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-------------NAPOLIJENTILE-------------
GIALLO NAPOLI
a cura di #NunzianteRusciano
Incipit: Il tufo napoletano – conosciuto anche come tufo giallo – nasce dall’attività vulcanica dei Campi Flegrei. È la produzione di cenere – che per i napoletani prende il nome di “pozzolana” – a dare vita a questo particolare materiale, tanto caro a Napoli e alla sua storia architettonica. La cosiddetta “pozzolana” infatti è andata sedimentandosi nel mare, riemergendo poi a causa di pressioni tettoniche verificatesi, secondo gli esperti, circa 35.000 anni fa. Non è un caso se il tufo flegreo sorge sempre al di sotto di massicci livelli di cenere bianca. Molte delle costruzioni sotterrane che oggi la città di Napoli conserva gelosamente sono nate grazie alla massiccia presenza, sul territorio, di tufo. Il tufo napoletano costituisce un valore prezioso per il territorio campano, che si è arricchito grazie ad esso di un notevole numero di opere ipogee.
Largo uso ne fu fatto dai Greci fondatori della città, che costruirono le mura della pòlis partenopea cavando i grandi ortostati tufacei dalle cave ricavate nel corpo della collina di Poggioreale. Le grandi fabbriche del tufo napoletano sono ancora visibili al di sotto della chiesa di Santa Maria del Pianto, immense cattedrali sotterranee a forma tronco – piramidale, testimoni del duro lavoro svolto da centinaia di cavamonti che, in un’oscurità quasi impenetrabile rischiarata solo dai tenui fuochi delle torce, rischiavano la vita arrampicati a decine di metri di altezza mentre i grandi blocchi, staccati a colpi di ascia e maglio, precipitavano al suolo.
Caricati su grandi carri da trasporto a quattro ruote trainati da buoi, le grandi pietre tufacee prendevano la strada verso Neapolis seguendo un tracciato che corrisponde all’attuale via Nuova Poggioreale ed entravano in città nella zona occupata ora dalla Porta Capuana. La prima strada del tufo fu quindi la via Poggioreale, utilizzata più volte nel corso di quei secoli.
Abbandonate le grandi cave greche di Poggioreale, durante l’età romana si preferì rinforzare le mura con un materiale di diverso tipo, non più il tufo giallo ma il piperno grigio, altra pietra vulcanica estratta da piccole cave nel Vesuviano e nella zona di Soccavo. Ne abbiamo un raro esempio nel vico Santa Maria Vertecoeli, dove possiamo riconoscere alcuni grandi blocchi isolati, murati nei palazzi prospicienti la strada. La pietra gialla napoletana continuò ad essere utilizzata anche durante, e dopo, l’età romana per l’edilizia cittadina. Si rivelò infatti un insostituibile elemento di costruzione, leggero, lavorabile e in grado di mantenere il fresco in estate e il caldo in inverno. Tutta l’edilizia napoletana è quindi contraddistinta dall’utilizzo costante di questo elemento dall’età greca a oggi. Fino all’invenzione del cemento armato il tufo è stato il materiale da costruzione per eccellenza.
Fu in epoca augustea che i Neapolitani tornarono a lavorare e a cavare il tufo per la realizzazione di opere di grande rilevanza urbanistica. Con la fine delle guerre civili e la nascita dell’Impero si sentì la necessità di collegare in maniera più rapida ed efficace Neapolis a Puteoli, la fiorente cittadina flegrea che si accingeva a diventare il porto di Roma. I collegamenti tra le due città fino al principato di Augusto nel I secolo d.C. erano garantiti da un’unica via di comunicazione terrestre: la via Antiniana per colles. Si trattava di una lunghissima arteria che, partendo da una imprecisata zona dell’attuale via Toledo, forse nei pressi del complesso dello Spirito Santo, si inerpicava lungo la via Salvator Rosa per salire sul Vomero e dirigersi verso Fuorigrotta, per arrivare poi nella Puteoli alta attraversando i crinali del cratere di Agnano. Una strada lunga e tortuosa, di difficile percorrenza sia per la natura del territorio, accidentato e ricco di dislivelli, sia per la presenza dei predoni che ne infestavano il percorso.
Si pensò quindi di realizzare un’opera grandiosa, che permettesse di collegare le due città in maniera semplice e rapida, una via litoranea adatta ai trasporti commerciali. In mezzo c’era però il colle del Vomero-Posillipo. L’imperatore Augusto affidò i lavori a Lucio Cocceio Aucto, un liberto, nonché valente architetto, che mise a punto un ardito progetto di potenziamento delle vie terrestri e dei porti flegrei. Fu tagliata quindi, nel fianco del colle tufaceo, la cosiddetta Crypta Neapolitana, una grandiosa galleria stradale, un’ ardita opera di ingegneria, i cui sbocchi si individuano oggi nel Parco Vergiliano e a Fuorigrotta nei pressi del tunnel moderno della Galleria Laziale. Completamente scavata nel banco tufaceo con andamento rettilineo, la galleria ha una lunghezza di circa 700 metri ed è più volte menzionata dalle fonti antiche, da Strabone a Seneca, a Petronio. Alterata nel corso dei secoli, la sua struttura fu completamente stravolta in età aragonese e in età vicereale quando il piano di calpestio fu abbassato di alcuni metri. Si presenta oggi, dopo lunghi restauri che hanno posto rimedio agli antichi movimenti franosi, come un lungo e oscuro speco e non è difficile, durante le ore del giorno, notare un piccolo punto luminoso nel buio che è lo sbocco di uscita.
Conclusione
Il tufo è stato utilizzato dalle antiche civiltà insediatesi a Napoli per ricreare degli straordinari assetti abitati, che la città conserva ancora oggi in perfetto stato come incredibile eredità storica. La costruzione di opere architettoniche, scavate nel tufo, era resa possibile dalla capacità di isolamento termico del materiale, che si mostrava anche abile nel contenere l’umidità.
Questa preziosa caratteristica è resa a sua volta possibile dalla proprietà di assorbimento delle zeoliti, minerali che compongono il tufo, arricchendolo di nuove e peculiari abilità. Sono proprio questi ultimi ad assimilare molecole d’acqua o a proscioglierle nuovamente, facendo del tufo un materiale freddo durante i mesi più caldi e caldo durante i mesi più freddi.
Tali proprietà hanno il merito di rendere il tufo il materiale perfetto per la costruzione di opere e costruzioni, alcune delle quali oggi considerate dal valore inestimabile.
Tutto quanto il substrato geologico di Napoli deve alla formazione del tufo il suo valore. Non solo. Ad esso deve molto anche il patrimonio storico-culturale cittadino, che è andato arricchendosi nel tempo proprio grazie alla presenza di questo materiale, sfruttato in modo magistrale e raffinato da greci e romani.
Dal tufo napoletano infatti sono state ricavate le cave sotterranee che fanno di Napoli Sotterrata il gioiello prezioso che oggi. Tali cave funsero in antichità come catacombe, cripte, ipogei funerari, abitazioni, botteghe e opere di carattere militare. L’importanza del tufo giallo napoletano resta per questo indiscussa ancora oggi.
Dall’alto, nei pressi dell’ingresso del Parco Vergiliano, veglia su questa antica reliquia del nostro passato il grande vate mantovano Virgilio, e a noi sembra di ascoltare la sua flebile voce, quando morente si affidò a Partenope:
«Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc / Partenope; cecini pascua, rura, duces»
«Mantova mi ha generato, la Puglia mi ha rapito; ora mi tiene Partenope. Cantai i pascoli, i campi, i condottieri».















