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E’ nato pochi giorni fa, tenuto a battesimo nella Torre di Oriolo, il libro “Centesimino di Oriolo“. Un piccolo libro, ma importante per Francesco Falcone, visto che lo ha dedicato ad una persona a lui molto cara, una donna determinante nella sua formazione di uomo e di divulgatore enoico. Un’opera originale, onesta e misurata, ma permeata di una vera passione per questi luoghi. Una monografia che racconta un angolo di Romagna poco noto, dove si è recuperato e valorizzato un vitigno forse ancor meno noto. Parliamo del Centesimino, uva che deve il suo nome ad uno dei tanti personaggi che anima questo libro (Pietro Pianori detto “centesimino”).
I personaggi, appunto. Sono loro a mio avviso l’ossatura portante del racconto, l’umana energia che traspira questa lettura. Come in una prospettiva felliniana sono dipinte le anime che popolano e determinano questo fazzoletto di Romagna enoica. Da ogni scheda sono proprio i tratti precipui dei produttori ad emergere, e a far crescere la curiosità per quella che è la loro interpretazione del centesimino. Un vitigno questo che li accomuna in un lavoro di recupero e sviluppo che parte concretamente un paio di decenni fa, con l’Associazione Torre di Oriolo, che coinvolge oggi sette cantine: Ancarani, Cantina San Biagio Vecchio, La Sabbiona, Leone Conti, Paolo Zoli, Poderi Morini e Spinetta.
E’ stato bello vederli tutti riuniti alla presentazione di questo libro, in un clima di festa e condivisione, emozionati nel raccontare la loro piccola storia di viticoltori davanti a tanti appassionati e professionisti del vino.
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Tante voci tutte diverse ma affiatate nel perseguire la strada che porta alla diffusione di questa uva tanto singolare. Singolare perché si tratta di un vitigno rosso dal carattere inusuale, dalla ricca carica aromatica e di piena sostanza, facile a produrre zuccheri così come colore e tannini, da gestire al meglio in fase vendemmiale per trovare il giusto equilibrio. E le sue caratteristiche lo rendono particolarmente interessante specialmente in due versioni: quella vinificata in acciaio, più fragrante e succosa, accattivante nei profumi e nel sorso, e quella passita, dove le migliori espressioni riescono a cavalcare fieramente sull’alto crinale della complessità aromatica e dell’equilibrio gustativo, con tannino e acidità a bilanciare le parti morbide.
Ma il libro racconta tutte le differenti declinazioni oggi fruibili, andando a spulciare nel comprensorio romagnolo anche gli altri produttori fuori dalla zona di Oriolo che hanno creduto nelle potenzialità del centesimino. C’è spazio per le caratteristiche del territorio e del vitigno, c’è modo di comprendere da dove ci arriva e dove conta di arrivare questa uva dal nome così simpatico. E nella lettura di questo libro non c’è modo di annoiarsi, ma in Romagna d’altronde è così!
C’è persino una poesia in dialetto romagnolo che chiude il volume, ad opera di Nino Tini, vera enciclopedia del sapere contadino (e non) della zona. L’ennesimo personaggio del libro, l’ennesima voce romagnola da ascoltare fino allo sfinimento per imparare sempre più le storie e la bellezza di queste terre, magari con una bottiglia di Centesimino delle sue parti ad accompagnare le chiacchiere.
Per chi non sa resistere alla golosità degli assaggi, qualche impressione personale su alcuni dei centesimino degustati in occasione della presentazione del libro. Un esempio fresco e croccante, estivo e succoso, il Centesimino 2015 (solo acciaio) de La Sabbiona. Stessi tratti distesi e gustosi per il Savignone 2015 di Poderi Morini, floreale ed agrumato, dal tannino calibrato e bell’equilibrio. Tra le versioni in legno spicca l’Arcolaio 2013 di Leone Conti, che dimostra come la giusta misura nell’operare porti complessità, valorizzando il tratto speziato naturale del vitigno e domandone l’irruenza tannico, pur giocando su un vino di piena sostanza, ma scorrevole ed elegante. Il Centesimino 2015 di Spinetta è invece giocato su fiori e frutti rossi freschi, con facile beva quotidiana. Più cerebrale e scura la versione di Paolo Zoli, Un Centesimino 2015 di frutto scuro e tanta liquirizia, con un tratto amaricante piacevole e tannino ben amalgamato in una materia di grande gusto. Scontrosa e potente la versione di Cantina San Biagio Vecchio, gestori del Podere Terbato, dove il centesimino fu riprodotto e conservato fino agli anni ’80 dalla famiglia Pianori, poi reimpiantato da quelle marze in un vicino vigneto, ovvero proprio a San Biagio Vecchio. Il loro l’ho definito un “centesimino con gli attributi”, ricco nel tannino e possente nel sorso, pieno di sale nel finale. Fa persino venir voglia di testarne le doti negli anni. Infine per una chiusura in dolcezza c’è l’Uvappesa di Ancarani (in prevalenza da vendemmia 2012), vino rosso da uve leggermente appassite in pianta. Straordinariaente riuscita questa versione, golosa ed equilibrata, con tannino quanto basta ed acidità ben legata, che completano un sorso gustoso di frutti rossi dolci, spezie, fiori e agrume candito. Capace di far ricredere i detrattori dei passiti.
Ora non vi resta che procurarvi il libro, e qualche bottiglia di Centesimino, per scoprire a fondo un angolo incantevole di Romagna.
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