Sarebbe folle escludere la possibilità della follia
Una volte lessi un reportage sulla prigione di Bastoy, in Norvegia. Un carcere modello senza sbarre e senza celle che che si trova su un’isola a sud di Oslo. Scelsi di non vedere le foto che accompagnano l’articolo e decisi di immaginare magnifici cottage scandinavi immersi nel verde. Immaginavo piccoli monolocali, infilati uno dietro l’altro e tenuti insieme dalla austera e sobria architettura scandinava. Iniziai a immaginarmi detenuto per qualche reato grave in quel magnifico paradiso nordico dove non esiste ergastolo. In Norvegia, civilissimo paese che può vantare il più alto livello di sviluppo umano misurabile dai criteri dell’ONU, 0,954 di ISU, la pena massima di detenzione è di 21 anni. Ma essa viene attribuita soltanto a chi ha commesso reati gravissimi ,come per esempio una strage terrorista aggravata da motivi razziali senza pentirsene.
Immaginai dunque la mia reclusione a Bastoy come uno splendido ritiro, un ripiegamento in me stesso, al riparo dal mondo nella mia cella accogliente, immerso nella natura della Norvegia. Recluso in un nido di legno affacciato su qualche meraviglioso fiordo nel Mare del nord. In questo paradiso segregazionale, e solo qui, avrei potuto finalmente liberarmi da tutte le incombenze economiche e mentali che vent'anni di capitalismo post-industriale et lavorista avevano oramai instillato nella mio immaginario sociale. In questo eremo coatto avrei potuto dedicarmi alla lettura, alla scrittura, alla meditazione e alla contemplazione del creato. In questo meraviglioso confino dalla libertà avrei potuto coltivare il culto del corpo e della mente, ma soprattutto lo avrei potuto fare a spese del contribuente norvegese. Al grido di Viva la galera, Abbasso la libertà (di sentirsi sempre in dovere di avere una vita sociale) avrei riscoperto una nuova pace. O almeno questo era quello che godevo a raccontare a amici e conoscenti. Poi un giorno segregato mi si sono ritrovato per davvero.
La mia nuova vita ai domiciliari è fatta di piccole routine quotidiane. Essenziale par garantirsi uno straccio di equilibrio fisico e mentale è l’attività fisica. Gli esercizi mattutini e le ristrette dimensioni del mio appartamento parigino danno alla mia nuova e inattesa condizione la parvenza di una detenzione da film americano. Faccio gli addominali e le flessioni dietro il letto, mi allungo e mi piego tra le strette pareti di del cucinino. Peggio (ho forse meglio) di un qualsiasi recluso americano, io qui non ho compagni di cella. Passeranno giorni in cui non avrò un’interazione umana reale.
Dopo gli esercizi mattutini mi dedico per un paio di due ore alla gestione della corrispondenza e alla programmazione della didattica a distanza, resto pur sempre un prof retribuito dal Ministero dell’Educazione francese.
Finita questa prima parte della mattinata mi concedo una mezz'ora d’aria. Infilo i collant invernali ultra aderenti, maglietta sportiva e felpone grigio topo che non riesce a celare l'inquietante rilassamento addominale del mio ventre. Le scarpe: brutte, vecchie, sporche e per nulla cool, non sono per niente adatte alla corsa, ma non ho voglia di investire un centesimo di più in questa farsa. La mia fisiocinesiterapista mi aveva già ammonito: correre non è una buona idea, gli shock della corsa danneggiano schiena e articolazioni, ma il mio corso di pilates è fermo dalla settimana scorsa.
Controllo le estremità del mio corpo: i piedi sono abbastanza isolati dai calzettoni, le mani sono protette dai guanti. La testa e il volto sono coperti da un improbabile cappellino di lana verde, e il viso è celato dietro uno scalda collo nerissimo. Solo gli occhi sono rimasti esposti all'infetto ambiente esterno. Mi guardo allo specchio del bagno, sono inquietante. E’ una tenuta da jihadista pronto a immolarsi per la causa dello Stato islamico. Se nell'inverno del 2015 me ne fossi andato in giro a correre così conciato per Parigi mi avrebbero sbattuto in cella dopo pochi metri. Ma oggi questa è l’unica tenuta sportiva che mi permette di uscire di casa e prendere la mia boccata d’aria fresca evitando il contatto con il prossimo e la contaminazione con il COVID-19.
Mi concedo una mezz’ora d’aria e corro da casa mia fino a Place de la République, ritorno a casa passando per Bastille: 4,5 km. Rientrato verso casa passo per il Marché d'Aligre.
Tutti a casa, non si esce se non per gravi motivi personali o per specifiche necessità personali, eccezion fatta per i mercati rionali, autorizzati fino a ieri dal Ministero della Salute e dell'agricoltura francese. La scena è surreale. Le bancarelle della frutta e verdura sono protette da muri invisibili, delimitati dalla presenza di cassette di legno per terra che indicano ai clienti fin dove è consentito stare in attesa del proprio turno. Una cintura di fuoco, foglia di fico, che protegge i commercianti e l'acquirente dall'inevitabile promiscuità che il mercato rionale inesorabilmente produce. La cosa è ancora più evidente con i pescivendoli e i macellai, l’aristocrazia del commercio di prossimità. Questi ultimi disponendo di ingenti mezzi economici si sono riparati dietro un impenetrabile film di cellophane trasparente che crea un ‘invalicabile protezione contro i temibili sputacchi e starnuti dei clienti. La scena è ovviamente grottesca perché la magia del rispetto delle norme igieniche salta nel momento stesso in cui i realizza l’essenza stessa del commercio: lo scambio. La merce scivola attraverso una fessura solo dopo che il sudicio contante ha oltrepassato la barrire trasparente per la stessa fessura. A sorvegliare questa pagliacciata igienico sanitaria ci sono soldati e gendarmerie in tenuta da guerra. Parigi occupata.
Rientro a casa con le gambe dolenti. Stretching e pausa pranzo leggera. Mi concedo un’oretta di letture maledette nel primo pomeriggio, prima di rimettersi al lavoro e finire di pianificare le attività per la settimana. Finisco la giornata con altri esercizi come addominali e una corsetta defaticante per cambiare aria prima di una cena leggera. Infine trascorro il resto della mia serata solitaria a giocare a Risiko on-line con amici a Bruxelles, Torino e Rivalta. Finito la lotta per la supremazia mondiale a distanza, si scrive qualche pensiero sparso e si va a dormire leggendo qualche pagina.
Sarebbe folle escludere la possibilità della follia
Comincio ad apprezzare questo strano regime di detenzione carceraria retribuito dell'Education nationale privo dei quei sgradevoli fastidi che le pene detentive spesso comportano come le violenze sessuali nelle docce comuni o gli accoltellamenti tra bande rivali su base etnico-razziale.
Ma mi ritrovo a condurre una strana esistenza a metà strada tra uno zek russo e uno otaku giapponese.














