Godless - Soviet magazine, 1929.

seen from United Kingdom

seen from Australia

seen from Austria

seen from United States
seen from Spain
seen from Nepal
seen from Hungary

seen from United States
seen from United States
seen from United States

seen from Russia
seen from Sweden
seen from China
seen from China

seen from United States

seen from United Kingdom
seen from United States
seen from Türkiye

seen from United States

seen from United States
Godless - Soviet magazine, 1929.
Statue of Lenin in the spa town of Mineralnye Vody, from which I set out to discover one of Russia's most spectacular mountain regions, where snow-capped peaks rise above green valleys and ancient Caucasian traditions endure. The highlight of the journey was climbing Mount Elbrus, Europe's highest peak — a moment I'll never forget. Back at lower altitude, I wandered through the elegant resorts of Pyatigorsk, Kislovodsk and Yessentuki, famous for their mineral springs and grand 19th-century architecture. The contrast between the wild beauty of the Caucasus and the quiet spa towns made the region feel unlike anywhere else in Russia. Yet reminders of the Soviet era were never far away. In Mineralnye Vody, this imposing statue of Lenin still stood proudly, gazing towards the horizon as if history itself had frozen in time. It was a striking reminder that while landscapes evolve slowly, political eras leave monuments that can outlive the generations that built them. Travelling through the North Caucasus felt like crossing several worlds at once—majestic mountains, healing waters, and the enduring echoes of a vanished empire.
Título, Yuri/2025
Técnica, Colagem digital/Impressão plotter sobre lona fosca 440g
Dimensões, 91cm x 61cm
It pains me to think how many people will go their whole lives without ever knowing the joy of reading Capital while wearing an CCCP jersey
Mural mosaic with Lenin in Sochi. In 2016, I followed the Russian Riviera from Sochi to Anapa, back when the Black Sea coast still felt like a carefree holiday playground and the world seemed far less divided than it does today. The road hugged sparkling blue waters, palm trees swayed in the warm breeze, and endless beaches stretched towards the horizon. Every seaside town radiated summer, laughter and the unmistakable charm of a Mediterranean-style escape. Then, unexpectedly, this enormous mosaic of Lenin appeared, blazing with vivid reds, oranges and golds beneath the southern sun. Its vibrant colours seemed to celebrate light, warmth and life, yet the stern revolutionary face belonged to a very different chapter of history. The contrast was striking: a symbol of Soviet power standing in a landscape that evoked sunshine, sea, holidays and freedom. Today, those memories feel like snapshots from another era—before the war reshaped how many of us look at Russia. Whatever history has brought since, the journey along the Russian Riviera remains one of the most beautiful coastal road trips I have ever experienced.
SOCIALISMO E BARBARIE: IL DISCO CHE VEDEVA OLTRE...
A volte ritornano. Ti chiamano, ti sussurrano, è il loro turno. Tu li peschi dal mucchio, li guardi per qualche secondo poi dici, ora ti ascolto.
Non in sottofondo, non distrattamente mentre si fa altro. Cuffie alle orecchie, avvolgibili abbassate, telefono lontano e cervello in modalità ON. Solo così certi album ti parlano per davvero.
E dopo anni li percepisci diversamente da come li percepivi prima, non perché ogni ascolto riveli necessariamente dettagli nascosti o nuove sfumature sonore che prima non avevi percepito, ma perché sei cambiato. Ed è cambiato il contesto, è cambiato il periodo storico e sono cambiate le domande che ci poniamo.
È in quei momenti che smetti di ascoltare le canzoni una alla volta e cominci a vedere il quadro completo. Capisci dove il disco vuole portarti e cosa tiene insieme ogni pezzo.
Socialismo e Barbarie dei CCCP - Fedeli alla Linea è uno di questi, un disco cristallizzato nel suo presente, ma capace di guardare parecchio più avanti di tanti altri.
I dischi migliori infatti non sono quelli che fotografano un'epoca. Sono quelli che, mentre la fotografano, riescono anche a intravedere quello che c'è dietro l'angolo.
Già dal titolo si capisce che qualcosa è cambiato. Socialismo e Barbarie prendeva in giro il vecchio aut aut di Rosa Luxemburg e apre nuove direzioni rispetto al passato. L'immaginario sovietico resta in primo piano, ma cominciano a farsi largo riferimenti al mondo islamico e a quelle trasformazioni sociali che stavano cambiando l'Europa di quegli anni.
Basta guardare la copertina: la catena di montaggio della Fiat diventata Lada nell'Unione Sovietica, il logo del gruppo riscritto in stile Fiat e, in basso, Danilo Fatur impegnato in una delle sue consuete performance al limite dell'autolesionismo. Tutto ciò contribuisce a definire l'universo visivo e concettuale del disco.
Anche le canzoni raccontano questa fase di passaggio.
A Ja Ljublju SSSR trasforma l'inno sovietico in una dichiarazione d'amore ironica e solenne al tempo stesso.
Per Me Lo So e Tu Menti riportano invece in primo piano il lato più diretto, veloce e punk del gruppo.
Poi arriva Rozzemilia, una specie di sorella minore e più cattiva di Emilia Paranoica, capace di trasformare la celebre definizione di Bologna come città di gente sazia e disperata in un motivo di orgoglio e appartenenza.
Se c'è un brano che ancora oggi riesce a mettere addosso un disagio quasi fisico, quello è Stati di Agitazione. Nato dal respiro di Fatur e costruito strato dopo strato attorno a quello, è un crescendo di tensione, ansia e perdita di controllo che lascia addosso la stessa inquietudine evocata dal titolo.
A seguire arriva Manifesto, sospeso tra slogan, provocazione e riferimenti maoisti e leninisti ribaltati secondo la logica tutta particolare dei CCCP.
Mentre Hong Kong dura il tempo di un flash ma basta a spostare lo sguardo verso Oriente.
Da Sura in poi il disco punta deciso verso Oriente. Corano, Afghanistan, Islam, immigrazione: temi che nel 1987 stavano appena affacciandosi nel dibattito pubblico.
Ed è con Radio Kabul che il punto della questione arriva davvero: una canzone dolorosa, attraversata dalle contraddizioni di una band comunista che osserva con interesse il mondo islamico
A chiudere c'è Inch'Allah – Ça Va, con la partecipazione di Ben Ayeid Abderraouf. Un brano che parla di immigrazione, convivenza e razzismo quando in Italia quasi nessuno aveva ancora voglia di affrontare certi argomenti. Riascoltata oggi, fa un effetto particolare: molte delle domande che poneva allora sono ancora qui, soltanto molto più difficili da ignorare.
A quasi quarant'anni dalla sua uscita, Socialismo e Barbarie continua a essere un disco difficile da etichettare. Troppo emiliano per essere soltanto sovietico, troppo sovietico per essere soltanto punk, troppo curioso verso l'Oriente e il mondo islamico per assomigliare a qualunque altra cosa uscita in Italia in quegli anni. E' un ponte improbabile tra Reggio Emilia, Kreuzberg e le repubbliche asiatiche dell’URSS.
Del resto, il senso del titolo era tutto lì: prendere a calci l'idea che esistesse una scelta semplice tra socialismo e barbarie. Per i CCCP le due cose erano già intrecciate. E loro non avevano alcun problema ad abitare quella confusione.