Un artista è capace di amare? Cosa e chi ama? Da chi è amato? Dove lo conduce la sua passione per l’arte e per la vita?
Tre titoli ci raccontano quali potrebbero essere i pensieri che animano (agitano?) il cuore, la mente, le mani degli artisti nella loro vita, diversa anche nella quotidianità. Ambientati in un arco temporale relativamente ristretto, fine Ottocento – Prima Guerra Mondiale, i tre volumi hanno la voce dei protagonisti: in prima persona seguiamo il filo della vita e dei pensieri di Sant’Elia, di Victorine Meurent e di Marguerite Gachet.
Antonio Sant’Elia, architetto comasco, visionario e appassionato, descrive la Milano di inizio Novecento in subbuglio per il Nuovo (l’elettricità, le macchine, il futuro che ir/rompe sul vicinissimo passato) e per l’arte nuova, ma soprattutto come la guerra sia solo morte, come la guerra uccida non solo la vita ma anche gli spiriti e la dignità. Attratti dall’ammaliatore Marinetti, un gruppo di artisti si arruola volontario per andare al fronte, ma non c’è solo questo. C’è l’arte, prima di tutto, ci sono i rapporti di amicizia e sintonie artistiche, sullo sfondo di una Milano che si sta trasformando, pur nelle pastoie di una società perbenista.
Gianni Biondillo scrive un bel libro, che ci fa affezionare al giovane Sant’Elia, di cui ci sono rimasti moltissimi progetti ma rarissime architetture, e agli artisti che ruotano attorno a lui, ci fa immaginare una Milano vivace e curiosa. Biondillo ci porta sul fronte, disumano e assurdo, spiegandoci come l’arte possa forse salvare lo spirito ma non la vita. C’è un momento in cui si fa fatica ad andare avanti, vorresti che lo scrittore desse un taglio e chiudesse il libro. Forse, tuttavia, ciò è necessario perché è l’agonia della fine di un’epoca e di una guerra che hanno cambiato le sorti, e l’arte, dell’Europa.
Ora possiamo spostarci in Francia, nella Francia impressionista.
Con Maureen Gibbon siamo a Parigi, e impariamo a conoscere Victorine Meurent, prima amante poi modella di Manet, ed essa stessa artista, e anche Édouard Manet attraverso le parole della ragazza. Anche questa narrazione avviene in prima persona, così da illuderci di leggere la realtà attraverso gli occhi e i pensieri di una giovane artista in nuce. La donna ha la possibilità, grazie al coraggio di intraprendere la relazione con l’artista, di svelare a se stessa la propria capacità di interpretare il mondo; si finisce il libro con la sensazione che la relazione fra i due non potesse esistere senza la sensibilità creativa che i due riconoscono l’uno nell’altro. La scoperta del colore, della potenza dell’intimità, il gioco di seduzione fra due soggetti alla pari perché entrambi curiosi del mondo, sono alla base della narrazione impressionista della Gibbon.
Jean Michel Guenassia, invece, si lancia nell’impresa di raccontare ancora qualcosa su Vincent Van Gogh. In particolare, il libro ci conduce a pochi chilometri da Parigi, a Auvers-sur-Oise, dove Van Gogh si trasferirà negli ultimi mesi della sua vita. In prima persona, ricordando se stessa da giovane, Marguerite Gachet descrive come rimanga rapita e sconvolta dalla pittura dell’olandese, come lei, aspirante artista senza nessuna reale dote creativa, grazie alla propria sensibilità riesca a comprendere e a penetrare nell’arte di Van Gogh, sapendone cogliere la forza innovativa, provocatoria, e forse “distruttrice”, del pennello e dei colori utilizzati come armi in un combattimento corpo a corpo. Non è un capolavoro di scrittura, troppo piena di sé è la protagonista, non è neppure così originale o significativa la scelta di inserire brani di articoli dell’epoca, tuttavia la descrizione del “piccolo” Van Gogh di fronte alla “grandezza” della luce, del colore, del paesaggio ben si addice alla disperazione dell’artista di fronte all’Arte.