Elio Ciol, un fotografo contadino
di Andrea Scandolara
-- Novant’anni all’anagrafe e 75 dedicati alla fotografia: soltanto Elio Ciol ha queste caratteristiche. Figlio d’arte ha cominciato a fare fotografia a 15 anni nello studio del padre, a Casarsa nella piana friulana, ma dopo ne ha fatta di strada anche se si è fermato nel paese natale. E’ un fotografo prevalentemente naturalista, paesaggista e di architettura, ma non solo; i suoi lavori sono esposti nelle maggiori gallerie e nei migliori musei del mondo, per non parlare dei meritati riconoscimenti che lo rendono famoso più all’estero che in Italia; ma qui non si vuole ripercorrere una biografia che merita ben altri spazi.
© Elio Cio, ln attesa - San Giovanni di Casarsa, 1959 (Coll.G.Millozzi)
Le immagini di Elio Ciol sono note a tutti e non si smetterebbe mai di ammirarle; molte foto colpiscono per quel bianco e nero insolito dato dalla pellicola all’infrarosso che lui usa sin dagli inizi della sua carriera. E’ stato Ciol stesso a spiegare il perché. Alla fine della guerra le forze militari alleate avevano cominciato a svendere ogni cosa dei loro rifornimenti che non serviva più; così il nostro fotografo, allora sedicenne, aveva comperato un grosso rotolo di pellicola che poi avrebbe dovuto tagliare per adattarla al formato della sua macchina 4,5x6 cm: ma era una pellicola all’infrarosso, gli americani la usavano per la fotogrammetria aerea ricavandone negativi da cm 24x24. Ciol sin dai primi scatti di paesaggi resta affascinato dalla resa tonale, serendipity diremmo oggi, che contribuisce a collocare il soggetto fuori dal tempo ed esalta la bellezza della natura che lui vuole sottolineare; l’infrarosso tende a distanziare la rappresentazione dal soggetto.
© Elio Ciol, Sogni di prosperità - Morsano al Tagliamento, 1985 (Coll. G.Millozzi)
Giuseppe Turroni a questo proposito scrisse: “Tecnica e arte, secondo la concezione classica, procedono in Ciol di pari passo. La tecnica non diviene mai tecnicismo fine a sé stesso, e l’arte, dato che di arte si deve parlare per le opere fotografiche di Ciol, non assume mai le valenze aride e pretestuose dell’astrazione, della forzatura intellettualistica, del formalismo perentorio e grossolano.” (1)
Il paesaggio, nella serie Sculture e disegni nella campagna friulana, è una contemplazione della bellezza della natura, tema quanto mai attuale dopo Greta Thunberg, dove a volte i tronchi dei gelsi e le ombre assumono sembianze quasi antropomorfe e comunque evocano la presenza dell’uomo in un panorama ben più profondo di lui. A volte non ci si accorge della scala di lettura facendoci precipitare in un contesto ideale ben diverso da quello rappresentato. Lui vuole vivere “dove lo spazio è tutto ciò che ti circonda, dove regna un silenzio non artefatto ma naturale”. Qualcuno l’ha accostato ad Ansel Adams ma quando poi lui ha affermato di voler “fotografare soprattutto il paese dell’uomo” qualcun altro ha visto un accostamento a Paul Strand, autore di riferimento a metà degli anni ’50 del Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia a cui Ciol aveva aderito.
© Elio Ciol, Viti come disegni - M. Ramandolo, 1996 (Coll. G.Millozzi)
Ma forse Ciol è un’altra cosa, e cerca di farcelo capire quando dice: “Credo che la bellezza esista ovunque e che ciascuno può documentarla e comunicarla se la sa davvero guardare. Ciascuno di noi è stato posto al centro dell’infinito per poterlo osservare.” Per dirla con Paul Valèry, “un’opera d’arte dovrebbe sempre insegnarci che non avevamo veduto quello che vediamo”.
A lui interessa raccontare la bellezza e la dignità della sua terra e della sua gente. E’ un segno della sua friulanità?
Ancora Turroni (1): “Il Friuli ci viene incontro con una dolcezza pulsante e vibrante, secondo forme che la nostra immaginazione non aveva mai tenuto in considerazione. E’ come se vedessimo per la prima volta quei campi lavorati, quegli alberi, quei cieli, quelle nuvole, che altri avevano rappresentato con modi più comuni, anche se non banali e stereotipati. E’ come se Ciol inventasse la sua terra.” E Ciol aggiunge: ”Il senso religioso per me vuol dire contemplare, cioè sentire, verificare, vedere, vivere la realtà del mondo.” Carlo Sgorlon, friulano anche lui, sostiene che nelle sue fotografie “si trova una mescolanza di panteismo istintivo e di cristianesimo di superficie.” E aggiunge: “Ciol ha conservato intatta una componente culturale che gli uomini di oggi vanno perdendo, ossia il sentimento del rapporto tra l’uomo e la natura, anzi tra l’uomo e l’universo.” … “Ciò che egli sottolinea, con le sue splendide fotografie, è l’umiltà dell’uomo nei confronti della natura e le dimensioni sterminate dell’universo.” (2)
© Elio Ciol, Il teatro: orchestra ed edificio scenico - Palmira, 1996
Bastano questi motivi per dire che Ciol non è un fotografo di denuncia, non è un neorealista come i suoi colleghi all’inizio della carriera, nel paesaggio raramente si scorgono figure umane e se ci sono queste ultime non fanno parte del soggetto.
Come si diceva, più volte è stato accostato ad Ansel Adams, quasi suo contemporaneo, tanto che nel 1988 ha voluto fotografare proprio quel tempio naturale dello Yosemite National Park tanto amato da Adams. Ma le differenze sono troppe per giustificare questo accostamento, frutto forse di un’analisi superficiale: la sola comunanza del soggetto non basta per suggerirlo. Adams predilige l’idea di un paesaggio tattile, i dettagli pare di poterli toccare, Ciol “esprime un concetto di paesaggio in formazione e in lotta, che vive cercando la luce…” (3)
Ma l’analisi più limpida dei lavori di Elio Ciol è quella di Fabio Amodeo che ha cercato di collocare il nostro autore in un ben preciso momento storico. Partendo da Roland Barthes quando sostiene che la fotografia sia un intercettatore cronologico che ci costringe a raffrontarci con il trascorrere del tempo (la distanza dal momento dello scatto della foto che stiamo guardando) ha osservato che per conoscere il tempo degli scatti di Ciol bisogna leggere la didascalia. “Nelle immagini non ci sono mai elementi che possano concorrere a datare le fotografie. Le sue immagini non sono moderne, neppure antimoderne o postmoderne. Le foto di Ciol sono amoderne: appartengono a un mondo da un respiro più lento, imparentato con la crescita degli alberi, non con i ritmi che ci sono abituali. Ci portano in un altro ritmo temporale, non in un altro tempo.” (4)
Un fotografo contadino, potremmo dire.
Auguri Elio per i tuoi novant’anni, continua a farci sognare!
© Elio Ciol, La densità del silenzio-Assisi, 2009 (Coll. G.Millozzi)
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(1) Elio Ciol, Ascoltare la luce, Libreria Editrice IL LEGGIO, 2003
(2) Carlo Sgorlon, Elio Ciol, Cinquant’anni di fotografia, Federico Motta Editore, 1999
(3) Ian Jeffrey, Elio Ciol, Cinquant’anni di fotografia, Federico Motta Editore, 1999
(4) Fabio Amodeo, Elio Ciol, Ascoltare la luce, Libreria Editrice IL LEGGIO, 2003
http://www.zam.it/biografia_Elio_Ciol













