Avete presente quando mettete un piede nel fango...
e l’impronta che lasciate è circondata da un rigonfiamento che altro non è che il fango espulso dal peso del corpo?
Sabato scorso sono andato a fare una passeggiata sulle Dolomiti, ai piedi del monte Pelmetto (in val di Zoldo, provincia di Belluno) -mentre la mia compagna faceva una passeggiata molto molto più lunga. Da un rifugio raggiungibile in macchina - Rifugio Palafavera - mi son bastati 3,5 km a piedi con 500 metri di dislivello per tornare indietro nel tempo di 215 milioni di anni! E poi dicono che i viaggi nel tempo sarebbero impossibili, tzé!
All’epoca, un gran numero di dinosauri si aggirava nella zona, calpestando del fango. In particolare si trattava di fango carbonatico, o meglio un tappeto di alghe microscopiche che, disponendosi in strati e intrappolando del sedimento, operando la fotosintesi sottraevano anidride carbonica all’acqua, provocando la precipitazione di carbonato di calcio. Queste venivano chiamate impropriamente alghe azzurre... si tratta quindi di nuovo dei nostri cari cianobatteri.
In questa fanghiglia passeggiavano i dinosauri che hanno lasciato le loro impronte (almeno un centinaio, divise in diverse piste) e queste del Pelmetto sono state le prime testimonianze della presenza di tali rettili giganti in Italia. Si tratta di dinosauri come ad esempio l’ornitischio (erbivoro) e i ceratosauri (carnivori). Camminando, hanno creato questi buchi nel fango deformando il tappeto di lamine, ben prima che queste si trasformassero nella sedimentaria roccia che chiamiamo stromatolite: si tratta di un dettaglio prezioso per distinguere una impronta su un materiale plastico come il fango da un foro praticato recentemente nella dura roccia.
Tanto tempo dopo, una frana sulle pendici del monte Pelmetto causò il distacco di un enorme masso di dolomia sormontata da uno strato di stromatolite che si posizionò su un ghiaione instabile giusto giusto nel modo che permise a Vittorino Cazzetta di individuare quella superficie di 40 metri quadrati piena di impronte, probabilmente già negli anni settanta, e a divulgare la scoperta circa una decina di anni dopo: