Benedetto Pallavicino (1551–1601) Madrigali su testi del Guarini [Daltrocanto, Dario Tabbia]
Benedetto Pallavicino (ca.1551 — 1601) Giovanni Battista Guarini (1538 – 1612)
Il quarto libro de madrigali a cinque voci (1588 Venice: Angelo Gardano)
— Occhi un tempo mia vita (18)
Occhi un tempo mia vita, Occhi di questo cor solo sostegno, Voi mi negate ahime l'usata aita, Temp'è ben di morire a che piu tardo, A che serbate il sguardo, Forse per non mirar come v'adoro, Mirate almen ch'io moro.
Il quinto libro de madrigali a cinque voci. (1593, Venice: Giacomo Vincenti.)
— T'amo mia vita
T'amo mia vita, la mia cara vita, Mi dice e'n questa sola, Sì soave parola, Perche trasformi lietamente il core, Per farmene signore, O voce di dolcezz' e di diletto, Prendila tosto Amore, Stampala nel mio petto, Spiri solo per lei l'anima mia, T'amo mia vita, la mia vita sia.
Il sesto libro de madrigali a cinque voci (Venezia. Angelo Gardano, 1600)
— Io disleale? Ah cruda (no.11)
Io disleale? ah cruda, Voi negate la fede, Per non mi dar mercede, Se non basta il languire, Provatemi al morire, E se ciò ricusate, Perche la fè negate, Che provar non volete? O provate ò credete.
— Era l'anima mia (no. 13)
Era l'anima mia già presso l'ultim'hore e languia come langue alma che more; quand'anima più bella, e più gradita volse lo sguardo in sì pietoso giro che mi ritenne in vita. Parean dir que'bei lumi, deh, perché ti consumi? Non m'è sì caro il cor, ond'io respiro, come se' tu, cor mio; se mori, ohimé, non mori tu, mor io.
— Cruda Amarilli / Ma grideran per me la piage i monti (no. 18)
1 Cruda Amarilli, che col nome ancora, d’amar, ahi lasso! amaramente insegni; Amarilli, del candido ligustro più candida e più bella, ma de l’aspido sordo e più sorda e più fera e più fugace; poi ché col dir t’offendo, i’ mi morrò tacendo. 2 Ma grideran per me le piaggie, e i monti e questa selva, a cui sì spesso il tuo bel nome di risonar insegno; per me piangendo i fonti, e mormorando i venti, diranno i miei lamenti; 3 Parlerà nel mio volto la pietate e’l dolore; e se fia muta ogn’altra cosa al fine parlerà il mio morire, e ti dirà la morte il mio martire.
— Amor i parto (no. 4)
Amor i' parto, e sento nel partire, Al penar al morire, Ch'io parto da colei ch'è la mia vita, Se ben ella gioisce, Quand' il mio cor languisce, O durezza incredibile e infinita, D'anima che'l suo core, Può lasciar mort' e non sentir dolore, Ben mi traffige Amore, L'aspra mia pena il mio dolor pungente, Ma più mi duol' il duol ch'ella non sente.
— Ahi come à un vago sol (no. 7)
Ahi, come à un vago Sol cortese giro Di duo belli occhi ond'io Soffersi il primo, e dolce stral d'Amore, Pien d'un novo desio, Sì pronto à sospirar torna il mio core, Lasso non val ascondersi. Ch'omai Conosco i segni, che'l mio cor m'addita De l'antica ferita: Et è gran tempo pur ch'io la saldai: Ah, che piaga d'Amor non sana mai.
— Ch'io non t'ami cor mio (no. 8)
Ch’io non t’ami, cor mio? Ch’io non sia la tua vita, e tu la mia? Che per novo desio e per nova speranza i’ t’abbandoni? Prima che questo sia morte non mi perdoni; ma se tu sei quel cor’ onde la vita m’è sì dolce e gradita, fonte d’ogni mio ben, d’ogni desire, come poss’io lasciarti e non morire?
— Cor mio, deh, non languire (no.16)
Cor mio, deh, non languire, Che fai teco languir l'anima mia. Odi i caldi sospiri: a te gl'invia La pietat'e 'l desire. S'io ti potessi dar morend'aita, Morrei per darti vita. Ma viv'ohimè, ch'ingiustamente more Chi vivo tien ne l'altrui pett'il core.
_ Benedetto Pallavicino. Madrigali su testi del Guarini Daltrocanto, Dario Tabbia (2005, Symphonia – SY 05214)































