Primarie PD 2012 vs. Primarie PD 2009.
Il nostro titolo è voluto (mentre non possiamo sapere se lo fosse anche quello di domenica sera su Rainews).
Sappiamo bene, ovviamente, che, sulla carta, erano primarie di coalizione.
Una coalizione striminzita (un'alleanza con SEL, nella sostanza, essendo risaputa l'irrilevanza dell'odierno Partito socialista italiano), ma tant'è.
Però ― anche facendo finta che non conti nulla il fatto che la maggioranza assoluta dei candidati fosse composta da membri del PD e che il ballottaggio si svolgerà, appunto, tra due esponenti del PD ― ci sono due dati numerici che rendono molto interessante il raffronto.
Innanzi tutto il numero complessivo di votanti: 3,1 milioni.
In entrambi i casi.
Con uno scarto minimo, di 8mila voti in più , in quelle di qualche giorno fa.
Dunque il corpo elettorale, grossomodo (ossia al netto dei voti non validi), è lo stesso: quindi, di certo, non si può dire che vi sia stato un guadagno significativo in termini di voti esterni al partito.
Poi c'è il dato dell'unico candidato presente in entrambe le consultazioni: Bersani, il segretario.
Quello che ha rinunciato a ciò che da statuto gli sarebbe spettato di diritto: essere il candidato premier del PD alle (eventuali) primarie di coalizione.
Ebbene, qui, il dato numerico è interessante e rilevante, perché Bersani, rispetto alle primarie che lo consacrarono segretario del PD ha perso oltre 225mila voti.
Un numero di voti tale da fargli avere a suo tempo la maggioranza assoluta (52,3%, a fronte dell'attuale 44,9%).
Un numero di voti che, per intenderci, gli avrebbe permesso di evitare il ballottaggio.
Quindi si può dire che Renzi ha comunque già vinto la sua battaglia, strappando un bel po' di consensi al segretario, anche se poi dovesse perdere al secondo turno?
Guardiamo cosa ci dicono i numeri, sulla premessa che, nel 2009, l'elettorato di Franceschini (l'erede della linea Veltroni) rappresentasse l'area (diciamo così) liberal e quello di Marino un'ala minoritaria, spostata un po' più a sinistra.
Se questa premessa interpretativa ha senso, allora, vediamo che Renzi, oggi, raccoglie quasi gli stessi voti di Franceschini (circa 60mila voti in più, per l'esattezza, ma un guadagno di nemmeno due punti, in percentuale).
Vendola, invece, ottiene oltre 100mila voti in più del terzo del 2009. Con un guadagno in percentuale di quasi tre punti e mezzo.
Ora, se si considera che anche gli 80mila voti della Puppato (2,6%) verosimilmente provengono soprattutto dall'area più movimentista del bacino elettorale del PD, pare evidente che il grosso dei voti persi da Bersani (circa 185mila su 228mila; in percentuale: 6 punti su 7,4) rispetto alle primarie che lo elessero segretario si è spostato a sinistra, più che a destra.
In definitiva, se il corpo elettorale resta costante, è evidente che Bersani potrebbe uscire addirittura rafforzato da queste primarie, qualora nel ballottaggio riuscisse a recuperare anche solo la metà del voto di chi gli contendeva la leadership da sinistra.
Sarà quella, insomma, la soglia per verificare concretamente se la spaccatura interna al partito democratico si risolverà in una riconferma della linea progressista (e dialogante) del segretario o in una nuova riproposizione della vecchia vocazione (mercatista e) maggioritaria veltroniana, in chiave giovanilista.
Fin qui, ci sembra che i numeri mostrino chiaramente che il sindaco di Firenze, senz'altro, goda di uno straordinario successo mediatico.
Mediatico e basta, però.













