La società della miseria pt1
Una volta ho sentito un racconto che mi ha aperto un mondo. Parlava di una società in cui lo stare male e dimostare mestizia è pregevole. In cui per essere definito una brava persona dovevi mostrare umiltà a testa bassa. In cui chi metteva da parte i propri bisogni, anche fisici e fisiologici, era apprezzato per la dedizione al lavoro. Per esempio, un signore ormai pensionato è stato ospite speciale in un famoso festival canoro perché non ha mai preso un giorno di permesso o di mutua in tutta la sua lunga carriera lavorativa. Non credo che avesse un sistema immunitario imbattibile, forse si ammalava solo nei weekend o forse andava a lavorare con l’influenza. In ogni caso è stato celebrato in diretta tv come esempio da seguire. Sempre a tema lavoro, in questa strana società, era ritenuto assai sconveniente chiedere durante un colloquio quale sarebbe stata la futura retribuzione. Non è da miserabili porsi allo stesso livello di chi offre lavoro e capire quanto le proprie ore di lavoro siano valutate economicamente. “Maleducati che pensano solo ai soldi!” erano soliti essere chiamati chi voleva conoscere la diaria prima del momento della firma del contratto... oppure solo quando il futuro datore di lavoro ti riterrà degno di scoprire il mistero. Poi la gavetta da fame, a lavoro ci si ferma più delle ore pagate, il primo ad entrare e l’ultimo ad uscire, la pipì si fa solo durante la pausa, ecc... tutte situazioni che in questa società la gente ama ripetere ripensando ai bei tempi di fatica per far mostrare l’impegno che ci ha messo per arrivare al punto in cui è oggi e far capire come è stato tutto guadagnato con la privazione e la fatica. Oppure le cose che vengono fatte volutamente per mostrare di tenere al posto di lavoro per ottenere, ad esempio, un rinnovo del contratto o la stima dei colleghi, del titolare e dei famigliari. Fine Pt1













