Su Medianeras, Pilar Lopez de Ayala, la gelosia
Da dove iniziare. Pilar Lòpez de Ayala, Medianeras, la gelosia, gli incontri casuali. I sandwich. Las berenjenas. Le vite che avremmo voluto vivere. Come essere chiari.
Per vedere Medianeras il sabato sera dai Parioli bisogna andare al Mignon e quindi accollarsi che metà del film sia accompagnata dai bassi che pulsano dall'ex Alien dove giovani coatti con tagli asimmetrici e avambracci tatuati caoticamente fanno la fila per entrare e spesso neanche entrano. Non si tratta di un grande inconveniente. I bassi risvegliano dal torpore di un film sconclusionato, uno dei più scialbi e pretenziosi film argentini che ho visto in tutti questi anni, non sembra neanche un film argentino, parlano così poco (mi sorprende che il regista, nei titoli di coda, ringrazi anche Martìn Rejtman, lui sì un regista geniale, il Karismauki porteño, da cui non ha preso neanche un'ombra di sensibilità per i dialoghi), è superficiale come la radiografia di una donna anoressica, un flickr prolungato, un lenzuolo bagnato di un architetto adolescente, un'opera astratta, rarefatta, a tema, che per lunghi tratti mi fa venire voglia di andarmene, salvo poi restare fino alla fine, un po' perchè sono solo, un po' perchè c'è lei.
La scena che ho più amato, quella che mi ha fatto sentire un brivido di soddisfazione attraversarmi il corpo, è quella in cui Pilar Lòpez de Ayala (Mariana nel film, come mia sorella, come Mariana Pineda), dopo averlo seminato facendo (come avrei fatto io, anti-ascensorista di lungo corso) venti piani di scale a piedi, non si presenta al tavolo in cui la aspetta a cena un non meglio precisato, e francamente poco invitante, collega di lavoro (credo il proprietario di un negozio le cui vetrine Mariana decora). Ho amato quella scena perchè, mentre si sviluppava la fase dell'invito a cena, ero gelosissimo, di una gelosia feroce, mi sarei forse anche messo le mani davanti agli occhi se fossero andati a letto insieme. Mi sono ricordato di quando un altro regista, spagnolo credo, un sadico che in fondo sarei potuto anche essere io, le ricamò un ruolo inverosimile in un film sgangherato, un film altrettanto sconclusionato e pretenzioso, un film a metà tra la Spagna e il Messico, con violenza, narcotrafficanti, un gruppo di donne dark (a memoria, oltre a Pilar Lòpez de Ayala, ricordo Ariadna Gil, Elena Anaya, una irriconoscibile Victoria Abril), un film di cui ho dimenticato il titolo (ma non di averlo visto al Renoir Retiro, una sera dopo il lavoro, passando per un millefoglie di tonno alla Castela), e insomma nella prima mezz'ora c'era una concentrazione folle di pompini, e a Pilar Lopèz de Ayala il regista ne fece fare due, uno a un trafficante messicano, in tandem sul divano con Elena Anaya, e uno a un vecchio che doveva farle non so che favore, e si presentava all'appuntamento vestita da scolaretta inglese. Ho odiato quei pompini, ho provato anche lì la gelosia, ma forse li ho odiati meno dell'invito a cena in Medianeras, perché il rischio che si innamorasse e baciasse quel viscido (innamorarsi a Buenos Aires è il sottotitolo del film) mi doleva più di due pompini che tanto, materialmente, neanche aveva fatto.
Avevo conosciuto Pilar Lòpez de Ayala a Barcellona, in un cinema di Passeig de Gracia che non esiste più, mi pare si chiamasse il Casablanca Kaplan o un nome altrettanto assurdo, davano Bienvenido a casa, un film piacevole come tutti quelli (e anche come tutti i libri peraltro) di un regista dotato di woodyallenismo acuto come David Trueba, e mi ero innamorato al primo fotogramma, quando lui la osserva dormire nella penombra del letto. Ricordo che comprai il dvd, uno degli unici dieci dvd che abbia mai comprato, e lo feci vedere anche a Laura, che s'incazzava perchè, a sua volta, era gelosa di lei! L'accusava di avere "orecchie elefantiache", non capiva come potesse piacermi. La mia ragazza che era gelosa di un'attrice spagnola di cui io a mia volta ero geloso quando la vedevo nei film, sui giornali, su Internet insieme a qualcuno che non ero io.
Poi, due o tre anni dopo, che sarebbero cinque o sei anni fa, una mattina, a Madrid, decido che la mia consueta pausa di mezzogiorno - succo d'arancia e tortilla - non la faccio al solito bar unto su calle Hermosilla, ma vado dall'asettico Delina's sulla Castellana, dove ogni tanto pranzavamo con i colleghi quando avevamo fretta di tornare ai nostri computer. Forse volevo provare un nuovo sandwich, o solo tornare in ufficio senza puzzare di uova fritte. Tant'è che a quell'ora non ci andavo mai. A quell'ora non c'era mai nessuno. Mi metto in fila per pagare e entra una ragazza alta. Jeans e maglietta nera. I capelli legati in una coda. Si toglie gli occhiali (fuori c'è il sole, dev'essere una limpida mattina di fine autunno). Si mette in fila dietro di me. Non so neanche se sono riuscito a sorriderle. Pilar. Prima e ultima volta che l'ho vista.
Qualche sera dopo ho conferma che aveva ragione Cortàzar, che non esistono incontri casuali. Sono a cena a Chueca nel mio ristorante di fiducia, una specie di appendice del mio salotto. Angel mi porta i chipirones con il riso. L'ultimo piatto della cena. Distendo le gambe e proseguo nella lettura di Fratelli d'Italia. Sento una mano sul mio tavolo di marmo. Mi giro, è un volto familiare. Scusa, sei italiano? Da cosa si capisce [odio essere riconosciuto come italiano in Spagna]? Da Arbasino. Ah già. Mi sai dire cosa significa berenjenas? Sono le melanzane. Quindi queste sarebbero le melanzane ripiene? Sì. Sono buone? Sono buonissime. Grazie. Ci penso un attimo, e poi decido di presentarmi a Mario Martone, perchè devo raccontargli una commedia all'italiana legata alla professoressa di greco del liceo. Diventiamo amici e mi invita alla prova generale del Ballo in maschera. Nel frattempo scopro che uno dei miei migliori amici, che fa l'attore, è stato scelto per il nuovo film di Martone, Noi credevamo. Con Martone ci ritroviamo nel salotto del mio amico, al suo compleanno, quasi due anni dopo. Pilar invece continuo a cercarla ogni volta che torno a Madrid, mi sembra di incontrarla nelle piscine degli hotel di Colòn, nei bar di Serrano, negli spazi culturali della Gran Via, anche nei libri (in Leaving the Atocha station di Ben Lerner, ad esempio), ma lei non c'è più, quell'incontro ormai è andato, Pilar ormai è andata, come se ne andò Victoria Cabello seduta accanto a me durante un concerto di Belle&Sebastian al Centrale del Tennnis, mi è rimasta solo un'immagine di lei che entra trafelata in un asettico negozio di sandwich, un franchising sulla Castellana, in una mattina assolata, di corsa verso un provino, senza il tempo di un sorriso, e questa feroce, insopportabile gelosia che mi tortura e mi ha fatto odiare Medianeras.












