Intervista al cantante e compositore Eliamo, a cura di Marla Lombardo.
Stefano Eliamo, in Arte Eliamo, è un artista eclettico e dalle sfumature ombrose. Definito come "un cantautore filosofo", nei suoi lavori Eliamo affronta temi come il distacco, la nostalgia, la solitudine, la nevrosi, la follia e molto spesso il tema del viaggio. Il disagio esistenziale e la ricerca della propria identità sono concetti alla base delle sue canzoni. Dopo un’esperienza significativa a Londra e Dublino, è negli States che la sua musica si arricchisce in modo significativo, subendo le influenze dell’elettronica e della dance. Al suo rientro in Italia, escono, autoprodotti, gli album in inglese "Intermittent Lights” e “Hello World!”. Attualmente è alle prese con un nuovo progetto musicale dal gusto squisitamente italiano che segna un ritorno in grande stile sulla scena musicale del cantautore. E' già presente in tutti i digital stores con il suo singolo "Brucia"che anticipa l’uscita del nuovo album di inediti dal titolo "Universi Alternativi" con sonorità pop rock e testi in italiano.
Noi di Untitled Magazine lo abbiamo intervistato in esclusiva per voi.
Stefano, come hai iniziato ad appassionarti a tutto ciò che è musica? Se adesso sto facendo musica, sto scrivendo canzoni e sto proponendo le mie performance in giro, è solo per quel momento nella mia infanzia che non potrò mai dimenticare. Il momento in cui nell’anno 1987, alla tenera età di quattro anni, presi in mano una audio cassetta rossa regalatami da mio padre e la lasciai suonare nello stereo dell’automobile. Era l’album degli U2, The Joshua Tree. Mi bastarono pochi attimi, e poche reazioni elettrochimiche dentro me, ma subito intuii, per la prima volta, quale sarebbe stata la direzione che avrei scelto negli anni a seguire.
Cosa è per te “fare musica”? È un ottimo modo di tenere un diario. Scarico nelle mie canzoni molte tensioni psicofisiche e le converto in suoni e versi. Direi che si tratta di una qualche forma di alchimia. Scrivere una canzone, richiede molto lavoro soprattutto per quegli artisti che come me, non si limitano a scrivere la canzone, ma la producono strumento per strumento. A volte ragiono come un architetto, cercando di miscelare lo stile e la struttura. Scrivo il basso, poi le chitarre, poi la batteria, la voce, i cori e così via. Una volta avuta l’idea, ho bisogno immediatamente di arrangiarla in tutte le sue parti. Certamente è un lavoro molto impegnativo ma, quando lo faccio, il tempo si ferma ed è la cosa più bella e più gratificante. Credo sia come un parto ed ho la consapevolezza che la canzone, una volta nata, appartenga al mondo e non più solo a me, poiché, da quel momento in poi, il brano potrà comunicare emozioni diverse in base a chi lo ascolterà.
Come nascono le tue composizioni ed i tuoi testi? Da cosa trai ispirazione? Da qualunque cosa possa incuriosirmi. È ovvio che la musica leggera attinge più o meno sempre dalle stesse idee. Sentimenti, politica, società ed il rapporto con il divino. Tuttavia, pochi si interessano all’aspetto psicologico o addirittura filosofico che invece sono gli aspetti che più mi interessano. Viviamo in un’epoca in cui è difficilissimo creare, o meglio, scoprire qualcosa di nuovo. Siamo bombardati continuamente da stimoli sia dal campo dell’immagine che da quello sonoro, soprattutto attraverso i social network. Questo produce una over produzione di opere di qualunque genere, pertanto, oggi è sempre più difficile essere originali. Quello che si può fare, invece, è cercare di studiare nuove prospettive dalle quali osservare la vita e, di conseguenza, l’essere umano.
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