poco prima che il tram mi passasse davanti. Glielo dissi sorridendo, come fosse un pensiero logico, il più ovvio e naturale che potessi fare. Lo dissi a cuor leggero, come chi pensava di fare un atto sensato, che avrebbe tolto un peso a chi gli stava intorno e a se stessa.
Quando finii di descriverle la scena feci un sospiro di sollievo, immaginavo il momento e di come mi sarei sentita leggera subito dopo.
Mi mandò da una sua amica psichiatra (Psy è psicoterapeuta) perché cominciava a preoccuparsi che il suo aiuto non fosse sufficiente, diceva che la mia convinzione diventava sempre più forte e che temeva per i miei stessi ragionamenti.
Non ci andai mai. Elaborai una strategia alternativa, sembrava che cominciassi a ricordare dove era rimasto il mio involucro di aspetti e visioni positive ed ottimiste. Decisi di fare qualcosa o almeno di provarci. Per la prima volta seriamente, per me stessa.
Psy spesso mi ripeteva che l'ambiente nel quale vivevo non era l'ideale. Le persone con le quali ero costretta a stare a contatto le consideravo sopportabili a piccole dosi, altrimenti letali al pari del cianuro.
Cominciai cambiando casa e trasferendomi in un appartamento con altre due coinquiline. Feci tutto da sola e a volte con l'aiuto di Psy, ma per la maggior parte mi arrangiai.
Andai contro lo scetticismo e la negatività delle mie due parenti, sfidai le loro critiche e le loro ansie, il loro vittimismo e il continuo cercare di farmi sentire in colpa. Mi sentivo Hulk senza aver assunto un colore verdastro, in grado di fare breccia nel muro che in precedenza mi aveva bloccata e rinchiusa.
Sono uscita e mi sono sistemata, in barba agli oscuri presagi fatti dal parentame che non faceva altro che gufarmela. Quando Psy mi dice di essere piacevolmente soddisfatta del mio impegno e di essere orgogliosa, un po' sono d'accordo con lei.
Ho dimostrato di essere in grado di cavarmela da sola in tutti i sensi, di riuscire a prendere in mano i cocci e di ricompormi, di togliermi di dosso l'etichetta con su scritto fallimento a caratteri cubitali, ora devo solo (solo) tenerlo a mente.
Nonostante i problemi ci siano stati anche in seguito e ci saranno sempre, dovrò ricordarmi l'ombrello e la mia tuta anti negatività per far fronte alle difficoltà .
Sai cosa? Per sicurezza ci attacco le targhette con su scritto nome ed indirizzo, non si sa mai eh.