Il pagliaccio di Andres Barba
Salvo rare eccezioni, la lettura di un romanzo (soprattutto se breve) è per me la luce abbagliante di un flash che sfuma pochi secondi dopo averlo terminato, lasciandomi nell’incertezza di non sapere con esattezza dove mi trovo. Con il passare del tempo mi rimangono solo immagini poco nitide di personaggi, ambienti, luoghi, magari frammenti di dialoghi, una musica distante la cui melodia mi ricorda a malapena qualcosa. Questa natura effimera, insieme all’intimità che sviluppo con il testo, è ciò che più apprezzo delle opere di narrativa di Andrés Barba (Madrid, 1975), in parte tradotte (o in via di traduzione) anche in Italia, peraltro da una pluralità di editori (Instar, Atmosphere, Mondadori, Einaudi), mentre in Spagna l’editore di riferimento è Anagrama.
Per il suo ultimo libro, En presencia de un payaso, i cui diritti non risultano
ancora acquistati per l’Italia, Barba riprende il titolo di un film di Bergman, per porsi la medesima domanda del regista svedese, vale a dire vedere cosa può succedere in presenza di un pagliaccio. Nel film di Bergman, tanto per cambiare, la morte; nel romanzo di Barba, come peraltro avviene in molte delle sue storie, non sembra succedere molto, o meglio, qualcosa succede, ma le situazioni rimangono comunque sospese, e i personaggi si mantengono guardinghi (anche in Agosto, ottobre, forse il romanzo più riuscito di Barba – in Italia lo ha pubblicato Mondadori -, l’adolescente che scappa di casa per tornare nella località di mare perché vuole capire cos’è veramente successo durante l’estate, una volta che si trova lì, a tu per tu con la ragazza, non sa più qual è la domanda di cui cerca la risposta).
Rispetto, ad esempio, ai romanzi degli autori italiani della sua generazione, quelli di Barba hanno il pregio della semplicità, intesa come assenza di artifici formali, di velleità intellettualistiche, di frasi pompose, ma anche come diffidenza per le scene madri, i colpi di scena, le trame complicate. Barba però non è neanche un minimalista delle emozioni, al contrario, la sua scrittura onesta da kitchen sink drama è viva, mai cinica, spesso tenera, trasuda intimità come i suoi personaggi, che raramente vengono descritti al lettore, ma emergono poco a poco, come nella vita reale, attraverso la descrizione delle situazioni – mai molte, peraltro – in cui si sviluppano le loro storie (tanto che l’unico parallelismo italiano che mi è venuto in mente è con Sono comuni le cose degli amici, quel libro bellissimo di Matteo Nucci).
Un valzer in cui cambiano le coppie
I personaggi principali di En presencia de un payaso sono fondamentalmente tre (Marcos, sua moglie Nuria e suo cognato Abel), ma non è mai chiaro chi sia al centro del racconto, perché, come in un valzer in cui cambiano le coppie, ne abbiamo sempre solo due di fronte, e l’obiettivo lascia quindi, ogni volta, un personaggio fuori scena, in attesa che ritorni (e spesso non ritorna). Il peso del racconto, comunque, lo porta sulle spalle Marcos, trentacinquenne ricercatore di Toledo trapiantato a Madrid che, in via del tutto accidentale, e grazie, peraltro, ad un’intuizione neanche sua, ma di una giovane collaboratrice (per festeggiare, prima che lei parta per il Texas dove ha vinto una borsa di studio, Marcos la porta a bere in uno di quei bar madrileni di quartiere popolati da eleganti signore semi-alcolizzate), si ritrova tra le mani una scoperta scientifica così eccezionale da valergli la pubblicazione sulla prestigiosissima Review of Modern Physics.
Marcos però è un irrisolto, come dimostra la sua incapacità di descriversi in trecento parole (deve farlo per la rivista), e soprattutto di rinfacciare sul serio a Nuria, pur tirando fuori il discorso in continuazione, la sua scappatella con un collega di scuola, un italiano che ha tutti i cliché del play-boy di quart’ordine che ossessionano Marcos come tutti gli uomini spagnoli, e questo nonostante si intuisca il dolore profondo che prova per quel tradimento, tanto che, quando riesce a finalmente a estorcere da Nuria il nome dell’albergo in cui si vedevano per fare l’amore, si prende una stanza per trascorrerci un pomeriggio intero alla ricerca dei fantasmi. Marcos è succube di questa donna che non lo ama o comunque non è così affettuosa come vorrebbe farci credere, visto che ogni volta gli combina qualcosa di infido, e quindi è incapace di avere con lei una vera resa dei conti, sono sempre sul procinto di farlo (succede più volte nel corso del romanzo), ma poi il passo lo fanno indietro e non avanti, di solito sul letto, fanno l’amore per non litigare.
Ma anche con Abel, il fratello di Nuria, il pagliaccio del titolo (già umorista televisivo di enorme successo, aveva provato a tradurre il consenso popolare in termini politici, illudendo gli spagnoli di poter sfuggire alla realtà, e sembrava avercela pure fatta, salvo fuggire lui stesso, una mattina, per ragioni poco chiare, in Colombia, dove si scopre che gestisce un anonimo negozio di fotografia), tornato in Spagna per la prima volta dopo l’esilio per convincere la sorella a vendere la casa della sierra madrilena dove la madre aveva vissuto l’ultima parte della sua vita, casa che invece la sorella vuole tenere (non perché provi affetto verso la casa, o per la memoria della madre, ma per non far saltare in aria anche quell’ultimo ponte che la lega al fratello), sembra sempre che qualcosa stia per succedere, ma poi non succede niente, e questa irresolutezza cronica sembra al lettore l’esito più naturale degli eventi, se non proprio l’unico possibile.
C’è un dialogo, verso la fine, che per me è esemplificativo dello stile di Barba. Marcos ha lasciato i fratelli da soli nella casa della sierra (c’è pure la fidanzata di Abel, ma non conta), perché è corso a Toledo a trovare il padre che è depresso e ha bisogno da lui. La sera chiama Nuria per sapere come sta, “qui molto bene” dice lei, “perché che è successo?” chiede lui, “niente, suppongo, niente di speciale” risponde lei, prima di aggiungere “è come se all’improvviso avessi compreso delle cose, amore”, senza che queste cose ci vengano mai spiegate, ovviamente.
E niente è anche quello che succede nel - chiamiamolo così - controfinale, il momento più tenero del libro (Barba è un autore che non teme la tenerezza, ce n’era molta già nel suo primo libro, La sorella di Katia, era quella che provava la piccola protagonista per la sorella spogliarellista, ma ce n’era un sacco anche nel rapporto tra i fratelli del già ricordato Agosto, ottobre), quando la coppia di protagonisti cambia un’altra volta (Marcos e suo padre, appunto), così come cambia l’ambientazione, non più Madrid, non più la sierra, ma la Toledo provinciale in cui Marcos è cresciuto, un luogo che ora gli risulta deludente, pure il miglior ristorante della città (dove porta il padre per tirargli su l’umore) gli sembra straordinariamente malinconico, ma mai quanto la stanza
da letto di quand’era bambino, con gli asciugamani puliti che il padre gli lascia sulla sedia e che ci dicono più cose di mille descrizioni inutili.