Si stava meglio quando si stava peggio
Dopo 56 giorni di confinamento ufficiale, quasi due mesi di quarantena solitaria, più di 300 km corsi, devo iniziare a trarre una riflessione su questa esperienza inattesa. Oggi siamo al giorno 6 del déconfinement, posso iniziare a fare un bilancio dell’esperienza che ho vissuto.
Ho retto fisicamente e psicologicamente, non sono crollato, ciononostante ne esco affaticato e profondamente cambiato. Non mi sento più sicuro di essere capace a gestire interazione umane in modo sano. Sento di avere i nervi a fior di pelle. Le mie reazioni di fronte ai comportamenti degli altri possono essere brusche e ruvide. Ho bisogno di interagire con persone amiche, persone che sento vicine, verso le quali nutro fiducia e stima, perché ho perso fiducia e pazienza nei confronti del genere umano. Voglio vedere e sentire gli amici che sono stati presenti in questi in questi mesi difficili di solitudine, brothers in arms, come dicono gli americani, fratelli in guerra. Senza per forza scomodare la retorica bellica, vorrei semplicemente sentire chi, come e con me, ha affrontato questa situazione con coraggio e senza mollare. Chi mi ha chiamato in un momento di scoraggiamento e chi ho chiamato per sentirmi meno solo. Voglio sentire e vedere chi c’era e chi c’è stato quando c’era da esserci. Loro si, che vorrei vederli e sentirli al più presto. Loro mi hanno fatto capire che non ero solo e per loro sento una profonda amicizia e un affetto sincero. Provo invece un profondo rancore e risentimento per chi è scomparso, chi credevo amico e amica, ma che alla prova dei fatti si è dimostrato latitante. Provo rabbia per chi poteva esserci e poteva manifestarsi anche solo con una chiamata, ma che invece ha preferito scomparire e dare per scontato il mio benessere.
Sono forse diventato un sociopatico? Non lo so. So solo che ne esco a pezzi e affaticato. Ho pero’ imparato qualcosa : ho imparato a correre con rigore e regolarità. Non mi era permesso fare altro e non aspettavo un’occasione migliore per potermi dedicare all'attività fisica all'aria aperta. La corsa mi ha insegnato a sentire il mio corpo e il mio respiro. La corsa mi ha insegnato a sentire piedi e gambe. Ho la fatica, quella sana e fisica, quella che ti rincorre il giorno dopo fino al mattino dopo. Non sono diventato un atleta, non mi piace la definizione di runner, ho solo imparato a correre con una certa regolarità, e l’ho fatto non per senso del dovere, ma per puro piacere personale. La città, vuota e calma, mi ha aiutato molto : mi si è svelata in tutta la sua bellezza sensuale e sincera. I suoi viali alberati sono diventati piste serene che scorrevano placide fino alle piazze che marcano la storia laica del paese. Boulevard Voltaire fino a Place de la République, poi di nuovo a est lungo il borghesissimo Boulevard Beaumarchais fino alla Place de la Bastile, passando con una piccola deviazione verso la superba Place des Vosges, noblesse oblige. Poi dritti verso la Senna lungo il Canal de l’Arsenal, un sguardo fugace all’Île de Saint Louis e di nuovo a sfiorare la Bastille per scivolare sul manto appena asfaltato del Boulevard Saint Antoine. Ultima tappa del percorso i negozianti, i profumi e i colori popolani del Marché d’Aligre, ultimo bastione popolare della città, prima di rientrare mestamente a casa. Dieci chilometri che fanno di me un parigino d’adozione ma che può rivendicare appartenenza e attaccamento ai pilastri della città.
Leggo le parole di Michel Houellebecq su questa situazione e mi sento rincuorato. Il suo cinismo e la sua lucidità mi fanno capire che forse non sono solo e che non sono l’unico a provare un profondo risentimento per un’umanità che non sembra aver imparato nulla.
“Un virus banale, imparentato in modo poco prestigioso a misconosciuti virus influenzali, dalle condizioni di sopravvivenza scarsamente note, dalle caratteristiche vaghe, a volte benigno a volte mortale, neppure sessualmente trasmissibile: insomma, un virus senza qualità. Questa epidemia, anche se fa migliaia di morti tutti i giorni nel mondo, produceva ugualmente la curiosa impressione di essere un non evento”
Saremo uguali soltanto un po’ peggiori, La Repubblica 5 maggio 2020
Siamo ormai al sesto giorno di un nuovo inizio, alla ricerca di una disperata normalità. Il mio palazzo è tornato a riempirsi dei suoi inquilini, dopo che per quasi due mesi sono rimasto solo al mio sesto piano. Gli unici superstiti con i quali ho condiviso l’immobile sono stati la famiglia di indiani del terzo piano e loquacissima signora marocchina del secondo. Sto veramente diventato vecchio. Non riesco a smettere di pensare che forse si stava meglio quando si stava peggio. Sto veramente diventato vecchio. Parigi si riempita di nuovo di i suoi parigini fieramente doc, prontamente fuggiti ai primi segnali di una chiusura totale, e ora di ritorno in città, sono pronti a sfoggiare le loro mascherine cool brandizzate con orgoglio Made in France: nuovo marcatore sociale di fierezza e di stile.
La città si riempie, torna ad essere sporca, rumorosa e insopportabile. Dopo quasi due mesi ho di nuovo sentito i colpi di clacson delle auto in attesa ai semafori. Le corse lungo i viali alberati e i canali non sono più un fluido scivolare tra i palazzi haussmaniani. Sono tornate ad essere una faticosa corsa ad ostacoli per evitare folle di pascolanti passeggiatori. Comincio a rimpiangere la città confinata: placida e assorta come in un sonno tranquillo. Parigi è stata bellissima, l’ho sentita dolce e vicina per una volta, quasi materna, protettiva eppure così esposta all'incertezza e al caos.
6 giorni di ritorno alla normalità. I bar e i ristoranti sono chiusi, ma anche i parchi sono inaccessibili. La folla si ammassa lungo i Quais della Senna e il Canale St Martin, alla ricerca di sole e di una vitalità sociale trascurata. La polizia prova inizialmente a sgomberare i canali per evitare gli assembramenti, ma il flusso è continuo e inarrestabile. Indifferenti alle più elementari prescrizioni sanitarie la folla di giovani e meno giovani si ammassa al sole. Parigi è tornata quella di prima: snob e cool, affannata e affamata








