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Hi, Photoshop crashed right as I was saving my finished artwork so I'm gonna go cry now
burayı bırakıp giden birkaç kişi var çok özlüyorum onları. böyle gözüm onların yazdıklarını arıyor, bazen bi' selamlarını.. tanıyorum desem tanımak asla denmez ama işte özlemek için tanımak gerekmiyor. bazen insan tanımadığı birine de aşina olabiliyor.
Belki başka bir hayatta ̶g̶ö̶z̶l̶e̶r̶i̶n̶ ̶g̶ö̶z̶l̶e̶r̶i̶m̶e̶ değerse ✨
Ve eğer ki seni unutmuşsam bu ihanet burada söner mi...
⛓🖤~aslında
È nell'immobilità della mia immagine riflessa, quella che ogni tanto riesco ad apprezzare, che mi chiedo: «e ora?»
Ora che mi guardo di profilo e la pancia è piatta, occupa poco spazio, le gambe continuano a toccarsi ma viste così sembrano quasi snelle e nel complesso mi vado bene, che si fa?
Quando riesco a vedermi bene, a vederla bene, quell'immagine, mi rimane difficile rimanere ferma a quel punto. Allo stesso tempo non riesco a rimproverarmi e a dirmi di continuare, di continuare a ridurre ogni cosa di me, pezzo dopo pezzo. Non ci riesco più.
Tutto è immobile.
Io non sono lì, in quello specchio. Oscillo in un limbo sospeso in cui c'è qualcosa che continua a mancare.
È un pugno d'aria allo stomaco che risucchia tutto al suo interno, ma che di fatto è un nulla privo di consistenza.
Un vuoto non può essere riempito con un'enorme bolla d'aria che si restringe su se stessa, anche se questa fa baccano per mille.
È per questo che continuo a scrutarmi fino a quando la mia immagine non torna un nuovo punto morto da cui partire, in cui a guardarmi bene, forse la pancia non è mica così piatta, le cosce però sono ancora molto grandi e, oh, le braccia. Mio dio, bisogna proprio lavorare su quelle.
E meglio se non alzo lo sguardo e incrocio i miei stessi occhi, perché lì mi rendo conto di quanto siano sbarrati.
A volte sembrano brutte voragini.
Li evito. E un ricordo sfumato mi riporta alle parole di chi mi diceva quanto -a suo dire- i miei occhi siano profondi, quanto possano comunicare. Non li ho mai visti così. Per me sono nulla. Persino quelli.
Occhi. Bocca. Mani.
Quanto potere hanno nelle nostre vite? Quante cose riescono a distruggere? Elementi primordiali di tanta vita e morte, metaforicamente parlando.
Mi preoccupa rendermi conto di questo: del mio bisogno costante di cercare sempre qualcosa che non va. Di radere al suolo tutto ciò di bello che sta per nascere, e ricominciare da -un nuovo- zero.
Per nascondere cosa? Per nascondere chi? Me?
Da cosa? Cosa c'è che non va?
Ci sono momenti in cui vorrei capirlo, vorrei strisciare all'interno di ogni stanza che ho dentro, scrutare ogni angolo, liberarlo dalla polvere e scoprire ogni punto nascosto.
Nel resto dei casi mi fermo e sguazzo immediatamente fuori da quella che non è altro che la mia coscienza, o peggio, copro la mia vista e mi attorciglio nel mio stesso spazio fino a fare del mio corpo la campana di vetro da cui, però, non ho il diritto di osservare l'esterno. Non si può.
Copri gli occhi o tieni lo sguardo a terra, perché non puoi guardarti intorno. Non puoi.
Ed è così che ricomincia tutto. Si chiude la gola o è costretta a fare spazio, per riempire o liberarti di tutto quello che a un certo punto comincerà a pesare più di quanto vorresti.
Inciampi di nuovo, perdi le forze, diventi più grande e poi di nuovo più piccola, stringi i denti e ti rialzi senza dare ascolto alle parti di te che sono stanche e non possono sostenerti più.
Ma poi ce la fai di nuovo, sei stata a terra tutto questo tempo e non vedi l'ora di osservarti sbocciare ancora. Ti sei riavvicinata al tuo piccolo obiettivo, finalmente.
Corri allo specchio, vai.
Ah però. Ha funzionato, la pancia è tornata così sottile.
E di nuovo, immobile.