Időnként szemhéja volt egyedüli védelme a valóságtól. E vékony héj lehetővé tette, hogy még mélyebbre húzódjon vissza önmagába, míg el nem ér odáig, ahol sem az emberek, sem a dolgok nem sérthetik meg többé...
Slavenka Drakulic-Frida
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Időnként szemhéja volt egyedüli védelme a valóságtól. E vékony héj lehetővé tette, hogy még mélyebbre húzódjon vissza önmagába, míg el nem ér odáig, ahol sem az emberek, sem a dolgok nem sérthetik meg többé...
Slavenka Drakulic-Frida
La mia professoressa, la scultrice A.M., è appoggiata al muro in mattoni del suo studio, nell'edificio dell'Accademia di Belle Arti. Sta parlando di sculture morte, del corpo: "Come potete scolpire una figura umana se non avete coscienza del vostro corpo e dello spazio che lo circonda? Noi non abbiamo un corpo, noi siamo corpi". Pronunciate queste parole, mi aveva afferrato per il braccio così risolutamente da farmi venire le lacrime agli occhi. "Possibile che non vediate - sta dicendo ancora, puntando il dito ossuto verso il calco in gesso di un busto maschile - che costui è morto, che non instaura alcun rapporto con ciò che lo circonda? E' morto", ripete tristemente, girandogli attorno in camice bianco, i pugni serrati in tasca, come se le sue parole si riferissero alla morte di una persona cara. Ma percepire il proprio corpo - fa male.
"Pelle di marmo" di Slavenka Drakulic