La dinamica della crisi libica è molto diversa da quella tunisina ed egiziana. L’esercito libico non si è comportato in modo unitario, ma si è diviso per vie tribali e politiche. La parte fedele a Gheddafi è intervenuta in Cirenaica, sparando contro i manifestanti di Bengasi, Beida e di altre città, arrivando addirittura a tirare granate sulla folla o a falciare con il tiro dei cecchini un corteo funebre. Questi reparti antisommossa sono sotto il comando di Khamis Gheddafi, a dimostrazione che questo clan familiare “di prima generazione” è di ben altra tempra rispetto a quelli di Hosni Mubarak e di Ben Ali, divenuti “dittatori per caso”, che avevano i figli nei consigli di amministrazione, non certo nell’esercito. Un’altra componente dell’esercito, invece, non ha obbedito agli ordini di sparare sulla folla e si è ammutinata. Secondo fonti locali – che, però, non possono essere verificate – i reparti formati da quattro tribù libiche stavano marciando su Tripoli ieri sera. L’esercito libico è una macchina che non si può comprendere facilmente. La struttura tribale è ancora la sua principale forma di organizzazione, con tradizioni claniche millenarie, rese ancora più difficili dall’appartenenza a diverse confraternite religiose. L’esercito libico è strutturato anche formalmente su base tribale, con una gerarchia che vede al vertice i membri della tribù Qhadafa di Sirte – come si comprende dal nome, è quella di Gheddafi – che sono gli unici che possono accedere all’aviazione, e in posizione di fronda gli alleati della tribù Maghariba, un tempo colonna del regime e ora all’opposizione.