Ho letto i commenti sotto al post di fanpage.it sul rilascio di Saverio Tommasi.
E mi hanno lasciata con un senso di inquietudine difficile da scrollarsi di dosso.
C’è chi parla della Sumud Flottilla come se fosse una copertura,
come se dietro a una missione umanitaria si nascondesse un piano politico,
quasi un complotto contro il nostro governo.
E allora mi chiedo:
com’è possibile che il semplice atto di portare aiuti umanitari venga percepito come una minaccia?
Quando abbiamo iniziato a credere che la solidarietà debba avere un secondo fine?
Mi chiedo anche perché il nostro governo non si sia mosso con la stessa rapidità e forza
con cui si era mosso, anni fa, per i marò.
Perché due italiani armati meritavano più attenzione di un giornalista disarmato?
E poi c’è un altro nodo, più profondo.
Mi chiedo come un popolo come quello di Israele — un popolo che ha conosciuto sulla propria pelle
l’orrore della persecuzione —
possa non riconoscere l’ombra inquietante della storia che si ripete,
questa volta a ruoli invertiti.
Non è una provocazione, è una domanda umana.
Dove finisce la difesa e dove inizia l’oppressione?
Ma non posso fermarmi solo a questo lato.
Perché tra le persone che sono scese in piazza per sostenere la flottilla
— per chiedere la libertà, per difendere l’umanità —
c’erano anche coloro che hanno usato quel momento per sfogare rabbia,
per distruggere, per farsi notare con la violenza.
E così, ancora una volta, un momento di coraggio collettivo
viene trasformato in un pretesto per dire che “la sinistra è solo violenta.”
Entrambe le ideologie, in fondo, finiscono spesso per perdere di vista l’essere umano.
Si difendono le idee, ma non le persone.
Si giustifica tutto in nome di un principio, ma si dimentica la vita che c’è dietro.
E allora mi chiedo, davvero,
dove stiamo andando.
Come possiamo continuare a chiamarci esseri umani
se abbiamo smesso di riconoscere l’umanità negli altri.












