La foresta in cammino - Segnalazione di Daniele Piccini sulla Lettura
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La foresta in cammino - Segnalazione di Daniele Piccini sulla Lettura
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Sabato 13 Aprile a Roma il seminario “Il sacro poetico”
Sabato 13 aprile p.v. a partire dalle ore 10 e sino alle 18 presso la Sala Bio-Bibliografica della Biblioteca Universitaria Alessandrina (Piazzale Aldo Moro 5) a Roma si terrà il seminario dal titolo “Il sacro poetico” voluto e curato da Marco Colletti, Tiziana Colusso e Ilaria Giovinazzo. A patrocinare l’iniziativa culturale sono la Direzione Generale e Diritto d’Autore del Ministero della…
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SPLENDERE AI MARGINI. Narrazioni emergenti - AA.VV. - A cura di ANDREA TEMPORELLI - Oligo Editore
SPLENDERE AI MARGINI. Narrazioni emergenti – A cura di ANDREA TEMPORELLI Testi di Isabella BIGNOZZI, Davide BREGOLA, Davide BRULLO, Marta CAI, Gabriele DADATI, Valentina DI CESARE, Riccardo IELMINI, Danilo Laccetti, Enrico MACIOCI, Matteo MARCHESINI, Michele ORTI MANARA, Andreea SIMIONEL, Andrea ZANDOMENEGHI Dall’8 settembre in libreria OLIGO EDITORE Un’antologia per suscitare un dibattito più…
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“Parliamoci chiaro, la poesia è dei ladroni, è di Giuda e di Pietro… e il poeta è fuori controllo, sissignori, inafferrabile!”. Una lettera aperta di Giorgio Anelli
Caro Marco,
ho fatto notte ieri e credo di avere intuito un briciolo di saggezza dalla mia sofferenza. Ovvero: nulla. Può essere che la vita insegni, a volte, più che farsi obbedire. Tu lo sai che non ho mai avuto maestri. Perché si sono negati tutti. Ho dovuto sempre arrangiarmi da solo (e a quale caro prezzo!). Solo tu, con i nostri sporadici incontri, hai fatto la differenza. Ma sono qui per dirti soprattutto altro. A rimarcare che rimango “poeta fantasma”, seppur in un’accezione nuova. Ecco, come alzo la posta. Vedi? Ti mostro il vestito della festa! Mi sento quindi «poeta dell’assenza». Mi chiedo dunque, e per davvero, se sarò in grado di seguire le ombre e i solchi d’argento di Alejandra Pizarnik e di Cristina Campo…
Quando smisi di fumare, lo feci per vedere come sarebbe continuata la vita in letteratura. Anche lì, forse inconsciamente, già avevo alzato la posta. Ma ora, se la alzo di nuovo, lo faccio con rabbia e con amore! Sì, perché tu e molti altri mi avete ferito ultimamente. Ma se ben accetto le tue critiche letterarie su di me proprio ‘per amore’ (tanto da rifletterci a lungo, per restare umile e poter imparare ancora una volta a cambiare e a migliorare), tutto il resto mi ha ferito a tradimento. Te ne ho parlato al lago, che quella sera pareva inquieto. Poi è accaduto altro ancora. Dovrei dunque farmi fuori, sparire. Piangere. Suicidarmi? No. Nonostante tutto, eccomi ancora qua.
Perché? Perché scrivere è stare accanto ogni giorno ai folli, nonostante loro sul lavoro ‒ folli quanto me ‒ mi mandino letteralmente a quel paese, e con quanta cattiveria poi. Perché scrivere racconti, romanzi e poesie è la mia vita, e di altro non saprei esistere. Perché la poesia è dei profani, di chi sta fuori e ai margini. La poesia è l’urlo che mi lega ‒ qualsiasi cosa accada ‒ indissolubilmente a Sofia.
Poi ecco che di notte arriva l’illuminazione vera, quella che ti fa dimentico di essere chissà chi e chissà quale leggenda o mostro sacro, per farti ‒ piuttosto ‒ presto o tardi tornare ai ritmi veri della vita. Per tornare, in una parola, a «essere te stesso».
So che un giorno vedrò a Noversch ricomporsi lo specchio. Ben altra cosa da chi indossa le medaglie del perbenismo poetico-letterario. Parliamoci chiaro: la poesia è dei ladroni, è di Giuda e di Pietro. La poesia è di chi trafuga la scheggia dallo specchio rotto, per rivedere in essa lo sguardo della fiamma, nel nome di una medesima profezia. Concedimelo. Ti sto facendo anch’io la guerra per amore. Su cosa fondo il mio affondo? Non sul rancore, né tanto meno sulla vendetta. Te l’ho detto: per la prima volta in vita mia sto accettando (con fatica, non lo nego) una tua critica costruttiva rispetto ai miei “lampi”. Ti scrivo sostanzialmente per dirti che prima o poi tornerò. Che ora sono nel bel mezzo della crisi, e ho bisogno di affondare nel tifone, poiché ho perduto molto e in molti mi hanno già perduto. E dopo tre anni, lo riscrivo, quasi a ribadirlo: il poeta è fuori controllo! Sissignore. È inafferrabile. Poiché credo anch’io che bisogni riaprire quell’opera comune che tanto amavi.
Te lo dice uno, e tu lo sai bene, che è arrivato dopo e per ultimo. Io che non ho mai partecipato all’opera comune, io che non ho mai fatto parte di nessuna antologia dei poeti nati negli Anni Settanta. Proprio io, io che sono nessuno ti dico, totalmente fuori controllo, rilanciando, che occorre riaprire quella porta.
Perché altrimenti, il sacrificio e il nascondimento di molti, resterebbe vano. Non serve allora oggi il miglior scalpellino per fare lo scalpo alla poesia. Occorre piuttosto quell’ariete che, nonostante tutto, mi critica ancora per amore.
Tuo, Giorgio Anelli
*In copertina: Annibale Carracci, “Domine, quo vadis?”, 1601, particolare
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Lo sterminio dei maestri. “La poesia non è dei professori e degli eruditi, ma degli sbandati, degli avventurieri, dei reietti delle isole”. Su una bordata di Andrea Temporelli (e una lettera di Giampiero Neri)
Lo sterminio dei maestri. Se non ci sono più i maestri, mi dicono, ce li costruiremo, mi dico come si fa una sedia – per offrirla, poi, ad altri. La maestria è dono che esiste finché ce ne priviamo. Nel suo spazio, nella sua privata profezia, Andrea Temporelli (che per me è Marco) scrive una riflessione ferina. Meglio, leviga la selce. L’arma s’intitola Dove sono i maestri? e il punto lampante è questo: “da poeta, voglio continuare a credere nella possibilità che un’opera sappia imporsi, magari col tempo, se davvero ha valore, e che dunque tutti i discorsi sociologici di contorno non debbano stornare l’attenzione dal dubbio che mi assale: dopo un brillante esordio o qualche passaggio importante, né i “padri” né i “fratelli maggiori” ci hanno lasciato un’opera capace, per la sua grandezza intrinseca, di obbligarci ad alzare lo sguardo o a cambiare direzione”. Lapidario. Come sempre.
*
Poche scuse, ci dice Marco, poche palle: nessun libro, negli ultimi decenni, ha avuto la forza di incenerire, ha gettato il verbo che decapita e incanta. Marco conosce perfettamente le repliche che disintegrano la sua apodittica dichiarazione: la ‘riconoscibilità’ dipende dal ‘contesto storico’; la critica letteraria conta quanto il due di picche (e il critico s’è ridotto all’apericena di se stesso); il poeta è defenestrato dal ‘dibattito pubblico’ (e quando vi interviene è solo per ragioni elettorali, lacchè sublimato in eroe), i tempi non sono mai i tempi adatti… Palle, dice Marco, che da lettore incantato pretende l’opera che lo sfiguri, e ha ragione, figuriamoci.
*
Sappiamo ancora leggere? Sappiamo riconoscere la maestria? Sappiamo dedicarci all’opera di un altro senza fagocitarla nell’intestino moltiplicato di io, io, io?
*
Proseguo allineando le scusanti. L’Italia è un Paese che notoriamente sputtana i maestri: da noi non esiste qualcosa di simile alla “Library of America”, l’equatore della maestria, dove stanno William Faulkner e Philip K. Dick; non sappiamo fare leggenda dei nostri maestri, non esiste un Museo Montale, l’aeroporto di Fiumicino non è adornato con le poesie di Ungaretti (come accade a Dublino, dove dappertutto sei assediato dai versi di Yeats-Heaney, dalle frasi di Joyce-Wilde-Swift). Qui neanche sappiamo che i racconti di Giovanni Verga sono più rapidi, rapaci, ‘moderni’ di quelli dello stracotto Raymond Carver.
*
Altra scusa. Il Novecento è stato un secolo bulimico di maestri. Li hanno fabbricati in serie, nelle catacombe, nelle botteghe oscure, alla luce del sole. Per questo le antologie patrie cambiano di continuo i connotati e gli ingredienti del canone: un chilo di Raboni è davvero meglio di un chilo di Luzi, forse un contorno di Pagliarani sta meglio di quella maionese di Sanguineti, e Antonio Porta, quando lo mangiamo? Non è detto che la zuppa Sereni sia più saporita di un brodino di Caproni (il tardo, però, l’epigrammatico) e il minestrone Zanzotto chi se lo inghiotte? Io all’insalatina liofilizzata del primo Ungaretti preferisco la costata ruvida di sangue di Dino Campana…
*
Altra scusa. Nel mondo anglofono – ma anche francofono, ispanofono, ariano, in verità, in ogni altra parte del mondo – continuano a partorire maestri. Come? Con i soldi. Borse di studio, premi importanti, possibilità di lavorare sul serio dentro l’opera – che non è il referto riferito ad altri della nostra domenica, in vacanza, fratelli al tramonto e ai propri buoni sentimenti –, al di là della medaglia sul petto, la pacca sulla spalla, la presa per il culo.
*
Altra scusa. Le scuole, le scuole… I poeti non si leggono a scuola! Propongo al Sindacato dei Poeti di proporre per obbligo la presenza di un poeta nelle scuole di tutto il Paese!
*
Poi ci siamo detti che i maestri erano tutti cattivi, liberi tutti, viva la libertà. In questa paradossale solitudine, al Premio Strega, l’anno scorso, ha rischiato di finire un romanzo su Gian Ruggero Manzoni, ma non l’opera di Gian Ruggero Manzoni, un maestro. D’altronde, chi conosce e riconosce l’opera fondamentale di Alessandro Ceni, di Francesca Serragnoli, chi ha letto Isacco Turina e perché al Campiello non ha vinto uno dei romanzi più potenti di questi anni – alla luce del troppo che ho letto – Tutte le voci di questo aldilà, di Andrea Temporelli?
*
D’altronde, Temporelli dice tutto, in quel libro: “Alla larga dalla poesia, schiccherafogli che non avete mai fatto spreco di voi stessi, che non avete mai vissuto e pensate di riscattarvi con i vostri bisillabici piagnucolii. Non destate i lupi: scenderanno nottetempo a sbranarvi. Voi non sapete che cosa sia scrivere sui vostri polmoni, riversati davanti come le ali di un angelo scomposto. Conoscete la vostra vanità”.
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Scuse, appunto. L’opera appare, fiammante, nonostante il tempo, il contesto, i contestatori. Eppure, dice il puro&folle, come la mettiamo con Rimbaud, la Dickinson, Hölderlin, Dino Campana, appunto, tutte le grandi opere nascono nell’irriconoscenza, nell’irreparabile eresia dal ‘pubblico’. Una volta ci siamo detti: ci basti custodire la fiamma, consegnare la torcia – ecco, la maestria – affinché qualcuno, oggi, domani, tra secoli, in questo o in altri mondi, sappia attingere al fuoco appiccando l’incendio. Un fuoco lo si afferra come un’arma, come la mano di un bimbo.
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Ieri mi è arrivata una cartolina da Giampiero Neri, il poeta. Alessandro Rivali lo ha definito un maestro in ombra; i libri di questo poeta non hanno agito dentro di me quanto la sua umanità, che mi affascina. Nel lavoro di Neri c’è la costanza di chi ha regalato molte volte i propri occhi, pezzi d’ambra, incagliati in luoghi distinti della storia – egli conosce la deriva continentale dell’uomo, misura quanto stagiona la speranza, il punto d’ebano dell’abisso. “La poesia non è dei professori e degli eruditi, ma degli sbandati, degli avventurieri, è come la fede in Gesù Cristo che hanno le Marie di Magdala, gli adulteri, i buoni ladroni, non gli scribi e neanche i farisei, sempre gli avventurieri, gli ultimi della classe, i reietti delle isole. Siamo al cospetto del mistero della letteratura, che è anche il mistero della vita. Forse questa volta ti trovo solidale. Bevo un bicchiere di vino alla tua salute”, mi scrive Neri, e non è maestria questo vino spartito a distanza, come un patto?
*
D’altronde, le cattedrali le hanno elette degli anonimi; e chi ha scritto il Cantico? Ci sono tempi in cui una maestria s’impara dalle nuvole, dalle muraglie innocenti, e dall’albero che si allinea all’assalto. E tu a chi scrivi?, questa è una domanda, ad esempio. Imparare che è sufficiente un solo destinatario, e dedicarsi ad esso senza risposta, da irresponsabili, è una direzione. (d.b.)
*In copertina: Philippe Halsman fotografa Salvador Dalí, nel 1954
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“Ricordati del mio dolore”. La poesia è sempre un atto di riconoscenza. Una lettera di Giorgio Anelli
Da svariati anni nutro gratitudine, oltre che rispetto, verso il poeta Andrea Temporelli. Il motivo è presto detto: il suo avermi voluto incontrare, un tempo, sul lago Maggiore, ad Arona. Nonostante fossimo l’uno per l’altro due semplici sconosciuti. Certo, fedeli d’amore verso quell’arte implacabile che assume su di sé il nome grande di poesia. Ma nonostante io all’epoca fossi uno sbandato maudit, in balìa di crisi umorali mica da ridere. Eppure, a partire da lì, da quel vicendevole osare, e dal suo biblico accogliermi ‒ io mi porto dentro una riconoscenza. Che se all’inizio aveva preso la forma, quanto mai incosciente, dell’ossessione (ogni mio libro doveva contenere un cammeo su di lui ‒ e così è sempre stato, e forse sarà…), ora invece questa gratitudine si è trasformata in un legame di amicizia che cresce saltuariamente ma costante nel tempo, quasi forse che si possa parlare di fratellanza.
Così vedi, caro Davide, ho raccontato tutto per dirti che sono stato ferito da una prosa inedita proprio di Temporelli, che ha pubblicato recentemente sul suo sito:
La poesia
Entra nella mia casa come se niente fosse. Mi guarda senza fare domande. Si distende sul divano. Sembra annoiarsi un po’, ma sorride.
Non dice mai niente.
Quando mi sembra il momento mi avvicino, ma lei ha sempre qualcosa da fare in cucina, o in giardino.
Se qualche volta me la ritrovo accanto, la guardo contento, lei pare triste e annoiata, ma sorride per me. È allora che sono sul punto di parlarle, ma lei mi mette un dito sulla bocca, mi ruba le parole e io dimentico tutto.
Prosa che, tra l’altro a mio modesto sguardo, parla efficacemente della poesia, della donna, della seduzione della musa. Mi ha colpito leggerla, e non perché mi recasse offesa, anzi. È talmente bella, tanto d’avermi mozzato il fiato e mandato in crisi. Ecco il punto. Riconoscersi azzannati dall’opera di qualcuno che si stima, al punto tale da sentirne la sconfitta e sentirsi inadeguati, doversi rintanare, per prepararsi ‒ nel tempo nuovo dedicato alla sperimentazione e allo studio ‒ a un rinnovato assalto letterario. Come Andrea ti scrisse in una lettera aperta: “proprio per farci la guerra per amore, per restare responsabili di quello che scriviamo”, vorrei soffermarmi il tempo di un soffio su un altro fatto accaduto di recente. E quindi ‒ non per piaggeria, men che meno per perpetrare il gioco all’italiana tanto caro agli intellettuali contemporanei ‒, avvisare l’attento quanto sparuto lettore che nel numero di Poesia di aprile compare una ‘soggettiva’ su Temporelli, con dieci poesie, dal titolo inequivocabile: Sovenha vos. Quando gli ho chiesto se poteva spiegarmi questo titolo, la sua risposta mi ha reso felice. Eccola: alla fine del canto XXVI del Purgatorio Dante fa parlare Arnaut Daniel, il maggiore poeta provenzale, che alla fine del suo discorso dice: “Ricordati del mio dolore”. Ora, in questo verso mi pare traspaia un ulteriore quanto misterioso esplicarsi della poetica e della profezia privata di Andrea Temporelli che non sarò certo io a esplicitare, tanto che lo stesso mi ricorda che dal verso successivo aveva tratto il titolo di una raccolta di suoi saggi editi nel 2009 da Atelier: Nel foco che li affina.
Sovenha vos, dunque, mi fa tornare alla mente che nel 2017 uscirono per Ladolfi Editore le mie 8 poesie bohémien, nelle quali in esergo per me Marco Merlin è il miglior scalpellino. Proprio a ricordare come ugualmente la Terra desolata di T. S. Eliot fu dedicata: A Ezra Pound, il miglior fabbro. Inserita nell’edizione del 1925, la frase richiama il verso 117 del XXVI canto del Purgatorio dantesco. “Il miglior fabbro del parlare materno” (cioè della lingua volgare) è, per Dante, il trovatore Arnaut Daniel.
In sostanza, ricordare questo aneddoto, senza pretendere allusione o ammiccamento alcuno, mi fa sempre più prendere coscienza di come la letteratura sia costellata di omaggi e collegamenti che si creano direttamente o indirettamente (a volte anche all’insaputa degli interessati) tra le opere dei loro autori, sigillandone ‒ senza ombra di dubbio ‒ un destino.
Giorgio Anelli
*In copertina: Thomas S. Eliot e Virginia Woolf
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“Il poeta parla fuori del tempo, fa comunità con i morti e con i venturi. Non butta la sua parola nella mischia, magari alzando il tono. La propone semmai con delicatezza e umiltà; la insinua”. Lettera pubblica di Andrea Temporelli a Giorgio Anelli
Caro Giorgio,
rispondo in pubblico alla tua lettera per ragioni che, spero, si chiariranno nelle righe che seguono.
In fondo la domanda che hai posto è la più semplice, ma anche la più terribile: “Perché si scrive?”. A me è sempre piaciuto declinarla in modo più concreto: “Per chi si scrive?”. La seconda domanda può permetterci di mitigare la portata esistenziale della prima, quasi restituendo l’attività dello scrittore a quella di un artigiano (oh, atelier). Se la scrittura fosse un mestiere, o anche soltanto un hobby, non ci sarebbe tanto da rimuginare con la testa. “C’è un pubblico che attende il mio nuovo libro; mi piace passare il tempo in questo modo”. Eppure, come ben sai, soprattutto per chi scrive poesia, la questione lievita. E non la evito nemmeno io, sebbene preferisca affrontarla in modo schietto, senza troppa schiuma.
Intanto, partirei da un paradosso. Chi scrive poesia sente il demone dell’arte e quindi pensa che quel che fa abbia un significato enorme. Per lui, indubbiamente lo ha. Ma perché è importante tramutare la questione individuale in questione pubblica? Intorno tra l’altro c’è sempre meno possibilità di riscontro. Quali interlocutori autorevoli abbiamo per confrontarci? Così, per eccesso di autoreferenzialità, la maggior parte dei poeti (degli scrittori?) resta adolescente. Ci fosse davvero qualcuno capace di stroncare i nostri versi! Leggessimo qualcosa in grado di annichilirci, per manifesta grandezza! Finalmente si spalancherebbe in noi la scelta: il silenzio, eventualmente sotto forma di buen retiro in cui deliziarsi privatamente dei propri vizi; oppure la crisi, la rinascita, il rilancio artistico. Come ben sai, ho cercato per anni di aprire un orizzonte di relazione nel mondo letterario, proprio per queste ragioni. La parola chiede, per sua natura, il rapporto con l’altro. Certo, Je est un autre; ovvero, scrivo a me stesso. Questa è una risposta infatti ricorrente; efficace, ahinoi, come un dogma. Ma quale disciplina occorre per introiettare l’autorevolezza del maestro? Chi è capace di giudicarsi con rigore inflessibile? Chi può realizzare da solo il proprio destino, facendo di sé stesso il proprio destinatario?
Anche chi colleziona francobolli considera la sua passione molto importante, però non ha pretese di universalità. Anzi, si compiace del suo interesse di nicchia e gode del confronto all’interno di una comunità di iniziati. Occorre quindi difendere un’idea aristocratica dell’arte? Addirittura credere in un’élite fanatica, che protegge un’esperienza irriducibile e lo fa in nome dell’umanità intera? Temo di sì. I termini non mi piacciono, ma i poeti possono esistere solo come setta. Peggio, come utopia di una setta.
Ecco il paradosso: credersi depositari di un sapere fondamentale per tutti, mentre tutti misconoscono il senso della nostra esistenza. Sì, credo che questa sia la nostra condizione. Ma vorrei che tu mettessi a fuoco bene quest’idea, perché non c’è soddisfazione, dal momento che nemmeno tra poeti ci si sente letti, apprezzati o criticati come si deve. Così come non c’è commiserazione, perché non rimpiango i tempi in cui la letteratura contava qualcosa nella cultura mondiale (fosse l’epoca della società di corte o delle aristocrazie illuministe). Prendo semplicemente atto che questa è la società della globalizzazione, della tecnologia, della confusione postmoderna, di internet e, per ciò stesso, probabilmente, non è l’epoca in cui possono nascere nuovi capolavori per l’umanità.
*
A questo punto non vorrei essere catalogato tra i frettolosi proclamatori della morte dell’arte. Occorre andare ancora oltre, nel ragionamento. Del resto tu lo sai bene, anch’io spero che la poesia resista, ma secondo me può farlo solo passando attraverso una sorta di morte iniziatica, che altro non è che la presa di consapevolezza dello scenario che ti sto descrivendo. Ho detto infatti che questa “probabilmente” non è un’epoca favorevole, ma nutro la folle speranza che lo spirito del nostro tempo improvvisamente si incarni in un’opera che smentisca tutto e tutti. D’altra parte, nel giro di pochi giorni la nostra stessa esistenza non è stata radicalmente stravolta, a causa di un microscopico virus che ha messo in ginocchio i massini sistemi entro cui cullavamo la nostra inquietudine? Sarebbe di cattivo gusto paragonare la poesia a un virus, oggidì. E allora propongo l’immagine dell’ossigeno. La poesia è di tutti, attraversa e nutre la vita di tutti, anche se non ce ne rendiamo conto. Chi nel mondo negherebbe l’importanza dell’ossigeno? Conosci qualcuno che direbbe che la poesia è dannosa? Anzi, io penso che molti noterebbero che la poesia è ovunque. Banalizzata, appunto. Data per scontata. Nella pubblicità. Nelle canzonette. Nel poeticume dei messaggini social. Nella retorica delle relazioni umane. Negli slogan politici. Dappertutto. Ovunque misconosciuta, nell’atto stesso in cui la si riconosce come essenziale.
Anche l’immagine dell’ossigeno è però ampollosa, lo ammetto. I poeti sono inutili, in questo frangente. Ora servono respiratori veri, letti, mascherine, medici e infermieri. E non raccontiamoci che la letteratura porta almeno sollievo; mi rifiuto di pensare alla poesia come a un placebo. Già l’immagine di un’arte che, dopo l’evento, lo celebra, pur in una sacrosanta funzione di rievocazione e di conforto, mi interessa poco. La memoria serve, se serve, per il futuro. Il senso non si volge al passato se non nell’atto stesso in cui se ne distanzia, sprofondando nel tempo a venire, anche a costo di trasformarsi, di negarsi. Leggiamo ancora oggi le poesie di Ungaretti non tanto per immedesimarci (ci sono film che in questo risultano più efficaci), ma per mantenere viva la fiamma dell’umanità anche oltre quel frangente. Per godere del nostro respiro adesso. Per stare degnamente, come ha scritto in modo impeccabile il mio amico Riccardo, nel Privilegio della vita.
Dunque, siano benedette le schiere di operatori sanitari, di virologi, di scienziati, di esperti di economia, di psicologi, di politici lungimiranti e di tutti i mestieri utili, nella nostra società così complessa e fragile. Ma la voce minoritaria dei poeti ha senso proprio a partire dalla sua marginalità, dal suo tirarsi fuori dalla mischia.
*
Il poeta parla fuori del tempo, fa comunità con i morti e con i venturi – anche quando raccoglie le briciole del presente. Non butta la sua parola nella mischia, magari alzando il tono. La propone semmai con delicatezza e umiltà; la insinua. O, come sta capitando a molti, la trattiene, per soffiarla verso un tempo di ascolto più propizio.
Si scrive sempre nel sogno di un prossimo abbraccio con il nostro angelo.
Non a caso nella tua lettera mi parli della gioia imprevista che è nata dall’aver dato ascolto a versi altrui. Hai poi scoperto i pensieri terribili che accompagnavano la mano di chi scriveva. È proprio così. È sempre così. Scriviamo perennemente in trincea. La parola poetica brucia di sincerità perché è prossima alla cenere, come il soldato che non ha tempo di perdersi in vezzi inutili, esposto alla morte. Ciò è vero anche quando la trincea si traveste della quotidianità più trita o della cattività della nostra condizione antropologica. Si fa poesia solo quando si trova questa intensità, quando ci si accorge di quel che siamo, quando incendiamo l’attimo con la coscienza. Anche una cipolla può rivelarci a noi stessi. Così, certi pensieri tragici sono esperienza più comune di quel che si crede: tutti portiamo dentro la vertigine della morte, nell’attimo stesso in cui sospendiamo il respiro: atemwende.
*
Banale e tragico, ridicolo ed eroico, il poeta non ha nemmeno la possibilità di essere sempre presente. Non ha cittadinanza riconosciuta. Vive in perenne esilio. Ed è un bene. Uno scrittore, voglio dire, può sempre impugnare la sua penna, alzare la voce, dichiarare il suo dissenso. Ben vengano anche tali testimonianze, magari in questo modo la letteratura può talvolta salvare qualche vita. Dubito che esistano ancora scrittori di una tale portata, ma si tratta ancora una volta di un giudizio sulla nostra epoca, non di un giudizio sulla levatura morale degli scrittori odierni. Ma un poeta ha bisogno di parlare a un individuo per volta, e può farlo solo quando la grazia di prendere voce come poeta gli è concessa. La disciplina garantisce il mestiere, ma non l’ispirazione, e tantomeno il genio della poesia.
La voce della poesia è per sua natura inerme, fragile, povera – ma in questi margini sa trovare la propria potenza e la propria gloria. Il resto è la querimonia di un sacerdote veterotestamentario.
Questo paradosso, poi, ne produce molti altri. Per esempio, il poeta più esperto è il meno adatto a spiegare la propria arte. Oppure: si può intervistare uno scrittore, ma pretendere di intervistare un poeta sarebbe come pretendere di intervistare un morto.
Ecco, volevo dirti questo. La “fiamma di responsabilità” che hai sentito improvvisamente brillare non deve diventare un vessillo eroico. Dobbiamo sempre credere alla possibilità che la parola fiorisca nell’incontro, che ci sia qualcuno, là fuori, in un futuro imprevedibile, che accoglierà i nostri versi.
Per questo, appunto, anch’io oso aprire a una dimensione pubblica quella che è, molto modestamente, solo una risposta personale. Il dono del poeta è osceno per sua natura, perché ha abbattuto i confini fra interno ed esterno, fra sé e il cosmo, fra privato e pubblico. Può essere delirio, può essere un passo evolutivo.
Mentre cammino sul filo di queste parole come un acrobata, ti auguro ogni bene, come scrivi tu, in speranza immortale.
Andrea Temporelli
*In copertina: Vladimir Majakovskij e Lilja Brik sul set di un film, Mosca, 1918; la lettera pubblica di Andrea Temporelli è edita originariamente qui.
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I 10 libri di poesia più belli del Ventennio: il canone è questo! (Lo dico io, con la cerbottana in bocca). Da Francesca Serragnoli ad Alessandro Ceni, da Isacco Turina ad Andrea Temporelli
Ritorno su Andrea Cortellessa. Su “Tuttolibri” de “La Stampa” il critico letterario ha allineato i libri più belli degli ultimi vent’anni, sotto il logo “Del XXI secolo il canone è questo”. Ha fatto bene. Nell’epoca dell’obliqua ubiquità, dove si stampa di tutto ma è letteralmente impossibile leggere tutto quello che passa per il cortile editoriale, bisogna fare delle scelte. Opinabili per forza di cose: uno che sceglie obbliga un altro a prendere posizione. O a scegliere altro. Cortellessa si concentra sui romanzi italiani, è un intellettuale autentico, io sono un trickster, per cui posso permettermi di vergare la lista dei 10 libri italiani di poesia più importanti del Ventennio. Due cose, superficialmente, mi sorprendono. Primo: l’Italia è, letteralmente, terra di poeti. La poesia, intendo, porta avanti la fiamma del linguaggio, piantando la torcia in un futuro a venire – che forse non avverrà mai. Il romanzo mi pare stia sul ciglio della cronaca e delle buone intenzioni, di solito si esaurisce presto – fatta salva l’avventatezza linguistica di alcuni, pochissimi. Secondo: quando si parla di poesia contemporanea il balbettio sfinisce, è un’orda di pettegolezzi. Di norma, il problema si risolve impilando una vasta lista di autori, più o meno autorevoli, la poesia è vacca dalle poppe abbienti. Insomma, non si sceglie. Così, ad esempio, il saggio di Alberto Bertoni, “Poesia italiana dal Novecento a oggi” (Marietti, 2019), si riduce a un registro di lirici nuovi; quando il prof s’impegna a fare “Lezioni di poesia”, si concentra sui soliti noti (nel caso specifico: Giovanni Giudici, Emilio Rentocchini, Valerio Magrelli). Bertoni ha ragione: nella notte in cui le vacche sono nere, più che sondare le ombre (snidate nel nome&cognome) meglio affidarsi all’usato sicuro. Ma io, ripeto, non sono un critico, sono uno con la cerbottana nella cinghia, per cui oso la scelta. Mi doto di una sola regola: scegliere libri che costituiscano, nell’ultimo ventennio, l’esplosione di un autore e non il riassunto della sua pur luminosa parabola (esempio: Milo De Angelis e Valerio Magrelli, per dire, sono poeti che hanno già espresso il loro talento ben prima del nuovo millennio). Intanto, i primi 10 libri a mio giudizio necessari. (d.b.)
***
Maria Grazia Calandrone, La scimmia randagia (2003)
Epica e politica, assoluta e senza assoluzione, teatrale e combattiva, offesa e inoffensiva, la poesia della Calandrone nasce per essere detta, è dettato che si fa atto. Ne filai gli esordi, ricordo, all’inizio del millennio, che restano ancora statuari. “E la parte arcaica del cervello intravede/ nuvole in cielo cattive e poi copre il tuo volto nel crematorio bianco.// File di pioppi nel silenzio atomico. Della disadorna anemica delle erbe/ sale il Te Deum, la lode”.
*
Pierluigi Cappello, Assetto di volo (2006)
La poesia è così: affare per pochi, misura della solitudine. Eppure, è rito che va spartito, condiviso. Cosa simile al pane. A questo mi manda la poesia di Cappello, allo stesso tempo iliadica, epica, e nuda. “Ci vuole un’estate piena e un padre calmo,/ un dio non assiso in mezzo agli sconfitti/ ma così in tutta bellezza lo posso immaginare/ come un bambino alle prime pedalate”.
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Simone Cattaneo, Peace & Love (2012)
Tra Martin Scorsese e Machiavelli, tra lo sketch periferico, da sottosuolo, alla rivelazione meridiana, che incatena alla nostra inadempienza al vivere. Ne amo, pure, quelle pozze di intrepida dolcezza. “Quella forza che tramuta/ il giorno in sera/ e la sera in giorno,/ proprio quella forza/ vorrei scheggiare/ così che trascini anche me/ in quel nulla, in quell’umore/ dove nuda si libra/ la gemma del tuo dolore”.
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Alessandro Ceni, Mattoni per l’altare del fuoco (2002)
Libro visionario, orfico, selvatico, boschivo, anomalo, di ricerca linguistica e sciamanica. Va sussurrato con la dedizione dell’inno dato in pasto alle foglie. “Sia la nostra morte/ al suo occhio teso di passero/ grande di rami e di viluppi/ né mai distolga il passo una volta compiuto”. Poesia che va sorbita, servita.
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Federico Italiano, L’invasione dei granchi giganti (2010)
Poesia complessa, colta, ironica, letteraria, scanzonata, vertiginosa, europea. Alcuni poemetti di questa raccolta (“Il tradimento dei rospi”; “La nuova età gregaria o l’invasione delle locuste”; “Schiller”; “I Mirmidoni”) dovrebbero essere delle acquisizioni ‘scientifiche’, date, della letteratura italiana recente. Ritaglio da “Discorso di un giovane alla sua prescelta”, ambientato “In una tenda a oriente del Volga, 3500 a.C. circa”: “Coltiveremo la terra estirpata al bosco,/ il fuoco la renderà albume,/ e tu ingrasserai come conviene,/ avremo tempo per le arnie/ e per la contemplazione dei temporali. Non temere”.
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Gian Ruggero Manzoni, Scritture scelte (2006)
Il talento di GRM esplode nell’ultimo ventennio, sia nel campo del romanzo (“Il Morbo”, 2002; “Acufeni”, 2014) che in quello poetico (“Tutto il calore del mondo”, con opere di Mimmo Paladino, è del 2013). Poesia di lotta e di sapienza, quella di GRM (“Più la vita è randagia più/ il senso vero che l’abita è/ sedentario”), che percorre gli assoluti con nitore apodittico, da vergare sugli stipiti delle porte. Vale, di questo libro antologico, la scelta di farsi fuori da tutti: stampato per le Edizioni del Bradipo, introvabile, per pochi accoliti. La poesia di GRM va stanata, va scelta, prediletta, al di là di ogni magagna editoriale.
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Alessandro Rivali, La caduta di Bisanzio (2010)
Scrittura distillata dal fuoco, dove tutto – presente, passato, avvenire – è uno, significativo, con tensione di icona. L’epica gratificata da una gioia per la parola esatta, sfocia in un progetto che Rivali lavora da anni, “La terra di Caino”. “La sella di pietra è un veliero/ che contempla la rosa dei mari.// Nelle terre alte dei sette laghi/ l’acqua ristora la sete di Dio”.
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Francesca Serragnoli, Il fianco dove appoggiare un figlio (2011)
Esplosione in cristallo, la poesia ha trame che ti bucano gli occhi – e cosa puoi fare se confondi il lamento con la legge? Rigore e visione si equilibrano nella poesia di Francesca Serragnoli, tra i grandi poeti del tempo presente. “Ti raccolgo con le mie braccia bucate/ regina di paglia sento/ irrigidirsi l’osso del passero/ prima del volo/ e la fiamma agitarsi/ e ballare”
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Andrea Temporelli, Terramadre (2012)
Il poema che ricapitola ogni amare fino al punto che precisa la rinuncia. L’atto di nascita specifica il precipizio: adorare l’uomo, per estinguerlo. Leggete qui, che grandezza: “Non c’è più tempo e non c’è solitudine:/ se la fine certifica l’amore/ fermo il respiro adesso nel poema:/ adamantino chiodo dentro il vuoto/ per darti appiglio, figlio, almeno un poco./ Qui poggia il piede per la capriola/ con cui mi onorerai dimenticandomi.// Noi viviamo definitivamente”.
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Isacco Turina, I destini minori (2017)
Scrittura incisa nel quarzo, che disorienta con inesorabile lucidità, praticata da un autore che si nasconde. L’esito è un libro memorabile. “La mano del bambino stacca i camion/ dalla strada e li solleva nel volo./ Le cose che ora chiami vere/ avranno la misura di un giocattolo”.
L'articolo I 10 libri di poesia più belli del Ventennio: il canone è questo! (Lo dico io, con la cerbottana in bocca). Da Francesca Serragnoli ad Alessandro Ceni, da Isacco Turina ad Andrea Temporelli proviene da Pangea.
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