La profonda meraviglia, invece, ha bisogno di tempo.
Non nasce dalla quantità degli stimoli, ma dalla qualità dell’attenzione.
Per questo motivo essa non è soltanto qualcosa che accade.
È anche qualcosa che possiamo coltivare
Alice Chirico
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@susieporta
La profonda meraviglia, invece, ha bisogno di tempo.
Non nasce dalla quantità degli stimoli, ma dalla qualità dell’attenzione.
Per questo motivo essa non è soltanto qualcosa che accade.
È anche qualcosa che possiamo coltivare
Alice Chirico
PERDONARSI
«Credo che in vista della fine della vita si debba fare un lavoro di depurazione, che ciascuno può compiere con i propri mezzi e in base al proprio carattere. Vorrei dire che si tratta di imparare a perdonare, ma non sono certo che la parola sia precisa e universale: forse è meglio descrivere questo processo come un espellere da sé le tossine dell’odio, del male. Qualcuno avrà bisogno di farlo perdonando gli altri, qualcuno dimenticando… Ciascuno provveda come sa: quello che è decisivo è buttare fuori, espettorare le scorie corrosive del risentimento; riconciliarsi non solo con il prossimo ma anche con se stessi. Perdonarsi».
VitoMancuso
Riccardo Moncalvo
Riccardo Moncalvo (1915 - 2008) - Movimento di danza, 1958
A 100 anni dalla nascita di Miles Davis e John Coltrane
C’è sempre un momento, in un concerto di Florence + The Machine, in cui la musica smette di essere intrattenimento e diventa rito.
È successo anche ieri sera a Milano, dove Florence Welch ha trasformato il palco in uno spazio di condivisione, vulnerabilità e forza collettiva.
Non è solo una questione di voce, la sua, una delle più potenti della scena contemporanea, ma di presenza. Florence non interpreta i brani, lì attraversa con il corpo, con un’intensità che sfugge ai codici tradizionali della performance pop. Corre scalza, si inginocchia, danza in modo scomposto, ride, piange, si lascia attraversare dalle emozioni senza trasformarle in spettacolo patinato.
È un modo radicale di occupare lo spazio pubblico: un corpo femminile che non chiede di essere guardato per aderire a un ideale estetico, ma per raccontare una storia.
La sua forza sta proprio nell’aver fatto della vulnerabilità una forma di potenza.
Per troppo tempo alle donne è stato insegnato che mostrarsi fragili significava perdere autorevolezza. Florence ribalta questa narrazione: canta di ansia, dipendenza, dolore, desiderio, spiritualità, amore e rinascita senza mai cercare l’approvazione dello sguardo esterno. La vulnerabilità non è una debolezza, ma una lingua condivisa.
Anche il pubblico riflette questa possibilità.
La rivoluzione non passa necessariamente attraverso dichiarazioni esplicite: passa anche dalla possibilità di immaginare nuovi modi di stare al mondo e sul palco.
Come quello di Florence Welch.
Tra brani che appartengono all’immaginario collettivo e una presenza scenica quasi sciamanica, Florence ci ha ricordato che esiste una forma di arte capace di mettere al centro l’esperienza emotiva femminile senza ridurla a cliché.
Con tutte le contraddizioni, le ferite e la forza possibili
Chi c’era di voi?
#labodifsegnala #florencewelch #rito @florenceandthemachine
Milano
3.07.2026
Casa Teocali, Santa Teresa, Costa Rica
Manuel Cervantes Architect
Women in front of Diego Rivera’s Mural in Detroit. 1967
Se la fuga diventa il modo abituale di rapportarci ai nostri problemi, quegli stessi problemi finiscono per moltiplicarsi. Non scompaiono magicamente: ciò che scompare, o perlomeno si eclissa, è la nostra capacità di crescere, cambiare e guarire. Alla fin fine, affrontare i problemi è il solo modo per superarli.
Jon Kabat-Zinn
A me sembra che chi insegna yoga sia un pò troppo esaltato ultimamente.
Esaltati nella forma e nello stile di vita e molto lontani dall'essenziale.
Mi vesto di bianco, non mangio carne, mi alzo alle 5 di mattina, mi metto sulla testa, mi piego a metà, mi appendo a corde, mi impalo a sedie, fluttuo su amache appese a soffitti, frequento ritiri fighissimi, vado in India in vacanza, seguo un guru online tutte le settimane, pratico senza mai fermarmi una sorta di attività aerobica, mi faccio fotografare al tramonto, ballo, canto, suono strumenti e faccio capriole. Ma lo yoga dov'è? La meditazione in tutta questa frenesia ed apparenza dove resta?
Si può fare tutto. I principi dello yoga in sinergia con altri mezzi possono diventare utili, ma io vedo più insalate miste che altro. Per evitare questo, la conoscenza dello yoga deve essere ancora più precisa per evitare distorsioni. Ma, purtroppo, in pochi conoscono veramente la pratica della meditazione yoga. In pochi praticano veramente lo yoga più volte al giorno.
Gli insegnanti di yoga dovrebbero restare silenziosi. Affidatevi a questi insegnanti: quelli che non vi dicono cosa dovreste fare, quelli che non vi danno risposte ma a quelli che creano in voi domande!
Non siamo animatori. Siamo insegnanti. Fortunatamente mi sono formato negli anni novanta, quando gli insegnanti erano pochi e lo yoga non era per tutti, la meditazione per pochi.
Oggi siamo diventati tutti animatori. I ritiri di meditazione dovrebbero contenere il disagio e non intrattenere dei disagiati. Così non siamo d'aiuto per nessuno.
Ultimamente, ci sono più corsi di yoga in piscina con aperitivo al tramonto che panetterie. Lo yoga è una cosa seria. E non per tutti. La meditazione è una pratica di iniziazione per raggiungere la liberazione dalla sofferenza e non una ginnastica acrobatica o un ritrovo per dei sonnellini di gruppo.
Questo compromesso per avere due persone in più a lezione, non è d'aiuto per chi ci segue, ed è uno dei motivi per cui lo yoga sta morendo e la meditazione non lascia alcuna traccia.
Lo yoga non è appartenere a qualcosa, ma sentirsi parte di un tutto. Insieme.
Infatti, tutti fanno yoga ma tutti restano più esauriti di prima.
Tutti restano soli.
Fermati e respira. Semplicemente.
Questo è lo yoga che ti meriti!
Maurizio Passi
LA SCOPERTA DELL'AMICIZIA
Al centro della nostra esistenza c'è la missione infinita di conoscere noi stessi. Ci si può arrivare confrontandoci con chi ci è talmente vicino da essere un alter ego. L'articolo del prof. #VitoMancuso pubblicato oggi 01.07.2026 su #LaStampa 👇
C’è un’ora, verso sera,
in cui la luce non sa più decidersi
e resta sospesa sui muri
come il fiato
di chi sta per dire una cosa
e poi tace.
In quell’ora io divento trasparente.
Mi attraversano gli anni
i visi che ho perduto
le mani che ho stretto
pensando che le avrei
strette per sempre
e invece il sempre
era corto una stagione.
Vorrei essere acqua.
L’acqua non porta cicatrici
prende la forma di tutto e
non trattiene niente
si lascia bere, si lascia versare
torna al cielo senza rancore
e ricade come se fosse la prima volta.
Io invece tengo tutto.
Sono pieno fino all’orlo
di cose che
non servono più a nessuno
una vecchia tenerezza
il nome di un cane
morto da trent’anni
il modo in cui rideva una ragazza
che adesso sarà nonna
o polvere
e io non lo saprò mai.
Eppure, in quell’ora
quando la luce esita
e poi si arrende
mi sembra quasi bello
essere stato.
Aver consumato un corpo
aver lasciato impronte sull’aria
che già si chiude alle mie spalle
silenziosa, perfetta
come si chiude l’acqua
sopra una pietra che affonda.
- Andrea Cacciavillani -
Art : Beth Conklin
Abbiamo disimparato l'arte di patire il dolore, non perché oggi si soffra meno, al contrario, perché il dolore ci trova più soli, più nudi, più poveri di linguaggio.
Il dolore non è mai soltanto un fatto biologico, è anche un'esperienza simbolica, narrativa, culturale. Per secoli religione, filosofia, arte e comunità hanno provato a dargli una forma, non per giustificarlo, non per renderlo "buono", ma per impedirgli di diventare puro mutismo del corpo.
Byung-Chul Han, ne “La società senza dolore”, insiste proprio su questo punto. La modernità ha progressivamente sganciato il dolore dalle sue codificazioni simboliche. Lo ha medicalizzato, farmacologizzato, isolato. Il dolore diventa così un'anomalia da eliminare, una disfunzione da correggere, un'interruzione intollerabile della performance.
Per descrivere questa condizione, Han richiama una celebre interpretazione di Odo Marquard della fiaba di Andersen “La principessa sul pisello”. La favola diventa la parabola dell'ipersensibilità del soggetto tardo-moderno, un piccolo pisello nascosto sotto una montagna di materassi basta a provocare una notte insonne.
Il paradosso della nostra epoca è proprio questo: più aumentano benessere, sicurezza e comfort, più diminuisce la nostra tolleranza al dolore. Così si finisce per soffrire sempre di più a causa di cose sempre più piccole. Ma il problema non è il pisello. Il problema è che abbiamo progressivamente smarrito quei nessi di senso, quelle narrazioni e quelle istanze simboliche che permettevano di attraversare la sofferenza senza esserne annientati…e quando il pisello scompare, finiamo per soffrire a causa dei materassi stessi.
Il nichilismo contemporaneo, dunque, non consiste soltanto nel proclamare che «Dio è morto» ma consiste anche nel non sapere più che cosa fare del dolore quando inevitabilmente si presenta. Perché, come scrive Byung-Chul Han, «è proprio la persistente insensatezza della vita a far male».✨
#CaffeFilosoficoLadySophia #ByungChulHan #FilosofiaContemporanea #Nichilismo #SocietàSenzaDolore #Dolore #PensieroCritico #Riflessioni #CrescitaPersonale
Andrea Calisi (Italian b.1968), The Bridge and the Blue Knight, 2026, Illustration
Quello che funziona veramente in un qualsiasi percorso di crescita personale, non appartiene all'ambito delle tecniche.
Il cambiamento, lo switch, l'insight risolutivo, la trasformazione dei pattern emotivi, cognitivi o/e comportamentali, la capacità di autoregolarsi, la convinzione irremovibile di prendersi cura di sé e di mettere i paletti, la capacità di dire di no o di perseguire fino in fondo ciò che la voce della propria anima sussurra da sempre all'orecchio.
Tutta questa roba, e molto molto di più, a un livello piuttosto che a un altro, viene scatenata dal campo che si crea tra l'operatore e il cliente.
Detto in sintesi: è l'elettricità generata dalla relazione tra due persone connesse innanzitutto a partire dai loro corpi, dai propri sistemi nervosi ed energetici, a costituire un generatore di potenziale quantico.
Questo campo elettrico può scardinare intere prigioni fatte di idee limitanti.
Può far implodere oceani di impotenza appresa.
Può mandare in tilt meccanismi di reazione emotivi inveterati.
Può generare nuovi paesaggi nella mente delle persone, permettendo l'accesso a nuovi comportamenti anche solo impensabili poco prima.
Può creare spazi interiori nuovi, enormemente più ampi rispetto ai precedenti.
Stanze mentali ed emotive capaci di contenere stati d'animo prima ingestibili, capaci di elaborare strategie di adattamento nutritivo all'ambiente, e non più disfunzionali.
Si aprono porte, ponti, si creano gallerie sotterranee piene di fiumi di energia vitale.
Si vedono montagne mai notate prima.
Si odono universi nel silenzio più assoluto.
Ma tutto questo è possibile solo attraverso la relazione.
Non mediante le tecniche in sé e per sé.
Le tecniche rappresentano lo specchio d'acqua nel quale il cliente si riflette, e riflette i contenuti che porta nella stanza del terapeuta.
La relazione tra i due è la profondità degli abissi del mare in cui tutto ciò che si vive trova accoglienza, comprensione, modulazione empatica, trasmutazione alchemica.
Questo ponte è creato da un segmento di sincronicità che li unisce a partire dai propri reciproci universi emotivi.
Dai loro vissuti traumatici e vitali al tempo stesso.
Dalle loro aspirazioni e sogni più potenti.
Quando questo segmento si crea, la scintilla che viene generata illumina entrambi fin nelle profondità più abissali delle loro anime.
Ed entrambi, alla fine, vengono trasformati da questo incontro.
Spesso, per sempre.
Omar Montecchiani
Caro Progresso,
ti scrivo per ringraziarti di tutto quello che hai fatto e che
ogni giorno fai per il benessere dell’uomo.
Ti ringrazio per la doccia calda che stamattina ho fatto
a casa di mia madre, per la bronchite facilmente debellata
prima che potesse diventare un piccolo problema, per l’emittente
radiofonica e il telefono cellulare attraverso i quali
mi sono potuto mettere in relazione con un elevato numero
di persone.
Scrivo e penso a questo obbligo che sento nei tuoi confronti
mentre una macchina supercomoda mi sta riportando
a Roma, città dove vivo, per poi prendere la metropolitana
e andare al cinema.
Tu che contieni il passato, conosci il presente e, per quanto
riguarda il futuro, puoi forse non conoscerlo ma sicuramente
ipotizzarlo, avrai certamente saputo di quella sera
che guardavamo la partita a casa di Ugo, stavamo vincendo
con un rigore che non c’era proprio, mancava un quarto
d’ora alla fine e a un certo punto è andata via la corrente.
Può succedere.
Ti ricordi di come ci siamo incazzati, di come era sembrato
assurdo quel blackout a quegli uomini del terzo millennio.
Però non puoi negare di esserti accorto di come quel buio,
che ci impediva di guardarci intorno, ci ha spinto a guardarci
dentro, e così abbiamo preso a parlarci a bassa voce, sospesi
in quella zona dell’anima dove la tenerezza ha preso
il posto della eccitata frenesia che ci faceva desiderare una
vittoria, anche se immeritata. Abbiamo riso di noi.
Non voglio dire niente di che, né tantomeno mettere in
discussione il tuo lavoro, sai che sono un accanito sostenitore
dei progressi del Progresso; volevo solo chiederti, con
la speranza che non ti sembri assurdo, di staccare la spina
ogni tanto, quando ti pare, nemmeno tanto spesso, magari,
ecco, durante qualche partita di precampionato.
Se ti va, costruiscilo pure il ponte sullo stretto di Messina,
ma tieni a cuore i ponti tra gli uomini.
Tuo affezionatissimo, Rocco.
Rocco Papaleo