Denuncio tutti- Lea
Per quasi una settimana al Teatro Duse, nella città di Bari, è stato rappresentato lo spettacolo “Denuncio tutti -Lea” , scritto da Giovanni Gentile e interpretato da Barbara Grilli.
Il teatro Duse è piccolo , incurante del tempo che passa e delle mode che si aggiornano, si dedica piuttosto a un dolce decadimento , offrendo il suo palco scricchiolante ad attori coraggiosi. Non è casuale la scelta di questo aggettivo, anzi : il coraggio è la marca che definisce la protagonista della storia raccontata da Giovanni Gentile; chi lo segue, in poco tempo intuisce la sua dedizione nel rintracciare figure femminili scartate dalle narrazioni ufficiali. Al pari di un antiquario , armato di meticolosa curiosità, si mette sulle tracce di queste donne, raccoglie tutti i pezzi delle loro storie , soffia nei loro cuori la linfa vitale delle parole e le lascia parlare, perché lui sa che hanno molto da dire , proprio per questo qualcuno ha voluto farle tacere con la morte prematura.
La donna al centro di questo spettacolo è Lea Garofalo , più o meno nota, più o meno dimenticata. Prima di lei, la penna di Gentile si era posata su Palmina Martinelli , molto meno nota, decisamente più dimenticata. Eppure hanno tanto in comune: due donne con il coraggio di sognare, nate al Sud , in famiglie che non conoscono la mollezza degli affetti e che subiscono come condanne le secolari cattive abitudini delle generazioni precedenti , l’ancestrale duro dolore di un Mezzogiorno isolato e che al pari del teatro nel quale ci trovavamo, sembra indifferente al progresso , si lascia scalfire dal tempo e con fermezza non cambia, resta uguale. Entrambe si sono mostrate recalcitranti rispetto a quella staticità, per entrambe è stato fatale il tentativo di sfuggire alle sabbie mobili ; eppure profumano di vita i loro “No” , le loro battaglie , sono maleodoranti e atone quelle mani che hanno fatto di tutte pur di metterle a tacere. Fortunatamente si sono rivelati vani quegli ignobili gesti e Giovanni e Barbara ce lo sanno dimostrare.
LO SPETTACOLO
Sul palco sale una giovane donna , bella e ardente di passione, una cittadina cosciente che osserva curiosa la città che abita , ci apostrofa bonariamente , scuotendoci, e ci spinge ad accompagnarla, anche se forse sarebbe più corretto dire “ seguirla affannosamente”, mentre percorre a ritroso un labirinto che sbuca nel punto esatto dal quale siamo entrati. Non è importante l’identità di questa donna, non spende parole per parlare di sé, va controtendenza in un mondo di egomaniaci e si moltiplica, cambiando voce ed espressione, per far emergere ciò che per lei è importante e che è decisa a raccontarci. Dopo un accenno alla dichiarazione di colpevolezza rilasciata da Carlo Cosco, ex compagno e assassino di Lea Garofalo, le parole imboccano una strada all’apparenza secondaria o per nulla attinente: che genere di legame potrebbe esserci tra una donna uccisa dal proprio compagno, affiliato all’associazione mafiosa calabrese ‘ndrangheta, e gli innumerevoli supermercati che costellano le nostre città, con i loro scaffali pieni e le casse semivuote ? Dobbiamo considerare fisiologico per una società ricca l’eccedere dell’offerta di cibo rispetto alla domanda, o è piuttosto un elemento “cancerogeno”, sintomo di un male silente ma diffuso ?
L’uomo saggio , secondo l’ideale definito da Seneca e poi confermatosi in età umanistica, non prova meraviglia quando si imbatte negli eventi della vita, nulla coglie di sorpresa il suo animo imperscrutabile. Probabilmente si ricrederebbero quei saggi impassibili se si trovassero a passeggiare tra le strade delle nostre città , al fianco di automi che con sguardi spenti si dimenano in un vortice di blocchi di cemento e scansie proliferanti. Il monologo recitato da Barbara Grilli dipana i fili intricati del mondo criminale, intessuti ad arte con il benestare di chi non si faceva domande , non si meravigliava: allora, forse, andrebbe riabilitata la capacità di stupirsi , se capace di annientare il nocivo “mito della lontananza”; ho scelto questo nome per indicare il contemporaneo propagarsi dell’informazione e la percezione che ne deriva. In un mondo globalizzato che accorcia distanze e riduce differenze, si genera la contraddittoria convinzione che chi vive lontano dall'epicentro di un fenomeno , che sia criminale oppure no , è immune dalle conseguenze e soprattutto legittimato a sentirsi innocente. A confermare queste calde rassicurazioni ci sono gli schermi che fanno rimbalzare immagini cruente e tragiche, ma appunto, lontane. Attraverso l’etere si propaga l’ennesima fiction tutta tesa a fare grondare gli occhi di lacrime; una di queste ha avuto come protagonista Lea Garofalo, la cui storia è stata piegata purché entrasse nel classico quadretto melodrammatico che fa rimpiangere le vittime della mafia ma senza una riflessione , elemento necessario per comprendere: privato della comprensione il dolore resta superfluo , se non arido.
La risposta di Giovanni Gentile a questo stato di cose è una sceneggiatura, sapientemente scritta affinché nonostante il grande accumulo di dati possa scorrere dal palco a noi. Il suo interesse non consiste nell'esaltare ulteriormente una tragedia di per sé evidente, quanto spingere il suo pubblico a una comprensione dell’organicità del Mondo che ci circonda e in virtù della quale nonè possibile considerare il caso Garofalo , senza una previa analisi dell’’ndrangheta , le sue evoluzioni e relazioni, infine, il ruolo che avuto lo Stato italiano. Per un ‘ora e mezza non siamo stati comodamente seduti , ma in uno stato di tensione crescente , totalmente concentrati nell'apprendere che genere di chimera era quella affrontata da Lea Garofalo.
L’’ndrangheta a differenza dei tradizionali partiti che oggi stentano a rappresentare il nostro paese, è stata capace di intercettare i cambiamenti e mutare pelle. Memore della Storia, si è istituzionalizzata , prendendo a prestito la nomenclatura di un ‘altra istituzione , che le è stata prima diretta concorrente e poi subalterna: la Chiesa. Senza troppo scandalizzarci, infatti, abbiamo ascoltato dei rapporti tra chiesa e mafia, del ruolo di quest’ultima come punto di riferimento grazie al fatto che risulta vincente nel “dialogare” con l’unico Dio apparentemente esistente : il denaro. Gli introiti prodigiosi dei clan provengono dal traffico di droga e i calabresi ,che sanno apprezzare la globalizzazione, creano reti che dal Sud Italia raggiungono l’America e poi ritornano in Europa, dove in città civili come Milano , i salotti più lussuosi si imbiancano con polvere sporca del sangue di persone innocenti, costrette ad abbandonare i propri villaggi affinché la produzione di cocaina si estenda. E i famosi supermercati che la donna sul palco ci ha insistentemente menzionato ? La loro vera ragione d’essere, ci spiega, non è imboccare un quartiere sazio, ma far risalire dall'oltretomba il denaro sporco, dargli nuova vita: ecco che la narrazione religiosa e mafiosa si intrecciano ancora una volta, ecco il perché del diffondersi senza criterio di ipermercati.
L’edilità curule nella Roma repubblicana fungeva da trampolino di lancio per chiunque fosse deciso a conseguire la carriera politica e raggiungerne l’apice: essa infatti garantiva visibilità, sebbene ad un caro prezzo poiché nessuna magistratura era retribuita, quindi l’edile come ogni altro magistrato era costretto ad investire i propri soldi per adempiere ai suoi doveri. Tutto ciò comportava che fosse precluso a pochi possidenti il compito di edificare e organizzare feste pubbliche. Oggi l’edilizia, che se usata saggiamente funge da moltiplicatore con ottime ricadute sull’economia di un paese, risente ancora molto delle infiltrazioni mafiose: la costruzione di un edificio pubblico ha smesso di essere un atto evergetico e si è convertita in occasione di arricchimento. Una conversione non innocua al momento che ci porta a vivere in infrastrutture costruite molto spesso male o con materiali non a norma, ma soprattutto fa colare indiscriminatamente cemento sulla nostra terra, mutando stili di vita o più semplicemente paesaggi.
Solo quando abbiamo davvero coscienza di cosa sia l’”abbraccio” mafioso , che gioca a fare Dio definendo i confini entro i quali dobbiamo muoverci , quando possiamo non sentirci al sicuro se viviamo a Bari piuttosto che a Crotone, a Milano piuttosto che a Bari , perché il sistema mafioso non conosce miti delle lontananze, anzi accorcia distanze e annulla le differenze, esporta i suoi modelli e fa sì che attecchiscano ovunque: solo in quel momento possiamo conoscere la donna che ha denunciato tutti e che ha visto con i suoi stessi occhi come i fiori del male crescano in qualsiasi terra, rendendo vane le fughe.
Lea e l’idea di sé stessa
Fra le tante esperienze significative dell’esistenza di Lea c’è quella di madre. Sebbene cresciuta senza un modello degno di questo nome, giovanissima colse anche la sfida della maternità, dedicando la sua vita sbagliata a quella di Denise, affinché non si potessero mai assomigliare. L’essere madre come modo di definirsi ed esistere mi ha portato alla memoria un film struggente di Almodóvar, “Tutto su mia madre”. Una delle protagoniste del film , Agrado, costretta a improvvisare un monologo per un pubblico in attesa, decide di intrattenerlo con la narrazione sincera e smaliziata della sua esperienza di transessuale , o più precisamente di donna che realizza l’idea che ha di se stessa : il consiglio che rivolge all’uditorio femminile,quindi anche alle spettatrici del film, è di non essere pavide ma anzi spregiudicate nel rincorrere e realizzare chi pensiamo di essere.
Dalla storia della donna che ha ispirato “Denuncio tutti” , ho visto emergere lo stesso modo di intendere la femminilità, non come determinazione biologica o surrogato culturale, ma ricerca e costruzione di un modo di esserlo, pensato in totale libertà rispetto alle deformanti aspettative del mondo circostante. Lea Garofalo, incurante dei modelli femminili che si addicevano all’ambiente di Petilia Policastro, offriva agli occhi meravigliati di tutti lo spettacolo delle sue corse in motorino , si nutriva di innumerevoli libri e di musica : le sole cose capaci di dare l’illusione di una vita altrove e non in quella che tutti chiamavano realtà.
Fu la fedeltà a ideali così coraggiosi a spingerla nel rapporto coniugale con Carlo Cosco. Vani i tentativi del fratello nel dissuaderla , Floriano Garofalo a differenza della sorella era capace di subodorare il marcio , perché equivaleva a ritrovare una parte di sé negli altri; ma Lea era diversa, mai corrotta da quel mondo grazie a un fede cieca in quell’idea di sé, così pura e radiosa. Tra le pagine dei libri e i versi delle canzoni non erano seminati indizi che potessero metterla in guardia su come i fiori del male attecchiscano su qualsiasi suolo ,a prescindere dalla latitudine : le temperature esterne cambiano , ma anche al Nord quei fiori crescono creando celle simili a quelle di Petilia Policastro , con serrande costantemente abbassate e atmosfere tese all’inverosimile. In via Montello 6, l’indirizzo nel quale era collocata la succursale calabrese, Lea ritrovò gli stessi divieti alla spontaneità ; ciò che cambiava era che ad imporli fosse l’uomo che doveva garantire la rinascita piuttosto che percosse quotidiane.
Anche le idee sono fiori duri a morire, così fu quell’idea di donna che non si spegneva, anzi , maggiori erano le violenze, più calda si faceva la luce che illuminava un orizzonte , fatto di promesse da mantenere nei confronti della figlia Denise. A questo crocevia subentrò un’altra istituzione , lo Stato italiano , che con la sua ufficialità avrebbe dovuto assicurarle un posto al sole. Diventata testimone di giustizia , Lea con sommo rammarico scoprì di essere precipitata in un secondo cono d’ombra : privo di un vero pensiero programmatico , il programma di protezione oltre a un nome fittizio non le garantisce un tenore di vita migliore ; la rosa anche con un altro nome continua ad avere il medesimo odore, lo stesso stantio quella vita da reietta tra muri alti che ingombrano l’orizzonte. Sfinita dall'ennesimo sogno infranto , abbandonò i “privilegi” di collaboratrice di giustizia e fece ritorno a Petilia, un posto nel quale ,nonostante tutto, le cose coincidevano con il loro nome.
Tra metafore e allegoria
Sono due gli elementi metaforici sui quali vorrei soffermarmi , ritenendoli di vitale importanza.
Il primo parte dall’intelligente locandina che pubblicizza lo spettacolo : le sue forme e colori richiamano alla memoria di tutti le ore di noia salvate grazie a un tavolo e qualche amico. Il gioco del monopoli ideato da Giovanni Gentile ha però un aspetto un po' diverso, al posto delle classiche icone compaiono i protagonisti di storie di mafia: vittime e carnefici, uomini di giustizia e giornalisti. Al pari della nostra realtà, convivente del mondo criminale, questo gioco di società ha assi cartesiani precise: denaro ed edilizia, liquidità e cemento. D’altronde anche un’altra storia sulla criminalità organizzata, “Il Padrino”, ha per logo un gioco, quello delle marionette. In entrambi i casi viene sagacemente suggerito che siamo alla prese con una vita nella quale si deve scegliere tra il ruolo di burattino o tiratore di fili, pedina o giocatore.
Proprio come nel Monopoli lo spettacolo ritorna al “Via” del suo principio , nella sceneggiatura sono seminate incognite ma anche “probabilità “ di salti da una parte a un’altra del tabellone o meglio della storia. Ho considerato un salto nascosto la citazione dei “Promessi sposi” nel punto dello spettacolo in cui si racconta del fatale incontro tra Lea e Cosco: sono usate le stesse parole con le quali il Manzoni faceva intuire lo sciagurato destino che sarebbe spettato alla Monaca di Monza per quella simpatia maliziosa che mostrò ad Egidio. Gertrude come Lea è un personaggio forte, la cui insofferenza trapela dagli occhi inquieti e i riccioli scomposti. C’è anche un filo geografico che le lega: a Monza è stato fatto a pezzi e poi seppellito il cadavere di Lea Garofalo.
Il secondo momento metaforico è ,a mio giudizio, la descrizione del tragitto che si deve affrontare per raggiungere Petilia Policastro, un paesino arroccato tra le asperità montuose calabresi. La natura selvaggia ,che cresce rigogliosa lungo il percorso, assorbe i riferimenti spaziali e rende ogni punto identico al precedente, dando la sconfortevole sensazione di essere su una strada senza via di uscita. Altre emozioni che assalgono il guidatore, mentre si accorge del depotenziamento del motore che a stento ingrana le salite, sono il senso di spaesamento e solitudine : quasi si dimentica le ragioni che lo hanno spinto a raggiungere un paese che si direbbe non esistere. Probabilmente chi è venuto a stretto contatto con il Mondo Mafioso, per conoscerlo e studiarlo, ha dovuto affrontare i medesimi stati d’animo , una sensazione di perdita di identità nel muovere i primi passi su terreno alienante.
Infine un’allegoria che mi porterà a contraddire il saggio Seneca ancora una volta. La filosofia da lui predicata reputava fonte di infelicità due elementi ben precisi: la paura e la speranza. Credo che anche quest’ultima, al pari dello stupore, meriti un ritorno in auge , specie in quei luoghi dove fa da padrone il nemico del progresso. La speranza ha tenuto a lungo in vita Lea , l’ha fatta sopravvivere a quelle notti passate in giardino , a rullare sigarette , soppesando ogni rumore sospetto. È un’ allegoria della speranza il suo profilo sicuro, la figura snella seduta in giardino e che mentre fuma l’ennesima sigaretta forse pensa “a mano a mano , a poco a poco , può nascere un fiore nel nostro giardino”.
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