I don't want to die, but sometimes I wish I'd never been born at all.
12.04.2023
Credo che uno dei miei problemi sia questo; quando mi metto di fronte ai miei pensieri, questi scappano.
Per questo, forse, non voglio davvero andare dallo psicologo; so che una volta che mi ci troverei davanti non riuscirei a far uscire nulla, il mio cervello penserebbe solo “hey è tutto ok, perché sei qui?”.
Allo stesso modo, avevo davvero troppi pensieri da buttare giù fino a due secondi fa, ma ora non mi ricordo più nulla. Cos’è che volevo dire? Di sicuro era qualcosa sul parkour o sul mio essere una fallita.
Ecco appunto, mi è tornato in mente ed era proprio questo.
“Perché non ho talento e perché va bene così.” Era questo che volevo scrivere, non che sapessi già cosa buttare giù in realtà.
Volevo scrivere per vedere se poteva servire per far uscire qualcosa.
Non ho talento perché non so più chi sono.
O perché, come si diceva in Free! (citato male), il talento lo hai finché sei piccolo, poi diventi uno bravo, poi uno nella media, fino a diventare uno normale - ameno che non si diventa un campione nel mentre, il caso su un milione. E io sono già ben fuori questa soglia da un po’.
Forse il mio talento era l’equitazione, talento che ho buttato quando ho deciso di mollare; un mio brutto vizio è di annoiarmi e allontanarmi quando sento che una determinata cosa non mi da più stimoli, e andare a cavallo non mi stava più dando nulla se non vuoto e tristezza, quantomeno per come lo stavo perseguendo al momento; solo per inerzia, perché era una caratteristica di me, perché era la norma che continuasse così. Doveva o cambiare qualcosa, o finire lì.
Come è andata lo si sa; forse non avevo abbastanza passione o voglia in relazione a quello che mi stava dando, ma un po’ per i tempi “legati” che aveva e il costo, non era più sostenibile come cosa.
Mi ricordo ancora quando pensavo:
“Non voglio scegliere tra equitazione e parkour. Perché so che se dovessi farlo saprei già cosa sceglierei, e non sarebbe andare a cavallo”.
Fa male anche solo pensarci, ora come ora. Ma parkour mi ha sempre dato qualcosa che non sentivo da tempo, anche se non saprei cosa.
Ultimamente mi sta frustrando e basta, lo ammetto, perché mi pesa essere AFAB (tanto che non riesco neanche a scriverlo senza abbreviazione perché sarebbe uno schiaffone in faccia), perché mi pesa allenarmi tanto in relazione agli altri miei compagni ed essere comunque meno capace di loro, perché mi pesa che il mio corpo non riesca a fare ciò che la mente vuole e che talvolta sa di poter fare, ma che per qualche motivo non riesce.
Oggi il buon fantasma ha detto a una persona che ha talento, che se si allenasse di più spaccherebbe il mondo, e di questo sono d’accordo. Non mi ha amareggiato sentire questa frase, perché quel ragazzo l’ha meritata e ha davvero talento, quello che mi ha amareggiato è come mi sono sentito quando ho sentito quella frase in relazione ad una persona (persona inteso in senso generico, che fosse stato o meno quel ragazzo non avrebbe fatto differenza) che, ancora una volta, non ero io.
Perché non può essere così anche per me? Ho voglia di fare, mi faccio in quattro, il mio corpo tra un po’ non mi regge più da quanto mi sto allenando ultimamente, eppure questo non basta. Io sono sempre stata solo la persona che si blocca, quella che ha paura, quella sempre da correggere, quella che al massimo si spacca il culo e ha voglia di fare, che si impegna, quella sensibile; non quella forte, non quella d’ispirazione, non quella con talento.
Mi frustra perché vorrei solo che il mio impegno mi permettesse di fare di più, non come ora che mi permette di fare solo quello minimamente accettabile (e talvolta neanche questo).
Ma, forse devo solo accettare che il mio talento non sia questo, che qualcos’altro. Come detto prima però, non so più chi sono. E di conseguenza non ho idea di quale possa essere, se uno ce n’è.
Detto ciò, non ho intenzione di rinunciare all’ADD, alla pratica che sto costruendo. Come per i disegni voglio studiarla, capirla, bramarla, applicarla, trovare il mio stile. È una disciplina talmente introspettiva, che ti mette di fronte faccia a faccia a tutte le tue paure, che siano il vuoto, la gravità, la precisione, la creatività, le altre persone. C’è tutto, e forse allo stesso modo non c’è nulla, perché non può avere fine; c’è fine solo quando smetti di adattarti, il che non è possibile finché sei vivo. Ed è questo che mi fa sentire: vivo, sentendo il mio corpo, sentendo ciò che ho intorno, sentendo gli altri.
Senza di questa forse non sarei qui a scrivere oggi, a indagare su di me, ma sarei ancora nel loop dell’accettare senza interrogarsi di nulla. Almeno di questo sono un po’ grato, anche se detto sinceramente se ad oggi mi avesse aiutato anche ad avere un pizzico di dose d’ignoranza e di leggerezza in più non è che mi avrebbe dato fastidio. Ma ci stiamo lavorando.
Spero.
A parte ciò, riprenderò il discorso del “Perché non ho talento e perché va bene così”. Per adesso l’unico discorso di questo mumble è “Perché sono un fallito e perché continuo ad esserlo”.








