Cammino come questo personaggio di Perec, forse addormentato forse sveglio, come un uomo che porti valigie invisibili, l’anonimo padrone del mondo, vado al parco, immagino ci siano le anatre, offro le punte delle dita con un gesto che non contempla movimento. Dicono i miei grimori che la privazione del sonno è una condizione conduttiva alla pratica magica: di sicuro c’è che la cortina di lentezza sugli occhi lascia intravedere un mondo dove forse bruciare rosmarino e incenso davvero svela la verità a persone lontane, che rifiutano altrimenti di vederla.
In questi giorni la mia unica attività è studiare l’ayahuasca. In ragione di C. e del mio amore per lei, che d’ora in poi le devo con o senza risposta, ho deciso che preferirei non restarci secco, dunque procederò in presenza di un medico. Il medico è G., si trasferisce qui a novembre per specializzarsi. Se beve con me non sarà poi così utile, ma la sua funzione è apotropaica, porta il caduceo e la benedizione di Asclepio.
Io e G. siamo andati a letto una volta, a diciassette anni, e di tutta la faccenda ricordo proprio il letto matrimoniale dei suoi genitori, la coperta coi ricami dorati che continua a sembrarmi fuori luogo dopo tutto questo tempo, un’ostentazione da harem ottomano. Non ci amavamo ma eravamo tristi, che alla bisogna è un surrogato accettabile. E la scena è come dovrebbero essere le scene di sesso nei film tratti dai romanzi vittoriani: il letto, la specchiera, dissolvenza. Poi il senso di colpa: il suo nei confronti di un fidanzato di merda, il mio mediato da una composita cosmologia che cominciavo a costruire, lo sguardo della fravashi, la mia esistenza eterna in forma di fanciulla immobile dagli occhi di fuoco.
G. era molto carina, aveva questa coda di capelli biondi. L’ha sciolta col tempo, e comunque sia il tempo scioglie tutto. Il fidanzato di merda a un certo punto, dopo dieci anni forse, le ha detto tu non sei abbastanza, è andato in Grecia, gestisce una ONG o qualcosa del genere. G., io lo so che starà male per sempre, come quei bambini di Michele Mari che fanno la faccia seria e poi non riescono più a ridere. Ormai leggo questi tagli interiori come scrittura cuneiforme sulle tavolette: non serve a molto, ma raramente sbaglio. Ma lei funziona, funziona bene, cura gli altri bambini malati. Io mi rifiuto di funzionare, che è meno meritevole ma più onesto, e qui sta molta parte della differenza fra gli esseri umani: chi ha visto e spinge ancora il macigno, chi ha visto e si è lasciato precipitare, e chi non ha visto un cazzo di niente, cioè tutti gli altri.