Ok ladies now let's get in preoccupation

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Ok ladies now let's get in preoccupation
Social Killah: quando la cronaca diventa loisir.
La presenza di pubblici connessi e di programmi televisivi che invitano alla partecipazione attraverso commenti dal divano fa parte ormai della modalità di fruizione mediale a cui ci si è abituati: La possibilità di mandare tweet da far leggere in diretta ad XFactor, i messaggi che appaiono costantemente sul fondo dello schermo televisivo durante le puntate di Amici, le domande agli ospiti o al conduttore durante Ballarò, sono alcuni degli esempi citabili che capita di osservare. Nonostante questo, ci sono dei programmi televisivi, che compaiono tra i post dei propri contatti e attraverso hashtag ad hoc, la cui presenza lascia perplessi a causa dell’oggetto che trattano. Un caso esemplare è il numero crescente di affezionati commentatori del programma Chi l’ha visto? che ogni mercoledì sera si fanno largo nelle TimeLine dei propri contatti. La trasmissione, nata per aiutare a fare luce su casi di scomparsa, da sempre adotta meccanismi per permettere al pubblico da casa di intervenire per fornire segnalazioni molto spesso decisive ai fini dei ritrovamenti degli scomparsi (tanto da vincere per tre volte, nei primi dieci anni di messa in onda, il premio come trasmissione di utilità sociale). Viene spontaneo chiedersi quali siano le condizioni che hanno fatto sì che un programma come Chi l’ha visto abbia generato gruppi di ascolto pubblici su Facebook e hashtag utilizzati dai suoi affezionati per autodefinirsi chilhavisters. Essenzialmente sono stati tre gli elementi che è possibile rintracciare: dagli anni ‘90 sono cambiati (a) autori e presentatrici, di conseguenza si è modificato il programma passando dalla sola presentazione di casi di scomparsa all’inclusione di approfondimenti su casi di cronaca fino a servizi su storici casi italiani irrisolti; (b) si sono evoluti gli ascoltatori e come dicevamo si sono modificate le modalità di fruizione, cosa che ha portato la redazione ad aprire un account Twitter ufficiale in modo da interagire con un
(c) pubblico abituato ai processi di mediatizzazione e comunicazione digitale.
Come e perché la cronaca entri a far parte della cultura di massa ce lo spiega Morin (1962) quando, parlando della violenza che prepotentemente viene messa in scena dall’industria culturale per quel desiderio da parte dell’uomo civilizzato di osservare la morte, scrive:
[...] il fatto di cronaca è tragico: la fatalità colpisce vittime innocenti; [...] il fatto di cronaca resuscita la tragedia, scomparsa dall’immaginario. Come la tragedia, il fatto di cronaca va fino alla morte [...] con la logica irreparabile della fatalità [...] quanto c’è più orribile nel fatto di cronaca, la presenza dell’illecito, del destino, della morte nella vita quotidiana, è attenuata dal modo di consumo giornalistico; il fatto di cronaca è consumato non secondo il rito cerimoniale della tragedia ma a tavola, nella metropolitana, con il caffelatte.
Questa riflessione va oggi contestualizzata, poiché il consumo della cronaca e il suo commento da parte del fruitore non avviene più hic et nunc per poi dissolversi in altri argomenti volatilizzandosi. Ciò che viene detto, da una parte si perde nel flusso dei continui aggiornamenti e attività online ma dall’altra si sedimenta in alcuni luoghi e resta leggibile, raggiungibile, cristallizzato.
Inoltre, come per gli altri esempi, esistono pratiche caratterizzanti la social tv come il puro commento sulla realizzazione dell’episodio, il meta-commento sulla conversazione stessa oltre al commento sull’oggetto della puntata e la presenza di battute per attirare l’attenzione. Per cui, si assiste al collasso di tutte queste conversazioni di natura diversa in unico calderone, anche quando vengono trattati temi delicati come la morte, la scomparsa, la violenza.
Morin spiega questo distacco come identificazione minore con il protagonista del fatto di cronaca rispetto a quella con gli eroi del cinema poiché le vittime del fatto di cronaca sono vittime proiettive, ovvero offerte in sacrificio, che allontanano nell’individuo l’idea della propria morte.
Solo che, nuovamente, bisogna riflettere sul luogo in cui avvengono queste forme di distacco e rielaborazione discorsiva del dolore. Luoghi pubblici in cui la morte viene trattata esattamente come una puntata di Sanremo, luoghi in cui appare normale utilizzare il nome di una delle vittime come hashtag per organizzare la discussione, in cui tra una riflessione sulla violenza sulle donne e un pensiero di cordoglio verso genitori sofferenti c’è spazio per una battuta sull’outfit dei presenti sullo schermo o sui difetti di pronuncia di conduttrice o inviati. C’è da sottolineare che gli utenti, dal canto loro, attivano strategie di autoregolamentazione. Così quando un commento risulta essere troppo offensivo o fuori luogo per la comunità, il membro del gruppo viene duramente attaccato (o, nel caso del gruppo Facebook, eliminato).
Ma non tutti gli attori di questi spazi sono semplici membri del pubblico e la questione si complica quando la stessa trasmissione sceglie di entrare in conversazione o quando alcuni legali di persone indiziate per omicidio scelgono di iscriversi partecipando al commento e in alcuni casi anche divertendosi (e sebbene il gruppo sia pubblico scelgo di non pubblicare i post in questione).
In ultima analisi, in qualche modo la pratica cannibalizza il contenuto, questa forma del commento on-line si è così imposta che avviene un totale distaccamento dall’oggetto, in modo da poterlo usare esattamente come un qualsiasi altro prodotto mediale, tra tentativi di self-branding e forme di partecipazione tipiche delle fandom di qualsiasi altro prodotto mediale. L’accento poi bisognerebbe porlo sulle modalità di comunicazione degli attori istituzionali, che non sono di certo in questo caso profili qualsiasi perché rappresentano oltre se stessi anche una parte della sfera pubblica, e di conseguenza dovrebbero gestire la propria presenza in maniera adeguata senza lasciarsi coinvolgere dalla forse inevitabile tentazione di partecipare, in modalità differente, alle conversazioni.