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Il premier immaginario alla festa del Pd
Carpi, festa del Pd. A chiudere la giornata, probabilmente in pausa dal suo tour europeo, Matteo Renzi. Il sindaco è lì sul palco, alla sinistra dell'intervistatore (posizione su cui ironizza anche il giornalista, e che pare non congeniale al rottamatore). Camicia bianca leggermente inumidita dal sudore, ampiamente sbottonata in cima e da cui pendono un paio di occhiali da sole neri. Niente giubbino di pelle, fa troppo caldo, ma il look giovanile da "politico del futuro e del nuovo" c'è sempre.
Così come non mancano il linguaggio colloquiale (chiede agli astanti che intervengono quale sia il loro nome, si dimostra interessato alle loro vite) e le spinte verso il populismo più esasperato, intervallate da battute degne di un Cav d'altri tempi. Renzi parla a ruota libera, merito anche di un intervistatore poco incisivo e che anzi dà il via all'egocentrismo del toscano con un iniziale "ho l'impressione che Matteo Renzi sia veramente un leader". Comincia allora la danza di parole, critiche ai Democratici, esaltazione di meriti (reali o fittizi) e tanta vuotezza di contenuti. Si parla della necessità di un leader forte (già sentito), di primarie aperte a tutti (già deciso), della "non vittoria" di febbraio (come non cogliere l'occasione per ritornare sulla questione Bersani?) e di una candidatura come segretario del Pd (il mistero resta, la noia anche). Nessun concetto nuovo (ma piuttosto i soliti ed abusati "la politica è finta come il wrestling",o "meglio i voti del centro destra che i ministri del centro destra"), nessun reale pensiero o proposta che in vista congresso possa darci un'idea del Pd di Renzi.
Il partito non funziona, le regole non vanno bene, il correntismo è dannoso (detto da uno dei maggiori capicorrente). Lo ripete, lo abbiamo capito abbondantemente. Ma oltre questo non si va. Distruggere il vecchio, da buon rottamatore, si può. Ma costruire (almeno in quanto a proposte) quel partito che a Renzi non piace è invece cosa più difficile e che al sindaco, in una così piacevole serata estiva, proprio non va di fare. «A settembre decideremo». Con la frescura autunnale. Discorso chiuso. Il rottamatore non sa ancora quale sia la sua strada in tema congresso, o forse gli interessa poco. Quello che a Renzi preme è un discorso sul Governo, su Letta e sulle soluzioni per uscire dalla crisi e dal compromesso con il Pdl.
Parla da premier, ragiona come fosse il capo di un suo esecutivo. Accanto al giornalista che con sguardo amorevole lo segue, Renzi si dipinge come il salvatore del Paese. Nell'immaginario del sindaco, Letta già non c'è più: si guarda avanti, a quella poltrona che da tanto sta bramando. E' vero: Renzi, ancora una volta, giura fedeltà a questo governo con animo candido e fedele. «Dicono Renzi è contro Letta (come già detto, parlare di sé in terza persona è quantomeno allarmante), Letta è contro Renzi: io, se Enrico Letta fa bene, sono l’uomo più felice del mondo, perché, prima di essere sindaco sono cittadino d’Italia e sono ben contento se il governo fa bene». Dichiarazione di forzata stima all'amico Enrico, matrioska dell'ipocrisia dentro cui si cela una minaccia velata e l'immancabilmente bordata: «Io non credo che questa esperienza di governo di larghe intese possa andare avanti molto. Io voglio bene a Enrico (chissà se di più di quanto ne volesse a Bersani) ma tutti i giorni deve parlare con Brunetta e Schifani».
Poi, visto che della visita alla cancelliera tedesca Merkel proprio non si può non parlare (anche tenendo conto dell'irritazione di Letta), arriva la domanda dell'intervistatore (qualcosa bisognava pur chiederla a Renzi dopo venti minuti di autocelebrazione, passati a parlare di Firenze e della sua bravura come sindaco). La risposta, tra sorrisi ed il viso incolpevole del rottamatore, arriva rapida. Perché nulla, si e ci racconta il sindaco, è accaduto senza il consenso del premier in carica. Ed anzi questo viaggio in Germania è stato compiuto (ci avremmo scommesso) per il bene dell'Italia e non per una personale sponsorizzazione agli occhi dell'Europa. «Andare di nascosto è più o meno una barzelletta, quando incontri il primo ministro di un paese straniero, lo dici al primo ministro del tuo paese, cosa che io ho detto un mese fa Enrico Letta, con cui ho un rapporto quotidiano. La Merkel ha letto un' intervista fatta su un giornale tedesco ad aprile, e così è nata la possibilità di un incontro necessario. Sogno di vedere la Germania, non come un nemico, ma come principale alleato dell’Italia e l’Europa. Come la casa dei sogni di domani non degli incubi: se vado dalla Merkel vado a parlare di questo».
Insomma, da Presidente del Consiglio in immaginario predicato, Renzi ha sentito il bisogno di discutere questioni del Paese con la "collega" Angela. Nulla di strano. Malpensanti noi, nonché ingiustamente ostili, a voler ricordare al toscano che queste competenze spetterebbero al premier Letta e non al sindaco di una città. Ad insistere sul fatto che un Presidente del Consiglio lo abbiamo già e che, salvo imprevisti di fine luglio, almeno per il momento non si parla di nuove elezioni e candidature.
Renzi lavora sodo, attraversa l'Europa (con i soldi di chi?), e lo sta facendo per noi. Far pressione al Pd ed al Governo, invocare berlusconianamente il voto autunnale e minacciare l'esecutivo Letta sono solo effetti collaterali di una generosità d'animo e di una encomiabile abnegazione per la patria Italia. E allora grazie Matteo. Sinceramente, calorosamente e fortemente grazie. Non dimenticheremo. Ed una volta fallita l'arrampicata verso la leadership e persa anche l' "occasione segreteria", faremo tutti il tifo per te quando ti vedremo nuovamente in televisione. E tutti, per ringraziarti del lavoro svolto, ti urleremo con amore: "gira la ruota Matteo!".