La disobbedienza civile è un segno di vitalità democratica o un attentato al contratto sociale? Per rispondere alla domanda, Anne Chemin impiega due pagine di Le Monde. E, più che dare una risposta, elenca quelle che altri hanno dato nel corso dell'ormai lunga storia di tale forma di protesta. Le cui origini risalgono a un opuscolo con quel titolo del filosofo, poeta e scrittore americano Henry David Thoreau (1817-1862), pubblicato postumo nel 1866. Per lui, come per Ralph Waldo Emerson, suo amico, l'unica guida, ricorda Chemin, dev'essere la nostra coscienza. E alle decisioni dello Stato che ripugnano alla propria coscienza si deve disobbedire non tanto per spingere il governo a cambiarle, quanto per conservare la propria integrità morale. Sarà Gandhi, avido lettore di Thoreau, ad aggiungere alla dimensione morale della disobbedienza civile quella politica, facendone non più "un atto individuale, ma una mobilitazione collettiva: non serve più a placare la coscienza, ma a trasformare il mondo». Una convinzione che sarà fatta propria, con esplicito debito di riconoscenza a Gandhi, da Martin Luther King nella sua lotta anti segregazionista e pro diritti civili. Chemin salta, a quel punto, ai giorni nostri. E alle proteste di gruppi ecologisti radicali come Extinction Rebellion (che hanno bloccato i centri storici di metropoli come Londra o Parigi; nella foto Afp una manifestazione lo scorso 8 marzo sul ponte di Waterloo a Londra). In essi si ritrovano alcuni principi fondanti della disobbedienza civile: le azioni devono essere non violente, ma possono essere illecite (vedi il blocco del traffico o dei trasporti). È interessante, però, notare come tali proteste siano fatte spesso in nome di leggi più «alte», tipo gli accordi internazionali sul clima. Resta l'interrogativo chiave: «Spesso spettacolari, sempre simboliche, le azioni dei disobbedienti sono comunque legittime? La questione divide filosofi, sociologi e politici da un secolo». Pierre-Henri Tavoillot, autore di Comment gouverner un people roi? pensa di no. A suo avviso, la disobbedienza civile è foriera di frammentazione e «non può, in alcun caso, essere eretta a principio politico: come si può giustificare che, in democrazia, sin infrangano le leggi che sono espressione della volontà generale? La disobbedienza civile dà ai militanti la sensazione di essere attori politici, ma apre la strada alla tirannia delle minoranze». Hannah Arendt, invece, invitava i governanti «a darle uno spazio nel funzionamento delle istituzioni pubbliche». Juergen Habermas ritiene permetta di testare lo stato di diritto e anche John Rawles la ammetteva contro casi di «infrazioni gravi al principio della libertà per tutti e di violazioni flagranti di quello di uguaglianza delle opportunità». Alla fine, conclude Chemin, la discussione mostra due diversi sguardi alla cittadinanza: quello di Tavoillot, secondo cui «la virtù cardinale del cittadino è “oggi più che mai” l’obbedienza, che va distinta dalla sottomissione». Per Manuel Cervera-Marzal, autore di Désobeir en démocratie, è invece la responsabilità: «Dobbiamo smettere di essere bravi soldati per diventare individui autonomi». Dite che siamo tornati al punto di partenza? Sì, ma adesso avete più spunti per farvi un'idea.
- Luca Angelini













