Scherzi telefonici, vuoti storici ed età di vita pt. 3: Tu eri chiara e trasparente come me...
Ero in bagno, era notte, e avevo appena finito di lavarmi le mani. Il santo iPhone 4S era poggiato su uno sgabellino in legno e vimini accanto alla tazza del cesso, quando ricevetti la notifica di Facebook:
Alice (Kim) ti ha inviato una richiesta di amicizia
/mepensa: E chi è questa? [vedo la foto del profilo] Ah è rossa. E carina.
Accettai la richiesta di amicizia, e siccome non avevo nulla da perdere perché non avevo idea di chi fosse, decisi di rompere il ghiaccio con un messaggio.
“Ci conosciamo o hai la Burgos?”
La prof. Burgos è stata la mia professoressa di matematica alle superiori. Nonostante io investissi impegno nullo nella sua materia la mia predisposizione mi faceva essere il primo della classe, e quindi ero noto tra le sue restanti classi come uno dei suoi alunni preferiti. Dicono perché lei stessa facesse propaganda. Alice però non aveva la Burgos, mi aveva semplicemente intravisto a scuola, ad oggi non so chi le abbia dato nome e cognome.
Se vi sembra l'inizio perfetto di un piccolo grande amore vi ricontestualizzo un attimo il momento storico. Questo post viene pubblicato tre giorni dopo, la notte del mio compleanno, a posteriori dell'ultima cosa che potessi mai aspettarmi di vederci accadere. Non credo di essere stato eccezionalmente furbo nel nascondere l'ennesima frustrazione in un post evidentemente truccato, ma per chi non si fosse soffermato, leggete le maiuscole.
Alice aveva tre anni meno di me, i capelli di un rosso intenso e la pelle bianca come la carta, tanti interessi grazie ai quali ci siamo potuti scrivere senza esaurire i pretesti, e una timidezza sconfinata, quasi pari alla mia. Ci passavamo accanto nei corridoi scambiandoci un'occhiata sperando al contempo che l'altro se ne accorgesse e il contrario di ciò; quando una volta trovai la scusa di prestarle un fumetto (grazie, Zerocalcare), ci passammo accanto come le altre volte, la fermai, le porsi l'albo, ci scambiammo un saluto imbarazzato e ci defilammo. Solo uno stupido con l'autostima sotto i piedi (e qui mi appare una freccia lampeggiante sulla testa) non si sarebbe accorto subito che le interessavo almeno tanto quanto lei interessava a me.
Alice aveva un'amica nella sua immagine del profilo, Junia, sua compagna di classe, e in quel momento anche sua migliore amica. Quando me la vidi partecipare al progetto del Concerto di Fine Anno ebbi la sensazione che mi si stesse parando davanti un'opportunità, o meglio, più opportunità, tutte passanti per la strategia iniziale dell’amico affettuoso. Di cosa si tratta? Parte delle dinamiche amicali sulla normalità delle quali non sindaco, accennate nel post precedente, consisteva in ragazzi del gruppo che si comportavano in modo estremamente affettuoso (gli inglesi direbbero touchy-feely) con le ragazze del gruppo, con una confidenza per me disarmante; tali atteggiamenti in un modo o nell'altro erano sistematicamente bene accetti, anche fuori dalla prospettiva di un eventuale coinvolgimento sentimentale. Io mi ero bruciato questa carta con il gruppo semplicemente non facendolo con naturalezza, ma Junia era un contesto totalmente nuovo, non aveva idee pregresse su di me.
Essere l'amico affettuoso con lei, oltre alla immensa autogratificazione, avrebbe potuto portare o all'ottenere il suo interesse sentimentale, oppure, seguendo uno stratagemma estremamente classico di giochi amorosi adolescenziali, all'ottenere la gelosia e di conseguenza l'interesse di Alice. Win/win. Junia per mia immensa fortuna rispose in pochi giorni ricambiando la mia prima cauta, poi decisa confidenza, e finii per diventare suo amico mentre con Alice mi scambiavo a malapena il saluto: abbracci, bacetti e selfie specchiandoci nello smalto nero del pianoforte a coda del conservatorio suscitavano in chiunque ci vedesse la reazione “Oh please, get a room!”. Io dal canto mio ero abituato a questi scambi di effusioni tra amici, e anzi ero stato messo in guardia dall'esperienza contro il leggerci qualcosa, e forse anche forte di questa normalizzazione continuavo in tutta convinzione a fomentare un'amicizia che si faceva sempre più fisica, davanti agli occhi di Alice che nel frattempo aveva iniziato a stare con noi in quanto amica di Junia. Quindi io lasciavo intendere ad Alice che mi piacesse Junia, mentre avevo detto chiaro e tondo a Junia che mi piaceva Alice. Cosa mai poteva andare storto?
Tra una ricreazione, un'uscita da scuola e un rientro per il Concerto, Gennaio si fece Giugno (sì lo so, sono tanti mesi per cucinarsi una ragazzina, ma era la cosa più bella del mondo). Le prime volte al mare erano scandalose con Junia, ma la tensione con Alice iniziava a crescere, finché un bel giorno in mezzo al mese, tornando dalla spiaggia, lei mi prese la mano.
La più grande, bella, fragrante, sincera emozione che io abbia mai tuttora provato. Il primo bacio inesperto, imbarazzato, genuino e timido del 14 Giugno quasi sfigura al confronto. Andai al mare solo con Junia il giorno dopo. Stemmo lunghi minuti stesi sul molo, lei sopra di me, a guardare le nuvole in silenzio, e io anche allora non ci lessi niente. Nulla era andato storto.
Passammo l'estate per capire cosa fossimo, a incontrarci clandestinamente (perché i suoi non mi avrebbero accettato, e soprattutto non così grande), a esplorare lunghi silenzi tesi prima di baciarci, a percorrere e forzare i confini dei nostri vestiti. Dopo quel primo bacio venne a casa mia una volta, con un trucco, stavamo per spogliarci a vicenda e comprimere chissà quante piccole prime volte in quella singola mezz'ora; avevo troppa paura di forzare la sua volontà, però, e non riuscii a sollevare quel maglioncino oltre l'ombelico, il che paradossalmente la inibì, dilazionando quel processo lungo mesi, fatti appunto di tante piccole prime volte. Gran parte di me è contenta che sia andata così. Tre mesi di corpi timidi e di menti ancora più timide che conoscevano l'altro e piano piano si affidavano ogni intimità, fisica e mentale. Tre mesi passati al telefono ogni notte per ore, a raccontarci tutto l'uno dell'altra e a dirci carinerie vacue, le più importanti (chiamavo il suo cellulare dal fisso di casa, fingendo di ignorare che stavo caricando una tariffa enorme: a settembre arrivò una bolletta con surplus di €200). Rifarei tutto per quei tre mesi? Probabilmente sì.
Poi venne l'autunno, e con l'autunno la scuola. I nostri incontri clandestini si prolungarono negli ingressi, nelle ricreazioni ad esplorare gli anfratti del liceo. Ma incombeva su di me un'ombra che quella meravigliosa estate era riuscita a farmi dimenticare, ma che nulla avrebbe potuto con tanta facilità spazzare via. Ogni giorno tornava a sedersi, a pochi banchi dal mio, Ginevra (Frail, Victoria, avete presente). Dimenticarmi letteralmente della sua esistenza mi aveva regalato un'estate fantastica, ma il tempo delle mele era finito lì.
Il dolore che avevo provato per lei mi aveva portato a volerla fuori dalla mia vita, ma Ginevra, nella sua volontà (non azzardo bisogno) di essere amata da tutti, non avrebbe mai potuto accettare di essere rimossa, né tantomeno di vedermi scomparire. Solo ora posso capire questo suo rifiuto. Ricominciammo a scriverci ogni tanto, a incontrarci, e nel tempo che passavo con Alice mi facevo piano piano più opaco. Una volta, abitando loro vicine, mi fermai a pranzo da Ginevra per poi passare il pomeriggio con Alice; tornato a cena da Ginevra questa mi convinse a restare a dormire da lei. Era un simbolo di riconquistata amicizia per lei, mai sarebbe potuto essere altro: spesso e volentieri avevamo dormito in gruppo a casa sua, quindi io al solito non ci ho letto niente. Commisi l'errore di non dirlo subito ad Alice, fino alla mattina successiva, creando dei giusti sospetti.
Non riesco ormai a ricostruire la consequenzialità dei fatti, e questo mi mortifica. Ad un certo punto dissi ad Alice che la amavo, un primo “ti amo” insicuro e poco convinto, lo sentivo come necessario. Lei mi amava già, io ero già distratto, una maledetta distrazione di cui nemmeno mi accorgevo, che ingrigiva le emozioni e toglieva i pensieri e le cose belle. Un giorno, senza sapere o capire perché, commisi l’harakiri relazionale definitivo: confidai all'amica più stretta di Alice che provavo ancora dei sentimenti per Ginevra.
Il suo volto in lacrime quel pomeriggio all'Open Day fu la cosa più dolorosa. Avevo preso la sua beatitudine e l'avevo infranta contro i miei complessi, solo per un tentativo inconscio di disfarmi di lei. L'ingenuità sentimentale, l'innocenza e la fiducia per cui forse senza saperlo l'avevo amata prima non avrebbero mai più fatto ritorno nei suoi occhi. Una parte di me perde tempo a pensare che lì, in quel momento avrei dovuto lasciare che finisse, e limitare i danni. Ma ancora una volta ero troppo insicuro per vedermi senza di lei, le volevo troppo bene per pensarla lontana da me, senza un'occasione per riparare. Lei aveva trovato non so quante cose in me in quei mesi, e sebbene in quel momento le avesse perse tutte, si aggrappava a me nella speranza di ritrovarle. Dipendevamo già l'uno dall'altra, eravamo giovani, deboli e ci sentivamo soli. La nostra relazione morì quel giorno, ma noi ce la saremmo portata dietro per anni.













