«... Nonna Meg dice sempre che non puoi far restare le persone, più le stringi e più quelle ti schizzano via come vermicoli fra le dita. Puoi solo far loro capire che non te ne andrai tu e sperare che loro facciano altrettanto» la nonna ne sapeva, di amori e altre storie, perciò «te l'ho mai detto che non ho intenzione di andare da nessuna parte?» Te l'ho mai detto che il caffè lo prendo senza zucchero? Il tono è un po' quello. E tutto suona semplicemente troppo giusto persino per intimidirle lo sguardo o far tentennare la voce o fermare i ghirigori delle dita o affievolire di incertezze il sorriso. No, il giro continua e continuano gli sguardi e le sue parole si fanno solo veicolo di un'ovvietà che le è chiara da un po'.
Deglutisce a quell'aneddoto - grazie, nonna Meg - ricominciando a sentire caldo. «Lo-lo so» miagola incerto. «Perché me lo dici? Ti sto stringendo troppo?» chiede, le sopracciglia aggrottate, confuso.
«N-no!» Ecco l'impellente fretta di spiegarsi meglio, mentre il cuore agita di colpo i battiti e accorcia il respiro. «Lo-lo dico per non stringerti troppo» al contrario. Sbatte le palpebre, non era ovvio?
«Be' non era chiaro, Wilson» la rimbecca, l'aria spiritosa e da schiaffi palemesemente perculante. «E poi tua nonna aveva torto, almeno su di me. A me piace quando mi stringi troppo» il tono più ammorbidito di chi è in vena di confidenze. Le ruba rapido un bacio sulla punta del nasino e si risistema nella tana della coperta.
«Le hai contate anche tu?»
Le volte in cui mi hai detto "ti amo". E no, non pare esserci traccia di divertimento per la curiosa conta tenuta, solo del respiro corto per una meraviglia troppo intensa e stringente.
Uno sbuffo corto e quasi impaziente gli alza un ciuffo di capelli e potrebbe essere abbastanza forte da sollevare anche una ciocca del caschetto biondo. «Certo che le ho contate...» mormora, scontato e ovvio, no? «Sei l'unica per cui ci credo davvero, ti pare che non le conto?» Sì, la schiettezza con cui lo dice è disarmante, ma -ehi!- gliel'ha detto lei di togliersi la maschera.
Quella confessione tanto spiccia traccia morbidezze più profonde nelle fossette delle guance, nella curva del sorriso e nella lucina intermittente degli occhi con cui se lo sta mangiando. Ma chi hai incontrato, Wilson? «Te l'ho mai detto che...» ci risiamo, che stia per tirare in ballo Nonna Meg è una certezza a cui tutti dovremmo davvero rassegnarci... o forse no? Forse gli sta dando tempo di roteare gli occhi al cielo o di voltarsi a guardarla interrogativo. Tanto per sganciarglielo poi a tradimento, quel «...ti amo?» Che no, non è incerto, prosegue solo la domanda di qualche attimo prima:
“te l'ho mai detto che ti amo?"
«Mh?» distratto, il tono flebile. Ancora Nonna Meg? Ma poi arriva.
Una piacevolissima secchiata d'acqua gelata, a sopresa.
Gli occhi si aprono di colpo e il respiro si mozza.
No, non riesce proprio a deglutire. Lo ha detto davvero?
Sì, eccoli i fuochi artificiali che scoppiano al loro passaggio sul vagoncino.
Eccole, le esplosioni di colori e le scintille che odorano di polvere da sparo, camomilla e muschio.
Si tira su a sedere, guardandola pietrificato, le pupille dilatate per la penombra, per l'emozione, per la felicità di sentirselo dire da lei. Alla fine.
Le si avvicina con il viso, infilando le dita nodose tra le ciocche bionde come un pettine delicato.
«No» ecco, ora deglutisce. «Ridimmelo» sussurra, con il petto che trema, gli occhi lucidi e quel carrellino che subisce avvitamenti e giri della morte a non finire.
Le sue dita fra i capelli producono un piacevole fremito interiore in grado di ripercuotersi lungo tutta la pelle. D'oca, come lucido è lo sguardo affondato nel suo a quel "ridimmelo" che le ricorda così tanto se stessa da risultarle ben più che comprensibile. Il sorriso si scioglie, acquoso, mentre la voce si fa desiderare unicamente perché le serve un attimo per sciogliere il grumo di emozione fermo in gola, deglutire e non lasciarsi confondere da quella vicinanza. E il replay richiesto arriva, rigorosamente dopo un countdown mozzafiato da 3 a 1.
«Te l'ho mai detto... » il tono poco più che un sussurro nell'aria rimasta a dividerli «...che ti amo?» Forse ora con più intensità, perché l'enormità di quella verità si fa sentire ora che lei la lascia correre libera per quel prato umido di pioggia e ancora caldo di sole. «E che... mi piace?» Non importa lui comprenda ora il senso di quella precisazione, tant'è che lei lo anticipa; riformulando da sé.
«Mi piace amarti».
E' possibile non piaccia amare qualcuno? Forse, e dico forse, sì.
E siamo a quota due. Non sa davvero dire quante e quali emozioni riesce a provare. Un sorrisone genuino gli si allarga progressivamente sulla bocca, così poco distante dall'altra. «Sì... già due volte» le mormora dolcemente, scherzando divertito, un nuovo un bacio a posarsi sul nasino della strega. «E mi suona bellissimo... » la voce leggermente roca, quasi rotta dall'emozione di quelle prime volte. E un secondo bacio le arriverebbe dritto sulle labbra, in un movimento conclusivo che va a togliere i centimetri di distanza che li tenevano lontani; così lento, passionale. Un braccio ad avvolgerle il corpo, la mano dalle ciocche di capelli al collo, le dita ad arrampicarsi lungo la pelle chiara, le labbra a fare e disfare baci -affamate- e il corpo ora sveglio, in vena di coccole e dolcezze.
Qual è la tua emozione preferita?
Mmh... sentirmi libera? La leggerezza. Scartare i regali? Uh-uh, ce l’ho! E’ la sorpresa. Di quando capita qualcosa che non ti aspetti.
Ammettiamo che non fa proprio caso alla cicatrice, perché ora le tende entrambe le mani sotto quel portico: lui ormai sull`erba fuori, lei dondolante sul legno scricchiolante.
«Vieni...»
si lascia scappare, l`immagine di quella fuga dalla casa infestata è così nitida ai suoi occhi che sembra quasi vera.
La bocca si scontra contro la sua per un bacio profondo, pasticciato, sicuro.
L`animaletto ha appena spiccato una corsa a perdifiato per saltargli addosso e atterrarlo sulla schiena, sommergendolo di profumi e morbidezze e assaporando a pieni polmoni l`aria fresca del parco.
Zucchero, vino, cannella.
Dolce e appiccicosa, l`aria del parco.
«... sulle insalate russe con me?»
Quella prosecuzione le sfugge in un soffio contro le sue labbra, seguendo il filo di un pensiero che le è riverberato dentro fin`ora. Un desiderio tanto impellente da esprimersi in quella richiesta quasi bambina. "Mi porti su quella giostra lassù, signor Duffany? Ci posso salire, non è vero? Ho superato il metro e cinquanta l`anno scorso". Sceglie quell`esatto istante per riaprire gli occhi e raccogliere la sua reazione. E siccome non vuole rischiare, è un nuovo «vieni con me?» quello che gli sussurra contro le labbra, mangiandosi le "insalate russe" perché non ha abbastanza fiato per mettere troppe parole in fila. Sta già compiendo un piccolo miracolo con quella richiesta che non fa più rumore di un sospiro, quasi temesse di svegliarlo con una tenerezza di troppo.
"Posso tenerti con me?"
«N-ne sei sicura?»
«Da un po`»
Il sorriso ancora un`ombra tiepida e la sensazione vividissima d`essere appena arrivati a farsi staccare il biglietto dai giostraio. E poi, siccome senza un pizzico di comicità non si va da nessuna parte, l`espressione si fa appena più seria e corrucciata; una rughetta solca la fronte e le labbra si accartocciano di lato preda di un improvviso dubbio insinuante.
«E-e tu?»
Con le mani ficcate in tasca, Duffany si ritrova a guardare la sua vecchia amica da un`altra prospettiva.
Sono curiosamente in tre ambienti differenti: la casa, il prato, il luna park.
La Stanza di Arianna impazzirebbe.
Gli occhi percorrono quel sentiero conosciuto fatto e rifatto ogni volta con un vagoncino diverso, che adesso gli appare totalmente nuovo.
I sostegni in ferro e acciaio sembrano più forti e piantati a terra; le luci che accompagnano i vagoncini a 120 chilometri orari sembrano illuminare molto di più la strada, la musica gli arriva alle orecchie più piacevole e l`aria ha il confortante odore di camomilla. Deglutisce e si ritrova ad annuire silenzioso, la mandibola ad irrigidirsi per un secondo e all`improvviso un senso gigantesco di responsabilità gli si annida nel cuore.
Andrà tutto bene ora?
«Sei la mia cintura di sicurezza» che probabilmente lei non sa neanche cosa sia e a cosa serva, ma a chi importa? Lei è lì. Non è scappata e lo tiene saldo a terra; le mani proprio lì, dove batte forte il petto, tra lo stomaco e la gola che sembrano essersi fermati. Nessun singulto. Nessun timore.
Si solleva con il busto e salgono sul carrellino.
La pista di lancio freme.
La avvertite? L`energia cinetica per un treno formato da un solo carrello.
La vedete? La rampa che sale verso il cielo e si perde nel blu.
Giù le sbarre. Ad attenderli non ci sono freni, ma solo mirabolanti pazzie e piacevolissimi giri della morte.
Lo sentite il conto alla rovescia?
3... La bocca si scontra con la sua, a caccia del suo sapore per dare lo sprint iniziale.
2... Le mani a premere sulla schiena nuda, il solco perfetto della spina dorsale e il brivido che gli provoca il contatto con la banda del reggiseno. Un gesto fluido delle dita andrebbe poi a staccare i gancetti gli uni con gli altri. Aggràppati, aggràppati.
1... Si separa da lei, le labbra così a pochi centimetri per guardarla solo negli occhi e vederla un’ultima volta prima di farsi lanciare a velocità elevatissime; i capelli scompigliati come quando sferzava il vento sulla sua scopa.
Abbassa le palpebre.
Si parte.