Camera n. 4: Duane Michals, il surrealismo in fotografia e l’arte “moderna"
di Carlo Maccà
Il numero 4 di CAMERA conferma l’impostazione data alla nuova serie della rivista, già famosa ed influente in un passato non lontanissimo, presentando un ricco portfolio di fotografie dell’autore principale, un portfolio d’un autore “giovane” proposto dal primo, e note minori su tematiche affini.
L’autore principale, presentato con un articolo dal titolo “Vivere nel Meraviglioso”, è l’americano Duane Michals (classe 1932), e il portfolio riempie 20 pagine con immagini di netta impronta surrealista prodotte dal 1964 al 2013 col mezzo fotografico e assoggettate a livelli crescenti di elaborazione.
Il carattere onirico (tema: “Misteri dell’intimo”) delle fotografie del secondo autore, Gary Briechle (classe 1954), pure americano, fa rientrare anche queste nell’ambito del surrealismo.
Altri articoli: “Il surrealismo nella fotografia contemporanea” e “ Il Surrealismo al di là dell’Atlantico”.
Il manifesto del Surrealismo è del 1924. Nel commento al n.3 di Camera, abbiamo già visto come opere fotografiche attuali si ispirino a movimenti artistici dei primi del ‘900. Un recente articolo pubblicato su questo sito discute “Dell’Astrattismo in Fotografia”: l’astrattismo è un’espressione artistica codificata nella teoria già nel 1908, e rapidamente sviluppata in forme diverse in tutta europa.
Leggiamo le considerazioni espresse nell’editoriale di Jean-Christophe Béchet, Réponses Photo, Hors Série N° 17, novembre 2013, qui sintetizzate:
“Al giorno d’oggi tutto il mondo è conosciuto, si è sviluppato il turismo di massa, il pittoresco è svilito ….Siamo saturi di foto turistiche, politiche, erotiche, poetiche, estetiche: anche tutti gli aspetti formali, come inquadrature o composizioni audaci, sono stati sperimentati. …L’accettazione della fotografia nel campo dell’arte contemporanea le ha dato una sferzata estetica rimettendo in causa le pratiche del passato. L’arte contemporanea privilegia la novità, le opere “pensate” più che la spontaneità. Per sua natura è un dominio “aperto” in cui ci si preoccupa più dell’originalità d’un procedimento [mentale] che della precisione del gesto”.
Ma dov’è l’originalità di procedimenti mentali e di opere “pensate” su tracce che risalgono ad un secolo fa? E’ mia convinzione che l’arte attuale non faccia altro che declinare, coniugare, parafrasare idee e forme concepite cent’anni fa. Non dico che non sia legittimo. In fin dei conti, per tre secoli l’arte europea ha soprattutto sfruttato e sviluppato le scoperte di Michelangelo, Raffaello e Tiziano. Però certe “novità” spesso strombazzate si riducono a poco. Per esempio, da quando (1917) Marcel Duchamp ha presentato come opera d’arte un orinatoio, non come capolavoro di design ma perché decontestualizzato, correnti artistiche e pertinenti scuole di pensiero non hanno fatto sostanzialmente altro che … cambiare sanitario. Si è generalizzata l’idea che l’unica emozione che debba suscitare un’opera d’arte per essere tale debba essere la sorpresa. Ma quanto può sorprendere o scandalizzare il centomillesimo “sanitario” disambientato?
Che c’entra questo con la fotografia? In questo contesto, l’avvento del digitale ha permesso agli artisti di usare più ampiamente ed efficacemente la fotografia al servizio di altre forme d’arte (Dove termina la fotografia? è la domanda che appropriatamente si pone un altro Hors Série di Réponses Photo) spesso per proporre “novità sorprendenti”. Altro esempio: Man Ray, per esempio, vive ancora, magari mediato attraverso Andy Warhol, per opera di migliaia di fotografi anche (o soprattutto?) dilettanti.
Qual'è il consiglio che J.C. Béchet nell’articolo sopra citato dà al fotografo amatore che vuol creare qualcosa di personale? Non accontentarsi delle opere occasionalmente ben riuscite prodotte in situazioni occasionali su soggetti occasionali: “tre ritratti, due paesaggi, una macrofotografia, un reportage turistico e due studi di nudo“. Concepire piuttosto una serie coerente per soggetto e per stile su un tema non necessariamente originale, ma non abusato. E dedicarcisi sistematicamente senza “colpi di genio” ma con cura e pazienza artigianali.
Ci sarebbe molto altro da dire e da discutere: Le opinioni in proposito sono tante; mi piacerebbe che FOTOPADOVA ricevesse commenti e controdeduzioni meritevoli di essere pubblicati.
POSCRITTO. C’e qualcuno che ha idee più radicali. “Alle cinque del mattino, di fronte a un mucchio di cartoni e polistiolo nella sala Murat del Comune di Bari, una donna delle pulizie ha fatto ciò che la sua coscienza richiedeva: ammassare i cartoni e buttarli, affidandoli meticolosamente a un netturbino di passaggio. Salvo poi scoprire che si trattava di due opere d’arte del valore di migliaia di euro. Per fortuna non rischia niente. E ci mancherebbe, visto che non si capisce come potrebbe essere colpevole un povero fascio di nervi ottici che ha indicato alla sua proprietaria ciò che effettivamente stava di fronte a lei: immondizia: Altro che “dimostrazione della capacità degli artisti di interagire con l’ambiente circostante” secondo le grottesche parole dell’assessore comunale al Marketing.” [Da Elisabetta Ambrosi, Il Fatto Quotidiano, 21 febbraio 2014.]