Esistono vari processi di fossilizzazione che conservano in maniera differente le tracce di parti di organismi vissuti milioni di anni fa. Per la maggior parte si tratta di gusci di crostacei e molluschi oppure singole ossa. Gli scheletri interi sono molto rari e ancor di più lo è la conservazione delle parti molli, come gli organi interni. In particolare i molluschi che vivevano in mari poco profondi costituiscono la maggioranza dei fossili, mentre le specie terrestri si conservano con molta più difficoltà perché spesso si decompongono completamente ben prima di poter venire conservati dalla fosslizzazione. Quando invece un mollusco muore, questo si adagia sul fondo del mare, le sue parti molli si decompongono velocemente mentre il suo guscio può rompersi, anche completamente, rendendo impossibile la conservazione di una traccia fossile visibile. Se invece rimane sufficientemente integro e viene sepolto sotto dei sedimenti, l’aragonite di cui è composto (un minerale formato da carbonato di calcio) può dissolversi completamente nell’acqua che filtra tra i sedimenti in un processo che dura milioni di anni. Talvolta questa dissoluzione crea un calco della forma del guscio, altre volte l’aragonite dissolta ricristallizza creando una copia del guscio orginale. E se anche a volte il guscio rimane intatto, quasi tutti i fossili prima o poi vengono distrutti dalla pressione, se finiscono sepolti in profondità o se la roccia che li ospita viene sottoposta a metamorfismo, ovvero al processo che deforma e fonde nuovamente la roccia quando si avvicina ad una intrusione di magma caldo oppure dove le spinte tettoniche si fanno più intense. A questo si aggiungono i processi erosivi per tutti quei fossili che affiorano sulla superficie terreste. Un fossile non è per sempre.