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Sono così felice mentre cammino di notte tra i binari della stazione, cercando di non darmi una spiegazione: finalmente libera dal lavoro, qualche ragazzo mi chiede delle monete fissandomi dai suoi occhi azzurri tipicamente nord-europei. Continuo a camminare libera finalmente dai turni, dalle domande indiscrete di qualcuno che finge di esserti amico solo per non sentirsi in colpa degli orari a cui ti costringe o della vita che fai. Cammino e sono in silenzio e finalmente, dopo mesi spesi a parlare, parlare e ancora parlare, essere da sola in una città sconosciuta mi fa sentire come se finalmente fossi un personaggio con lo sfondo giusto. Mi guardo allo specchio e nonostante le occhiaie, o i capelli sempre lunghissimi e annodati, mi sento come un ritaglio incollato di nuovo nella sua rivista.
Mi sono sempre piaciute le stazioni: forse è stata colpa dell’aver visto “Noi, ragazzi dello Zoo di Berlino” a quattordici anni, ma le ho sempre frequentate.
È dove nacque tutto con F., quando ancora ero vergognosamente piccola e non sapevo di starmi legando all’ennesima pietra al collo, e dove andavamo a parlare quando litigavamo. Percorrevamo i binari fino a che non rimaneva che una luce fioca e parlavamo di tutto, in un tono che ancora fatico a scordare. Forse è giusto così.
“Pensa a tutti i treni che potresti prendere” è la frase che la mia primissima psicologa mi disse, a sedici anni, in seguito ad un episodio depressivo causato dall’abbandono di F. di qualche settimana prima. Mi viene da ridere adesso, che sono quasi quattro anni che vado di casa in casa, di corpo in corpo, con treni programmati sempre ad un certo punto per evitare di legarmi. Ho lasciato ogni possibile relazione, con chiunque io ora ascolti solo tramite uno schermo, per accettare che forse va bene così. Non cerco più una stabilità, un’altra famiglia, un surrogato di casa sicura. Mi sento sola, ma è normale. Alle volte vorrei cadere all’indietro, con gli occhi chiusi, e che ci fosse qualcuno a prendermi. Riconosco che nell’aver avuto le mani legate per così tanti anni, diventando qualcuno che non ero, adesso la solitudine è un prezzo accettabile più della rinuncia. Incontrerò o reincontrerò i corpi che sapranno darmi calore, prendermi se cado di schiena ai bordi di campi di segale, ma la vista dalla finestra della mia stanza sui tetti e sulla neve ancora fresca vale la pena di tutta la sofferenza che sto attraversando.
“Hai imparato cosa si chiama libertà, e questo non te lo dimentichi più.”
Sono così felice mentre cammino di notte tra i binari della stazione, cercando di non darmi una spiegazione: finalmente libera dal lavoro, qualche ragazzo mi chiede delle monete fissandomi dai suoi occhi azzurri tipicamente nord-europei. Continuo a camminare libera finalmente dai turni, dalle domande indiscrete di qualcuno che finge di esserti amico solo per non sentirsi in colpa degli orari a cui ti costringe o della vita che fai. Cammino e sono in silenzio e finalmente, dopo mesi spesi a parlare, parlare e ancora parlare, essere da sola in una città sconosciuta mi fa sentire come se finalmente fossi un personaggio con lo sfondo giusto. Mi guardo allo specchio e nonostante le occhiaie, o i capelli sempre lunghissimi e annodati, mi sento come un ritaglio incollato di nuovo nella sua rivista.
Mi sono sempre piaciute le stazioni: forse è stata colpa dell’aver visto “Noi, ragazzi dello Zoo di Berlino” a quattordici anni, ma le ho sempre frequentate.
È dove nacque tutto con F., quando ancora ero vergognosamente piccola e non sapevo di starmi legando all’ennesima pietra al collo, e dove andavamo a parlare quando litigavamo. Percorrevamo i binari fino a che non rimaneva che una luce fioca e parlavamo di tutto, in un tono che ancora fatico a scordare. Forse è giusto così.
“Pensa a tutti i treni che potresti prendere” è la frase che la mia primissima psicologa mi disse, a sedici anni, in seguito ad un episodio depressivo causato dall’abbandono di F. di qualche settimana prima. Mi viene da ridere adesso, che sono quasi quattro anni che vado di casa in casa, di corpo in corpo, con treni programmati sempre ad un certo punto per evitare di legarmi. Ho lasciato ogni possibile relazione, con chiunque io ora ascolti solo tramite uno schermo, per accettare che forse va bene così. Non cerco più una stabilità, un’altra famiglia, un surrogato di casa sicura. Mi sento sola, ma è normale. Alle volte vorrei cadere all’indietro, con gli occhi chiusi, e che ci fosse qualcuno a prendermi. Riconosco che nell’aver avuto le mani legate per così tanti anni, diventando qualcuno che non ero, adesso la solitudine è un prezzo accettabile più della rinuncia. Incontrerò o reincontrerò i corpi che sapranno darmi calore, prendermi se cado di schiena ai bordi di campi di segale, ma la vista dalla finestra della mia stanza sui tetti e sulla neve ancora fresca vale la pena di tutta la sofferenza che sto attraversando.
“Hai imparato cosa si chiama libertà, e questo non te lo dimentichi più.”
S-Bahn in Berlin Grunewald am 15.10.2017
Najdłuższa na świecie podwieszana kolej Wuppertaler Schwebebahn- Wuppertal Suspension Railway #10
Najdłuższa na świecie podwieszana kolej Wuppertaler Schwebebahn- Wuppertal Suspension Railway #10
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incoming von Nicolas Heinzelmann Über Flickr: Spiez, Switzerland
#lePereFrederic #alte #dampflok am #bahnof #lesBrenets #switzerland🇨🇭2018 (hier: Les Brenets, Switzerland)