Lo sguardo era corso subito alla ragazza dietro il banco delle ciambelle, era lei a ricevere i primi da chi entrava, ed erano sicuramente vivi e compiaciuti.
Il mio invece era di scuse, grondavo acqua come un marinaio di un peschereccio durante un fortunale, e la sedia su cui avrei poggiato il culo avrebbe fatto la stessa fine.
Quella che pareva essere quasi una giornata d’inizio primavera, con refoli leggeri di vento che ti entravano nei capelli, si era trasformata in pochi istanti in una tempesta torva e violenta che frustava forte l’aria e tirava pioggia a secchiate su tutto ciò che era sotto lei. Il rosso dell’insegna al neon, riflesso sulla quarzite fradicia del marciapiede, aveva fatto breccia subito sulla pelle ormai fredda, la mano era già a spingere sul maniglione di alluminio grigio della porta d’ingresso.
“Lungo e bollente.” era stata la richiesta secca ma gentile porgendole dieci dollari umidi ed evitando di toccare qualsiasi altra cosa per non inzupparla. Stretto subito nell’abbraccio del tepore del locale, il mio sguardo carico di gratitudine aveva tenuto quello del suo viso, timidamente divertito nel vedermi ridotto in quelle condizioni, o forse dalle mie parole dritte negli occhi.
“Non è la tua giornata oggi, eh?...te ne farò uno speciale..” aveva risposto allargando un sorriso su denti bianchissimi. Aveva un volto gentile e occhi carichi di sogni, e la camicetta a piccoli tulipani cremisi, che saltava fuori dallo zinale, era come guardare un Monet incorniciato da biondi capelli morbidi che mossi le scendevano sulle spalle; la mano era rimasta quasi incastrata nei miei, zuppi e ormai senza verso.
Più o meno fu così che entrai per la prima volta da Fluffy’s, sulla Settima, con l’odore di vaniglia e cannella a fare breccia nei polmoni.
Avevo fame, e il cabaret di dolci allineati sul bancone, sotto campane di vetro lucidissimo, aveva già rubato tutta la mia l’attenzione e quella del mio stomaco.
Ciambelle, muffins e biscotti d’avena e uva passa aspettavano solo di cozzare in bocca con un buon caffè ed andare a scaldare corpo e anima degli avventori fortunati. Era il 1995, e Manhattan, con Giuliani da poco arrivato al comando, stava già cambiandosi d’abito.
Sulle pareti, cornici di lacca nera opaca custodivano in silenzio foto e autografi di Sigourney Weaver e Michael J.Fox, e ancora Candy, Travolta, Garcia, Pacino, Redford, gente famosa che si era fermata qui per uno spuntino o un caffè e una ciambella ed era finita a caricarne di gloria le pareti.
Ero entrato in un posto evidentemente noto, il cui aspetto lasciava però credere tutt’altro. Eppure, nella sua semplicità quasi monastica, fatta di tavoli dritti e luci basse, e sedie di legno consunte appoggiate su muri segnati, c’era tutto ciò che avresti voluto trovare in una giornata buia e tempestosa come quella: roba buona da mangiare, profumo di zucchero a velo e occhi carichi di gentilezza, il piano di Bill Evans avrebbe fatto il resto.
Sarebbe diventato il mio primo appuntamento quotidiano nei due anni a venire, e il luogo dove andavo a rifugiarmi nei giorni di pioggia, seduto sullo strapuntino fronte vetrata ad osservare i pedoni, rapito dalla fotografia che i vetri bagnati regalano con una città così carica di luci e di facce trasognate da mille storie.
Poi iniziarono i cambiamenti. Troppi, inutili e blasfemi, e tutto ciò che era nato in quel pomeriggio di trambusto di fine novembre lentamente si spense, e questo è il ricordo che porto con me ancora oggi, insieme alle immagini e ai profumi di un posto che non esiste più come allora, ma ne porta sempre il nome su un’insegna e la bontà del suo passato nel cuore mio. Chissà se anche lei ci pensa.