Sulla lettera di Antonio Grulli ad ATP diary
Articolo di Antonio Grulli: http://atpdiary.com/the-best-2016/
All’attenzione di Atp diary e del signor Antonio Grulli
Scrivo come viene e spero avrete la pazienza di leggere. Se ciò non dovesse accadere, vorrà dire che avrò compiuto comunque, un buon esercizio di scrittura. Ho letto la lettera del signor Grulli e ne ho tratto molti buoni spunti. Ma se posso risultare sfrontato, da gallerista, vorrei descrivere, da un angolazione diversa, un paio di questioni, a chi avrà la pazienza di scorrere le righe. Io bazzico nel settore da 11 anni e scritti simili ne ho veduti, sotto varie forme, una buona serie. Ma stranamente, nulla è mai mutato. Le gallerie maggiori propongono per buona parte dell’anno, artisti stranieri. Hanno ragione. Di solito permettono maggiori guadagni e sono spendibili in ambito internazionale, i nostri volenterosi artisti nostrani, no. Per spiegare ciò basta elencare un paio di fattori, oggi gli italiani che “vanno” a livello economico sono sovente di una certa età, sono in buona sostanza, investimenti sicuri per i collezionisti. I giovani vengono visti come meteore perché spesso braccati e poi spolpati dal mercato. Questi ultimi in larga parte battono bandiera estera. I giovani italiani (una parte in costante crescita arginata da talenti che sono pepite da fiume, ormai) sono invece, fin dall’accademia, abituati a catalogarsi dentro ad una ricerca o ad una tecnica, che è scelta anche in questo caso dal mercato, dalle fiere soprattutto. Si abituano a ragionare, vivere e decidere in base a dove sono e a chi frequentano, utilizzano strategie di marketing personale, che sono sempre più professionali ma tendenti non ad una ricerca artistica ma ad un bisogno di fama immediata. Mi si capisca, nessun senso di perbenismo c’è nelle mie parole, ma solo una constatazione fredda, distaccata. Con ciò si è rinunciato alla traccia dell’arte italiana per rincorrere delle vere chimere. Le gallerie sono aziende e dunque non possono che adeguarsi (indirizzare , se possibile),avendo già deciso molto tempo prima, di omettere il giudizio personale. Lo hanno fatto però sempre più parlando una lingua straniera, andando fuori a cercare fortuna (il mercato in patria, si sa, è scarso). Loro, però, non portano quasi mai giovani italiani (solo artisti storicizzati) perché come mi è sempre stato riferito, sarebbe stato un bagno di sangue, causa scarsa conoscenza dei lavori proposti. Non vado oltre, perché altro ci sarebbe da dire ma descritto tutto ciò, non viene strano che anche i curatori e i critici siano in questo ingranaggio e navighino in questa condizione culturale. Mi viene da dire che per uscirne ci vorrebbe del coraggio (sul breve termine) ma anche prendere delle decisioni drastiche, che partano dalle scuole (lungo periodo). Sul fronte della curatela, non posso che riportare la mia esperienza personale, che è quella di un gallerista che lavora principalmente, ma non solo, com’è logico, con italiani. Sovente proporre giovani nostrani di belle speranze è un vero patimento, causa di paletti messi da tecnici ed esperti che vogliono il nome oppure un cognome che suoni “di fuori”. Questo per ovvie ragioni, d’immagine, di opportunità e perché oggi, va così. Nel mezzo i tanti, lo dico in coscienza, che provano a far cambiare la situazione ma si sentono sempre più delle carpe dentro ad una tazzina di caffè. Senza ossigeno e ridicoli. Non c’è paura di analizzare il presente o di prendere una posizione signor Grulli. Vi è unicamente l’opportunità da parte dei vari soggetti, di afferrare una fetta del mercato perché al contrario, per valorizzare certi patrimoni c’è bisogno di tempo e di idee. Sul primo (molto bistrattato) sono fiducioso, sul secondo punto, diciamo, c’è da lavorarci ancora molto, soprattutto sul rischio in termini di modifica o dirazzamento parziale, dell’identità artistica del paese.
Se sono uscito dal seminato me ne scuso e spero sia riuscito a fornire un piccolo contributo, anche a latere.
Buon lavoro a tutti
Alessio Moitre














