E poi le cose vanno così e tu non te l’aspetti neanche. Le persone si presentano nella tua vita aprendo porte senza bussare, per mettere un po’ di scompiglio dentro e poi andarsene senza neanche richiuderle dietro di loro. E i baci sono solo strette di mano, e le carezze sono occhiate sfuggenti dedicate ai passanti. E ti senti come un altro soprammobile, comprato, utilizzato e poi riciclato all’amico di passaggio. Questi incontri che nessuno chiede sono spesso i più deleteri: non è che hai tempo di prepararti di dire “aspetta forse è meglio che metto il casco che qui la vedo male”. No, non c’è protezione, non c’è farmaco, non c’è cura. Ti rompi il cuore e basta. E lo tieni ingessato per qualche settimana, per qualche mese, forse ancora per qualche anno in attesa che ritorni a pompare sangue senza fare male.
È tutto un rincorrersi nei momenti sbagliati. Tu mi correvi dietro quando io andavo avanti imperterrita senza voltarmi e quando finalmente mi sono decisa ad fermarmi e girare lo sguardo tu eri quello che correva nella direzione opposta, senza un cenno, senza un saluto. E io mi sono messa a correre, a cercare di tenere il passo a farti segnali per dirti che sì cavolo, dovevi girarti così potevamo correre insieme nella direzione che volevi tu, a me stava bene solo stringerti la mano e continuare a correre, senza fermarmi. Ma tu hai continuato e io allora mi sono fermata, stanca, perché ancora non sono così brava da poter correre una maratona, al massimo 5km e sono K.O. E tu forse fai gli Iron Man, forse l’ultima maratona l’hai vinta tu. Sta di fatto che hai corso così veloce da diventare un puntino all’orizzonte e io, stanca, sudata e sconfitta ho girato i tacchi e me ne sono andata, camminando si intende, per la mia strada.
La verità è che io non ero pronta ma forse non lo eri neanche tu. Ti sei lanciato su di me manco fossi un piatto di angus argentino mentre io pensavo di essere una sardina rinsecchita e poco salata. E quindi non ci credevo, e quindi ti guardavo male. Tu, animale famelico e io una bambina un po’ troppo sprovveduta. E li ho sentiti tutti i miei 21 anni, uno dopo l’altro, li ho contati tutti, ho fatto sfilare le delusioni, i batticuori, i disastri e le vittorie e li ho pesati contro i tuoi 27, tanti e pesanti anche quelli. Ho cercato di vedere quei 6 anni in più, che ti facevano avanzare sicuro, come se tenessi il mondo fra le tue mani. E forse ce l’avevi vero un po’ di mondo, ma era piccolo, era il tuo, ed era fragile. E avevi le mani così piene che non eri neanche in grado di tenere un po’ del mio. E forse non ti interessava neanche, perché io non ero altro che un traguardo e tu eri perso nella tua folle corse per capire che in realtà non ero un punto d’arrivo, solamente un punto di inizio. E tu di iniziare non ne volevi proprio sapere.