Se mi tocchi non ti sento
Cose toste, farsi massaggiare il mio essere donna. Lo sono? Chi mi tocca dice di sì. Dimmi che non ho un utero.. c'è l'hai amore, c'è l'hai. Chissà perché se premi li sento il cemento amplificarsi nei polmoni, invadere gli alveoli, il torace si gonfia, spinge sul costato. Fate uscire questo nero, per favore fatelo uscire. Nausea, devo vomitare, vorrei fosse sangue. Vorrei fosse sangue a uscirmi dall'esofago come tante volte è stato, ma no, respira, devi respirare amore. Ok respiro. Ci provo. Se mi tocchi la pancia trattengo il fiato, non c'è più aria da nessuna parte. Pancia. Ventre mi sta scomodo, ventre da di donna. Pancia sa di grasso, pelle e carne di troppo da levare. Se tocco qui mi sento? Non capisco dove hai la mano, ma fa male e devo vomitare. Le gambe vanno e vengono, formicolano poi scompaiono. Me le hai staccate e le hai appese di la insieme alla giacca vero? Anche le braccia, ma no, non mi hai staccato anche quelle, forse se mi fai chiudere gli occhi so ma mi chiedi di tenerli aperti e allora va bene, le braccia mi restano. Ogni tanto mi resta anche qualche brandello di corpo, lo sento sotto alle tue mani. Mani che toccano. Sapevo che potevi, altrimenti non sarei qui, o forse si perché sono ostinata come la sabbia, inarrestabile come la pioggia. Solo il mio respiro è lento, il cemento avanza, il sangue nero sale e voglio vomitare ancora. Questa è la linea che congiunge alla madre, mi dici. Se ci metto il dito io sento se ce lo metti tu no. Come è potente questo cervello, come è scaltra e bugiarda e figlia di troia questa mente maledetta. Nessuno mai può toccarmi la pancia. Quella è la SUA tomba, e anche la mia. Ma tu lo sai, e sdrammatizzi, come chi ai funerali fa da mangiare e si veste colorato. Avrebbe voluto così, dicono. Forse avrebbe voluto così anche Luce. Forse sta ancora la dentro da qualche parte, e si è fatta coccolare da sua zia. Forse sono pazza, ma qui toglierei il forse. Preferisco pensare di essere malata di mente che sentire mani sul mio ventre vuoto. Pensare che ci sia lei lì dentro piuttosto che il marcio che mi resta. Ma tu lo senti che lì dentro è tutto marcio, amore? Lo senti il sangue nero che mangia e strappa e cresce e mi leva anche la capacità di toccarmi di accarezzarmi di giocare con qualcosa che dovrebbe essere mio? Non gioco più, tata. Te l'ho detto che non gioco più. Toccarmi mi fa vomitare. Essere toccata mi fa vomitare. Vorrei poterlo fare come sempre, ma mi contengo, faccio finta di niente, che tanto lo sai e non ho bisogno di parlarti. Un po' ricomincio a sentire. Forse che io non riesca più a godere delle mie mani è la prova che sto andando nella direzione giusta. Forse, sto aprendo le porte di casa, sto tornando la sotto in gabbia con Luna, le sto dicendo che può giocare ad altro, e che non è necessario fare la bambola di pezza. Devo vomitare. Lei sta la sotto nel sangue e gioca a fare dio. Vorrei dirle che può smetterla. Che può smetterla. Vorrei dirle che non mi importa essere donna se essere donna mi allontana da lei. Vorrei dirle che non la sopporto, perché è troppo forte per me, troppo maledettamente forte e ostinata per me per permettermi di andare a prenderla. È selvatica e non posso fare altro che guardarla. Intanto tu mi tocchi la pancia, e la gambe vanno e vengono. Fuori piove, so che c'è un senso anche in questo. Se dovevo venire da te doveva essere sotto alla pioggia. L'acqua lava via il sangue. Ci ricorda che non abbiamo una casa. Che non abbiamo niente se non noi stesse. E che il corpo ora mi serve, anche se vorrei lasciarlo appeso insieme alla giacca in questo studio che è l'isola che non c'è. Passo e chiudo. Vado a vomitare di nuovo. No, non ce l'ho fatta a respirare e basta, sorella. Perdonami, non ce l'ho fatta.












