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@susieporta
Che cosa ha risvegliato in me ciò che è accaduto, e che cosa scelgo di farne adesso?
✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie
Ci sono momenti nei quali tutta la nostra attenzione rimane rivolta verso ciò che l’altro ha fatto. Perché mi ha lasciato?
Perché mi ha tradito? Perché mi ha trattato così?
Perché non ha capito? Perché non mi ha dato ciò che avevo bisogno di ricevere? Sono domande legittime. Talvolta necessarie. Perché ci sono responsabilità che vanno riconosciute. Ci sono gesti che feriscono realmente. Ci sono parole, abbandoni, tradimenti, violenze, omissioni che appartengono alla responsabilità di chi li ha compiuti.
Comprendere la nostra parte non significa cancellare quella dell’altro.
Ma può arrivare un momento nel quale continuare a domandarci soltanto chi è stato il colpevole del nostro dolore non ci porta più avanti.
Possiamo conoscere perfettamente ciò che l’altro ci ha fatto e continuare a non sapere che cosa sta accadendo dentro di noi. È allora che la domanda cambia. Non più soltanto:
«Che cosa mi è accaduto?» ma:
«Che cosa ha risvegliato in me ciò che è accaduto?» Perché un avvenimento non entra mai in una terra vuota. Incontra una storia. Una paura.
Un desiderio. Una ferita precedente. Un bisogno di essere riconosciuti. Una parte di noi che avevamo dimenticato.
Talvolta un abbandono risveglia una paura molto più antica dell’abbandono presente.
Un tradimento può raggiungere il punto nel quale abbiamo sempre dubitato di essere abbastanza.
Un rifiuto può riaprire la domanda: «Sono degno di essere scelto?»
Una relazione può farci incontrare un desiderio di tenerezza che non sapevamo di avere.
Un incontro può persino risvegliare una parte viva di noi che era rimasta a lungo nascosta.
L’altro, quindi, non è necessariamente la causa di tutto ciò che sentiamo.
Può essere stato il luogo nel quale qualcosa di noi è venuto alla luce.
Ed è una differenza importante. Perché se attribuiamo all’altro l’intera proprietà di ciò che proviamo, rischiamo di consegnargli anche il potere sul nostro futuro.
Sto male perché lui mi ha fatto questo.
Non riesco più ad amare perché lei mi ha ferito.
Non potrò più fidarmi perché mi hanno tradito.
Può esserci molta verità in queste frasi.
Ma non devono diventare una sentenza. La nostra storia ci condiziona. A volte profondamente. Non necessariamente ci conclude. Ed è qui che arriva la seconda parte della domanda:
«Che cosa scelgo di farne adesso?»
Non significa scegliere di non soffrire.
Non significa decidere che da domani non avremo più paura. Non significa trasformare ogni ferita in una lezione e ogni dolore in un’opportunità.
Ci sono dolori che, prima di qualsiasi trasformazione, chiedono soltanto di essere riconosciuti. Ma lentamente può aprirsi uno spazio. Tra ciò che mi è accaduto e ciò che diventerò attraverso ciò che mi è accaduto. È lo spazio nel quale posso domandarmi:
Voglio continuare a cercare riconoscimento proprio da chi non riesce a darmelo?
Voglio lasciare che questo tradimento mi insegni che nessuno è degno di fiducia?
Voglio continuare a vivere cercando di evitare per sempre ciò che potrebbe ferirmi?
Voglio restituire agli altri il male che ho ricevuto?
Voglio fare della mia ferita la mia identità?
Oppure posso cominciare, lentamente, a prendere posizione. Non contro il passato. Dentro il mio presente. La libertà non consiste nel poter cancellare ciò che è stato. Consiste forse nel non concedere a ciò che è stato l’ultima parola su ciò che saremo. Per questo, a un certo punto del cammino, sapere chi ha sbagliato può non bastare più. Riconosciamo pure le responsabilità. Diamo alle cose il loro nome. Non assolviamo ciò che non deve essere assolto. Ma poi torniamo a noi.
Perché la domanda decisiva non può rimanere per sempre:
«Perché mi hai fatto questo?» Un giorno, forse, dovrà diventare:
«Che cosa ha risvegliato in me ciò che è accaduto, e che cosa scelgo di farne adesso?»
È lì che la ferita smette lentamente di essere soltanto qualcosa che abbiamo subito. Non perché scompaia. Non perché diventi buona.
Ma perché la nostra vita ricomincia a non appartenere interamente a ciò che ci è accaduto.
E forse è proprio questa una delle forme più profonde della libertà: riconoscere ciò che ci ha ferito senza permettergli di scegliere, al posto nostro, chi diventeremo.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie
La coazione a ripetere consapevole è la via dell'evoluzione personale della saturazione della soglia.
Se qualcosa si ripete vuol dire che siamo noi a ripetere le "diritte vie" perché anche se disfunzionali sono familiari.
La "selva oscura" è la via nuova e ignota che deve essere illuminata da una nuova consapevolezza capace di sublimare la saturazione della coazione a ripetere.
Solve et coagula.
Buon allenamento ❤️
Gabriel Darn 🔥
Mi si avvicinano in quattro.
Due di loro sono di Milano. «Sì, ma i miei genitori sono di Niscemi, dove c’è stata la frana», precisa uno.
Gli altri due sono di Barcellona. «Di qua, va», aggiungono.
Più si avvicinano, più ognuno spinge l’altro in avanti, come quando i Goonies entrano nel ristorante abbandonato e nessuno vuole essere il primo a mettere piede dentro.
A cinquanta centimetri da me, uno dei quattro mi indica con il dito.
«Lei è il sindaco?»
«Sono io. Cosa vi serve?»
«Ma è vero che se noi puliamo la spiaggia lei ci dà i biglietti delle giostre?»
Il terzo della linea sente il dovere di ristabilire l’ordine nella discussione, e mentre con il dito del piede disenga un cerchio, precisa:
«Vabbè, ma mica le spiagge le devi pulire per i biglietti.»
Giunti a questa fase, la discussione merita tutta la mia attenzione. Faccio l’orecchia al libro e lo chiudo.
L’altro, per niente intimorito, aggiunge: «Sì, ma se ci sono i biglietti è meglio.»
A me pare perfetto così.
Francesco Iarrera
Gonfiarsi il petto e gli occhi di sereno disincanto prima di entrar nel mondo. Protegge. Si, anche dagli altri, se necessario. Ma soprattutto protegge dalle catene delle nostre illusioni, proiezioni e attaccamenti. Che il sereno disincanto non e’ ne’ amarezza ne’ delusione ma piuttosto apertura calma e ricettiva, accogliente e curiosa nel conoscere la realtà. Nel conoscere le cose così come sono. Il sereno disincanto poi, spesso, apre nuove porte e ci permette di fare scoperte inaspettate proprio mentre stavamo cercando altro.
Simona Moltoni
Siamo fatti di polvere, splendore e mistero e forse nel viaggio del diventare pienamente umani l’impresa più grande rimane quella di ricevere il bene da se stessi, anche quando soffriamo. Soprattutto quando soffriamo.
Simona Moltoni
Non puoi proteggere nessuno dal dolore.
Nemmeno chi ti sta a fianco.
E neanche sarebbe auspicabile farlo: né per te, né per lui/lei.
E ora ti spiego perché.
Il dolore che proviene dall'essere feriti dagli eventi della vita, fa parte del vivere stesso.
Cercare di proteggere da questo dolore le persone che amiamo, significa fondamentalmente non amarle.
Se cerco di mettere sotto a una campana di vetro un figlio, lo condanno a restare aggrappato a me.
Per egoismo, per paura.
Di certo non per amore.
Difatti, posso avvertirlo circa i pericoli della vita, certamente.
Ma sarebbe paradossale se, ad esempio, una volta incontrata una ragazza che gli piace cercassi di dissuaderlo dall'innamorarsi perché prima o poi vivrà una grande delusione.
Sarebbe come se gli impedissi di vivere pienamente la sua vita perché il farlo lo condannerà a soffrire.
E alcuni genitori, vi garantisco che fanno questo in mille modi.
Avete presente quando ci dicevano di trovarci un lavoro di routine ma sicuro? Oppure quando ci dicevano di non spendere i soldi inutilmente, o di mettere da parte le nostre aspirazioni per vivere una vita tranquilla?
Forse dal loro punto di vista in questo modo pensavano di proteggerci.
Ma forse, più in profondità, avevano semplicemente paura dei comportamenti che non potevano prevedere, e che andavano al di là dei canoni standard definiti dalla società.
Peccato che in questo modo ci hanno tarpato le ali.
Non abbiamo neanche avuto modo di poter spiccare il volo, e magari di cadere a terra, ma per decisioni prese da noi.
Giuste o sbagliate che fossero.
La vita stessa vuole che la affrontiamo nelle sue più intime pieghe, anche quelle più oscure, per poter crescere e cominciare a badare a noi stessi da soli.
È una palestra, la vita.
Non una scampagnata di piacere.
Ognuno deve assumersi la responsabilità di imparare innanzitutto a proteggersi da sé, proprio per allenare quella dimensione adulta che, solamente, può aiutarci ad affrontare le difficoltà della vita.
Ma anche ad evolvere come persone.
Viceversa, più tentate di proteggere l'altro dal dolore cercando di salvarlo dalla tristezza, dalla rabbia, dalla frustrazione o dalla delusione, più rischiate di infantilizzarlo.
E quindi di indebolirlo.
Potete si dimostrargli la vostra presenza nelle difficoltà, certamente.
Ma non potete fare le esperienze, anche dolorose o scomode, in un certo senso "al suo posto".
Perché questo lo priverebbe della possibilità di evolvere.
È semplice.
Se cercate di coprirlo ossessivamente con le vostre ali dorate, tale atteggiamento vi farà scivolare entrambi in una spirale tossica di richieste sempre più pressanti di protezione, da una parte, e dall'altra nello sforzo da parte vostra di ottemperare inutilmente a queste richieste che vi prosciugherà lentamente fino a svuotarvi.
Non potete difendere l'altro dalla vita e dalle sue maree, perché è proprio questo che fa l'esistenza.
Cerca di sbatterci a destra e a sinistra non per farci affogare ma per insegnarci il valore di apprendere a crescere per imparare a nuotare in essa.
Inoltre, cosa ancora più sottile.
Il tranello dei tranelli in questo discorso.
In una relazione sentimentale molto spesso accade che i partner ricreino la scena del proprio trauma infantile, nel tentativo di "testare" il partner/genitore affinché egli si comporti ora come essi avrebbero voluto si comportasse quando erano piccoli.
Così, se la madre ad esempio ci ha abbandonato, o ci ha fatti sentire non amati, cercheremo di testare il nostro partner circa la sua capacità di amarci e non abbandonarci.
In mille modi ovviamente.
Mettendolo alla prova attraverso provocazioni, facendolo ingelosire, criticandolo per questo o quest'altro e via di seguito.
In questo modo cerchiamo di capire se veramente è lui/lei il partner dei nostri sogni, quello che papà o mamma non è stato all'epoca, ma che noi continuiamo a ricercare perché non accettiamo l'idea di essere stati traditi, non amati, non protetti, non riconosciuti o non messi al primo posto proprio da chi avrebbe dovuto fare questo.
Ricreiamo così le condizioni del trauma per tentare di superarlo nel qui ed ora, attraverso la manipolazione spesso inconsapevole del partner che, volente o nolente, deve prestarsi a ricucire le nostre ferite.
In modo disfunzionale ovviamente.
Ma non possiamo fare questo lavoro tramite l'altro.
Lo dobbiamo fare noi.
Perché è solo attraverso la trasmutazione del dolore attraverso il dover diventare adulti che possiamo superare la ferita, e diventare più forti di ciò che ci ha ferito.
Ma soprattutto più forti della narrazione di dolore in cui ci siamo identificati fino ad ora.
Cercare di prevenire questo processo trasformativo nei confronti dell'altro, significa regredire noi innanzitutto a genitori del nostro partner, il che significa rendere tossica la nostra persona.
E due, significa rimandare qualcosa che l'altro prima o poi dovrà affrontare.
L'esistenza e l'universo in quanto tali hanno questa caratteristica comune.
Se non abbiamo superato qualcosa che è rimasta aperta in noi, oppure non abbiamo appreso una lezione rimasta in sospeso, ce la ripresentano continuamente e sotto mille forma differenti finché non impariamo la lezione.
Imparare la lezione significa apprendere gli strumenti per superare la difficoltà che la vita ci presenta.
Ma, soprattutto, significa cambiare dentro di noi gli schemi e i modelli mentali che hanno attratto quelle difficoltà che, propriamente, ci servono per crescere.
Omar Montecchiani
L’uomo non coincide completamente con ciò che gli accade.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie
Può essere condizionato in modo durissimo, perfino devastato in alcune parti della propria esistenza, ma rimane aperta, quando le condizioni psicologiche lo consentono,
la questione della posizione che assumerà davanti a ciò che gli è accaduto. È la stessa vena che attraversa la frase che abbiamo appena scritto:
«Non diventare interamente ciò che ti è stato fatto.» Qui sento Frankl. Non nel senso ingenuo del “basta volerlo”. Frankl conosceva troppo bene l’estremo della sofferenza per poter dire una cosa del genere. Piuttosto: persino quando non possiamo modificare ciò che è accaduto, può rimanere uno spazio nel quale l’uomo incontra la propria responsabilità rispetto a ciò che farà di quella esperienza.
Ed è interessante perché ci riporta esattamente al nostro discorso sugli uomini che odiano gli uomini. Due uomini possono essere stati umiliati. Uno trasforma l’umiliazione ricevuta in umiliazione inflitta.
L’altro decide che proprio perché conosce quel dolore non vuole consegnarlo a nessuno.
La ferita può essere simile.
La postura davanti alla ferita no. Ed è lì che entra la libertà. Naturalmente non una libertà assoluta, astratta, svincolata dalla biografia, dal trauma, dalla struttura psichica, dalla malattia, dalle condizioni sociali. Ma neppure una libertà completamente cancellata dal determinismo. Direi quasi:
L’uomo non sceglie tutto ciò che gli accade.
Non sceglie neppure tutto ciò che sente.
Ma può arrivare, talvolta dopo un cammino lunghissimo, a scegliere quale alleanza stringere con ciò che gli è accaduto.
Farne una prigione. Un’arma. Un alibi.
Una condanna. Oppure una parte dolorosa della propria storia che non avrà però il diritto di possedere tutto il futuro. E c’è un altro punto molto frankliano che attraversa il testo: il male non viene spiegato fino a dissolvere la responsabilità. Questo per noi è decisivo.
Una psicologia esclusivamente causale rischierebbe di dire: odia perché è stato odiato; umilia perché è stato umiliato;
distrugge perché è stato distrutto.
Frankl ci aiuterebbe probabilmente a introdurre una congiunzione fondamentale:
sì, e… Sì, questa è la sua storia. Sì, questo lo ha condizionato. Sì, forse proprio lì si è formata una parte del suo modo di stare al mondo. E tuttavia rimane la domanda sull’uomo che egli sta diventando attraverso quella storia. È molto vicino a ciò che stiamo costruendo nella nostra antropologia delle soglie: non fermarci a chiedere “da dove viene?”, ma arrivare anche a:
“Verso dove sta andando?” La causalità guarda prevalentemente indietro. Il senso introduce anche una direzione.
E forse proprio qui Frankl incontra magnificamente il nostro ciocco arido.
Non dobbiamo fingere che il tronco non sia stato bruciato. Non dobbiamo chiamare benedizione l’incendio. Non dobbiamo dire che era necessario soffrire per diventare migliori. Ma possiamo ancora domandarci:
«È davvero morta tutta la vita che c’era qui?» E se da qualche fenditura appare un germoglio, non significa che l’incendio fosse buono. Significa qualcosa di molto più sorprendente: che l’incendio non è riuscito ad avere l’ultima parola.
✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie
Pregare significa anche dire: “Io non conosco tutta la strada, ma sono disposto a percorrerla.”
E quando pronunci queste parole con sincerità, non sei più solo davanti alla tua vita.
Ricorda: non pregare soltanto quando hai paura.
Prega quando sei felice.
Prega quando non comprendi.
Prega quando devi scegliere.
Prega per ringraziare, non soltanto per chiedere.
Perché la preghiera più potente non è quella che dice:
“Fa’ che accada ciò che voglio.”
È quella che sussurra:
“Guidami verso ciò che la mia anima è pronta a comprendere.
Dammi la forza di accettare ciò che non posso cambiare,il coraggio di cambiare ciò che posso,e la luce per riconoscere la differenza.”
Prega
Non per fuggire dalla vita.
Prega per avere la forza di entrarci pienamente.
Perché la luce non sempre cambia ciò che hai davanti, a volte cambia colui che lo sta attraversando. #
Alessandro Stani
messaggidalcielo💎
Ellen Graham Barbra Streisand, Los Angeles 1971
“I don’t care what you say about me. Just be sure to spell my name wrong." Barbra Streisand
Michelangelo Buonarroti
Untitled
By: Yari
ጥቁር አንበሳ (Tikur Anbessa meaning black lion) Lion of Judah in Addis Ababa, Ethiopia 1955
Rimango sempre meravigliata dal bisogno di moltissime persone che lavorano su di sé, di essere sgridati e umiliati, pensando che sia la "strada giusta" per poter evolvere.
Perché cercate spesso qualcuno che vi tratti male e da questo essere trattati male traete la conclusione che questa persona è autorevole?
Così nel lavoro su di sé, così come nelle relazioni affettive e nel vivere quotidiano.
Cercare persone superbe e arroganti pensando che siano i "migliori maestri" è assoluta follia.
Avete confuso il concetto "I più grandi maestri nella vita quotidiana sono quelli che sollecitano le ferite e i traumi" con
"Mi faccio trattare di me*da" perché loro sono più bravi di me e se lo possono permettere".
Non dovete confondere la superbia e l'arroganza con "l'essere sollecitati sui propri irrisolti".
Il motivo per il quale si crea questa confusione deriva dal fatto che siamo alla ricerca di qualcuno che ci guidi, che ci salvi e che ci confermi di essere sulla strada giusta, anche a costo di sentirci umiliati.
Ogni volta che cerchiamo la validazione nell'altro, che sia il partner, che sia lo psicologo, che sia il guru o un gruppo di appartenenza, stiamo replicando le modalità irrisolte che ci portiamo dietro da tutta la vita.
Tutto il sistema nel quale siamo immersi e viviamo quotidianamente è basato sui traumi, sulle ferite, sulla paura.
Il primo compito di ogni ricercatore che lavori con cura e dedizione è quello di imparare a farsi rispettare da chiunque e in ogni situazione.
L'amore incondizionato nasce dall'amore per Sé e fino a quando amerete farvi trattare male, o sarete contenti del fatto che altre persone vengano trattate male, o insultate, sarete molto, ma molto lontani dal cammino evolutivo.
Giorgia Sitta ❤️