Ragazza anoressica con cappotto lungo verde e basco bianco prende la metro a Milano
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Ragazza anoressica con cappotto lungo verde e basco bianco prende la metro a Milano
Imparare a descrivere con Proust
“Prendiamoci la cioccolata buona,” dicevi puntando il negozio della Godiva. Compravamo una piccola busta di carta che conteneva cinque o sei cubetti di cioccolato pescati a caso. Spesso era l’unica cosa che compravamo al centro commerciale. Poi camminavamo, passandoci un cioccolatino avanti e indietro finché non avevamo le dita inchiostrate e dolciastre. “Ecco come ci si gode la vita,” dicevi, succhiandoti le unghie con lo smalto rosa scheggiato dopo una settimana passata a fare la pedicure alle altre. Quella volta che lo hai fatto con i pugni, gridando in mezzo al parcheggio, il sole calante che ti tingeva i capelli di rosso. Le mie mani a proteggermi la testa mentre le tue nocche formavano un rumore sordo su di me. Quei sabati camminavamo per i corridoi del centro commerciale fin quando i negozi non calavano uno a uno le serrande di acciaio. Poi rientravamo verso la fermata dell’autobus in fondo alla strada, con il nostro respiro sospeso sopra le nostre teste, il trucco ormai secco sul tuo volto. A mani vuote, a parte le nostre mani.
Se ti erano rimasti dei soldi dopo aver pagato le bollette, c’erano dei sabati alla fine del mese in cui andavamo al centro commerciale. Alcune persone si vestivano bene per andare in chiesa o ai pranzi della domenica, noi ci vestivamo di tutto punto per andare a un centro commerciale sulla I-91. Ti svegliavi presto, passavi un’ora a farti il trucco, indossavi il tuo vestito nero di paillette più bello, i tuoi orecchini d’oro a cerchio per le grandi occasioni, scarpe di lamé nere. Poi ti chinavi, spiaccicavi un po’ di gelatina tra i miei capelli e li pettinavi. Vedendoci conciati in quel modo, uno sconosciuto non avrebbe mai creduto che facevamo la spesa al negozio di quartiere su Franklin Avenue, la cui soglia di ingresso era costellata da ricevute usate di buoni pasto per i poveri, dove articoli come il latte e le uova costavano tre volte in più di quanto non costassero nei sobborghi residenziali, un negozio dove le mele rugose e ammaccate giacevano in una scatola di cartone fradicia di sangue di maiale che era colato dalla cassa contenente le costolette sfuse, il ghiaccio scioltosi ormai da un pezzo.
La notte a Berlino è più densa. Esci e ti aspetti di essere sopraffatto dalle mille luci di una metropoli che conta più di cinque milioni di abitanti, e invece la prima cosa che ti colpisce è l’uso moderato delle insegne, delle luci, dei neon, di tutti quei simboli del consumismo cui ormai il nostro occhio è abituato. Persino il traffico sembra meno fastidioso, in linea con l’atmosfera dimessa della città. [ ... ] Una delle caratteristiche positive di questa metropoli è la quantità di spazi verdi che si distendono anche nelle zone più centrali; sono giardini custoditi e accuditi con teutonica meticolosità, ma anche molto vissuti da qualunque classe sociale almeno nei periodi più temperati.
Frau Alembaud abita al sesto piano d’un palazzone di Biskovstraβe, grigio col tetto verde ossidato da almeno duecento anni di piogge berlinesi. Deve essere uno degli stabili più vecchi della città, salvatosi dai bombardamenti alleati proprio per la sua dislocazione periferica, e in una zona lontana anche allora da qualunque obiettivo militare di rilievo. Da fuori ha il sapore di quegli edifici della Germania decadente, una volta senz’altro ricchi e fastosi, per degli junker in grado di spendere e godere. Oggi, già a giudicare dall’androne scrostato e dai lumi fiochi, ha l’aspetto di un nobile decaduto.
A volte le cose pi`¨semplici sono quelle pi`¨difficili da descsrivere: prendete il buco, provate un po' a descriverlo per ciò che è e non per quello che non è, vi accorgerete di quanto sia difficile descrivere un buco. Ci stanno lavorando in filosofia e in ontologia, in fondo alla pagina vi metto il link ad un interessantissimo articolo che parla proprio di questo, è in in glese ma lo potete facilmente tradurre usando uno dei numerosi traduttori che trovate gratuitamente online. TRASCRIZIONE [ENG translation below] Oggi vi parlo dei buchi. Complice un articolo di filosofia interessantissimo, spassosissimo, che ho letto questa mattina, vi metterò un poi il link nelle note del programma, mi sono ritrovata a pormi una domanda che non mi ero mai posta in vita mia e cioè: che cosa è un buco? Dal punto di vista filosofico, ma anche dal punto di vista della descrizione, se voi doveste descrivere un buco avreste difficoltà a descriverlo, perché i filosofi e gli onltologi ancora non ci sono riusciti, ci stanno lavorando. È però una cosa che tutti riescono a individuare, anche i neonati individuano il buco, così come individuano invece gli oggetti presenti nella vita reale. Allora ci sono diverse scuole di pensiero sulla definizione del buco, alcune dicono: il buco è un'illusione perché non esiste, non è formato da nessun materiale e si può descrivere unicamente descrivendo quello che non è, cioè quello che lo circonda. Anche perché dal punto di vista linguistico si può cambiare la frase "c'è un buco nel foglio" dicendo "il foglio è perforato", quindi si cancella completamente la presenza del buco. Ci sono quindi diverse teorie che cercano di spiegare come si possa definire il buco e io me ne sono lette e sono molto interessanti. Ripeto, non avevo mai riflettuto su una cosa che fa parte della nostra vita, i buchi sono dappertutto, a cominciare dalle asole degli occhielli ai buchi dove infiliamo le prese quando attacchiamo il nostro computer. Quindi, alcuni dicono che i buchi sono delle porzioni descritte, qualificate di spaziotempo, quindi il mondo è pieno, l'Universo è pieno di spaziotempo, solo quando c'è il buco noi stiamo prendendo una sezione di questo spaziotempo e la stiamo definendo. Altre teorie parlano del buco come la materia negativa del materiale che le ospita. Ci sono delle caratteristiche, comunque che accomunano i buchi. Anzitutto i buchi, tenetevi forte, sono sempre parassiti perché non esistono isolati, hanno sempre bisogno di una materia che li ospiti. Poi i buchi sono sempre riempibili e non necessariamente scompaiono, a meno che non si riempiano con lo stesso materiale di cui sono formati, quindi il buco di sabbia se ci metto la sabbia dentro il buco sparisce, ma un buco in un pezzo di legno, se ci metto dentro della carta il buco continua a esistere, e poi il buco coesiste sempre con il materiale che lo forma, infatti non è che se riempio un buco il buco si sposti per lasciare lo spazio al materiale con cui lo sto riempendo, insomma, è un discorso lungo, vi metto il link, leggetelo perché è veramente così affascinante. Viva i buchi! TRANSLATION Today I talk about holes. Thanks to a very interesting, hilarious philosophy article that I read this morning, I will put a later link to it in the program notes, I found myself asking a question that I had never asked myself in my life and that is: what is a hole ? From the philosophical point of view, but also from the point of view of description, if you were to describe a hole you would have a hard time trying, because philosophers and onltologists still haven't succeeded, they are working on it. However, it is something that everyone can detect, even infants detect a hole, just as they detect objects present physically in real life. Then there are different schools of thought on the definition of a hole, some say: a hole is an illusion because it does not exist, it is not formed by any material and can only be described by describing what it is not, that is, what surrounds it. Also because linguistically you can change the phrase "there is a hole in the paper " by saying "the paper is perforated," so you completely erase the presence of the hole. So there are several theories that try to explain how a hole can be defined, and I have read about them and they are very interesting. Again, I had never thought about something that is part of our life, holes are everywhere, starting from the eyelet loops to the holes where we plug in the sockets when we plug in our computer. So, some say that holes are described, qualified portions of spacetime, so the world is full, the Universe is full of spacetime, only when there is the hole we are taking a section of this spacetime and defining it. Other theories speak of a hole as the negative matter of its host material. There are characteristics, however, that holes share. First of all, holes, brace yourself, are always parasites because they do not exist in isolation; they always need a host matter. Then holes are always fillable and they don't necessarily disappear unless you fill them with the same material they are formed of, so a sand hole, if I put sand in it, the hole disappears, but a hole in a piece of wood, if I put paper in it, the hole continues to exist, and then a hole always coexists with the material that forms it, in fact it's not that if I fill a hole, the hole moves to make room for the material I'm filling it with, in short, it's a long talk, I'll put the link, read it because it's really so fascinating. Long live the holes! LINK all'articolo https://plato.stanford.edu/entries/holes/?ref=thebrowser.com
Quel mare di Nizza celeste chiaro, la spiaggia lunghissima di puri ciottoli bianchi, e d’inverno, i gabbiani a frotte, che facevano un chiasso… aveva sempre pensato che il golfo su cui si affacciava Nizza fosse il più bello del mondo, la scura acqua napoletana ricca di polposi grumi marroni e violacei che si irradiavano sulle scogliere, le pummarole amaranto innescate nel tufo sotto il pelo dell’acqua, i bagliori argentei dei banchi di alici che si aprivano e sparivano, quelle collane strette di cozze nere piccole metà d’un’unghia, i ventagli di leggere lattughe verdi che si agitavano qua e là, erano un altro mare. Non il suo mare, casto, lattiginoso. Eppure…
Forse Napoli era i sensi, l’amore fisico, esplosi ritornando nella città al momento che l’anima astratta e assente degli anni della fanciullezza, con lo scoppio della fertilità, lo aveva abbandonato… Se questa poteva essere la ragione, allora è vero, Lilandt aveva un’anima napoletana.